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HISTORIA

LA PARENTESI

by erik&anna
Visto: 27 veces Comentarios 1 Date: 23-10-2026 Idioma: Language

Passarono i giorni, poi le settimane, e piano piano il nostro rapporto sembrava essere tornato quello di sempre. Era di nuovo il NOSTRO rapporto, fatto delle nostre abitudini, della nostra complicità e della quotidianità che avevamo costruito negli anni.
Ma una cosa era certa: Antonio non era mai uscito davvero dalle nostre teste.
Tutto quello che avevamo vissuto con lui, sommato alle fantasie che ci avevano accompagnato negli anni precedenti, aveva lasciato un segno molto più profondo di quanto entrambi volessimo ammettere. Bastava un ricordo, una parola o un'allusione per far riaffiorare sensazioni che credevamo di aver messo da parte.
Passarono anche le feste di Natale. Antonio era praticamente sparito. Si era limitato a mandarci uno di quei freddissimi messaggi di auguri, probabilmente inoltrato a tutta la rubrica. Niente di personale, nessun riferimento a noi o a quello che era successo.
Poi, verso febbraio, qualcosa cambiò.
Io e Anna passammo almeno tre settimane senza sfiorarci. A dire il vero, era soprattutto lei a non cercarmi. All'inizio non ci diedi troppo peso. Pensai che fosse il periodo, il freddo, la stanchezza, la solita routine.
Però cominciai a notare alcuni particolari.
Da qualche giorno Anna aveva cambiato modo di vestirsi. Andava al lavoro sempre più curata, più appariscente del solito. Aveva modificato un po' il look, prestava particolare attenzione al trucco, agli abbinamenti, alle scarpe. Anna è sempre stata una bella donna e ha sempre amato vestirsi bene, ma stavolta c'era qualcosa di diverso.
Cominciai a insospettirmi.
Una notte, mentre dormiva, frugai nella sua borsa.
So che non avrei dovuto farlo, ma avevo una sensazione che non riuscivo a togliermi dalla testa.
E infatti trovai una sorpresa. Una grande sorpresa.
Dentro la borsa c'era un plug argentato.
Rimasi immobile a guardarlo.
La prima cosa che pensai fu che Anna non aveva mai portato fuori dalla nostra camera da letto i nostri giochi. La seconda, ancora più importante, era che quell'oggetto non faceva parte delle nostre cose.
Non lo avevo mai visto.
Passai praticamente tutta la notte sveglio, continuando a farmi le stesse domande. Chi glielo aveva dato? Perché lo teneva in borsa? E soprattutto, cosa stava succedendo senza che io ne sapessi niente?
Nella mia testa c'era già un nome: Antonio.
La mattina dopo non riuscii a trattenermi.
Le chiesi immediatamente spiegazioni, senza tanti giri di parole. Volevo sapere cosa mi stesse nascondendo.
Anna inizialmente rimase in silenzio. Poi, con un'espressione a metà tra la tristezza e il senso di colpa, mi confessò tutto.
Era stato Antonio.
Qualche settimana prima le aveva fatto trovare in ufficio un pacchettino contenente quel regalo. Da allora aveva ricominciato a scriverle. Non erano messaggi normali: lui le diceva come vestirsi, cosa indossare e, qualche volta, le chiedeva di portare con sé quel regalo durante la giornata.
Anna parlava a fatica, quasi piangendo.
«Ti giuro che non l'ho mai incontrato. Non è successo niente tra noi. Mi scrive, mi dà degli ordini, ma non ci siamo mai visti. Devi credermi.»
Poi aggiunse una frase che mi colpì profondamente.
«Io davanti a lui mi sento impotente. Non so spiegartelo. È come se non riuscissi a dirgli di no. Ce lo siamo sempre detti che Antonio non si può cancellare così facilmente.»
Ero arrabbiato, deluso, incredulo.
Le chiesi di mostrarmi il cellulare.
Quando cominciai a leggere le conversazioni rimasi di stucco.
Si scrivevano da settimane, quasi sempre quando lei era fuori casa. Antonio aveva ripreso esattamente il tono che conoscevamo, provocatorio, sicuro di sé, come se tra loro non ci fosse mai stata alcuna interruzione.
Più di una volta le aveva proposto di incontrarsi. A volte durante la pausa pranzo, altre volte in macchina, perfino in un autogrill.
Devo riconoscere che Anna aveva sempre rifiutato gli incontri.
Ma non aveva mai interrotto il gioco.
Anzi, spesso rispondeva alle provocazioni con altre provocazioni, usando un linguaggio che conoscevo bene e che faceva parte delle nostre fantasie più intime.
La cosa che mi sconvolse non furono soltanto i messaggi. Fu rendermi conto che in lei quel desiderio non si era mai spento.
Antonio continuava ad avere un potere enorme sulla sua immaginazione.
E lei glielo lasciava esercitare.
Mi sentivo tradito. Non tanto perché avesse fantasticato su di lui, cosa che in fondo avevamo fatto entrambi, ma perché aveva ricominciato a vivere quella parte della sua vita escludendomi completamente.
Le dissi che avrebbe dovuto prendersi la mattinata di permesso. Non potevamo far finta di niente. Dovevamo chiarire quella situazione una volta per tutte.
Continuai a leggere le conversazioni, poi a un certo punto posai il telefono.
Non avevo più voglia di parlare.
Andai a farmi una doccia.
E proprio lì mi trovai davanti alla contraddizione più assurda di tutta quella storia: ero ferito, arrabbiato, profondamente deluso, eppure il racconto di Anna e quelle conversazioni avevano risvegliato anche una parte di me che conoscevo fin troppo bene.
Quella situazione, per quanto dolorosa, continuava ad avere su di me un'attrazione difficile da spiegare.
Uscii dalla doccia, mi vestii e presi la macchina.
Cominciai a girare per Roma senza una meta precisa.
Avevo mille pensieri per la testa.
Da una parte mi sembrava assurdo perdonarla. Aveva tenuto nascosta per settimane una corrispondenza con un uomo che aveva già avuto un ruolo così importante nella nostra intimità.
Dall'altra continuavo a pensare a un particolare: non si erano mai incontrati.
O almeno, questo era quello che lei mi aveva detto e che sembrava emergere dai messaggi.
E le occasioni non sarebbero certo mancate. Per lavoro mi capita spesso di stare fuori Roma, anche per intere giornate. Se avessero voluto vedersi, avrebbero avuto tutto il tempo e la libertà per farlo.
Forse, pensai, quel limite che Anna non aveva mai superato era comunque una forma di rispetto nei miei confronti.
Nel frattempo il telefono continuava a squillare.
Era lei.
Mi scriveva continuamente, chiedendomi perdono e pregandomi di tornare a casa.
«Ti prego, aiutami a uscire da questa situazione. Non voglio perderti. Non so cosa mi succede quando mi scrive.»
Poi ripeteva una frase che mi aveva già detto altre volte.
«Antonio per me è come l'alcol. Mi toglie tutte le inibizioni. Quando comincia a provocarmi perdo la lucidità, divento una persona diversa.»
Quelle parole mi facevano un effetto stranissimo.
Erano proprio le parole che avrebbero dovuto farmi arrabbiare ancora di più, e invece risvegliavano ricordi, fantasie e sensazioni che credevo di aver controllato.
Fu durante quelle ore in macchina che cominciai a vedere la situazione in maniera diversa.
Forse non era Antonio il vero problema.
O meglio, il problema non era soltanto lui.
Il problema era che entrambi avevamo scoperto una parte della nostra sessualità che non eravamo più riusciti a dimenticare.
La differenza era che io avevo cercato di metterla da parte, mentre Anna aveva continuato ad alimentarla di nascosto.
E questo non potevo accettarlo.
Decisi di tornare a casa.
Quando entrai trovai Anna seduta sul divano. Indossava ancora il suo pigiamino di seta, aveva gli occhi gonfi e il viso completamente struccato. Lei, che normalmente non rinuncia mai nemmeno a un filo di trucco, sembrava un'altra persona.
Era evidente che aveva pianto.
Mi sedetti accanto a lei.
Per qualche minuto rimanemmo in silenzio.
Poi cominciai a parlarle.
Le spiegai tutto quello che avevo pensato durante quelle ore. Le dissi che ero rimasto male, che mi aveva ferito soprattutto il fatto di avermi nascosto i messaggi, ma le confessai anche una cosa che probabilmente non si aspettava.
«Anna, c'è una cosa che devo dirti. Ogni volta che ripenso a quello che abbiamo vissuto, anche soltanto accennando a certi episodi, mi accorgo che quelle sensazioni sono ancora tutte lì.»
Mi guardò senza parlare.
Continuai.
«Forse abbiamo sbagliato a pensare di poter chiudere tutto e tornare esattamente quelli di prima. Forse quella esperienza ci ha cambiati più di quanto vogliamo ammettere.»
Lei mi chiese:
«Ma cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che tra noi il desiderio c'è sempre stato, ma sappiamo entrambi che certe fantasie hanno portato qualcosa di diverso nel nostro rapporto. Non possiamo fingere che non sia successo. Forse dobbiamo imparare a vivere questa parte di noi senza nascondercela.»
Anna continuava a guardarmi, ancora incredula.
«Quindi non sei arrabbiato?»
«Certo che sono arrabbiato. E parecchio. Ma non perché Antonio ti provochi o perché certe cose continuino ad attirarti. Sono arrabbiato perché me lo hai nascosto. Perché hai vissuto questa storia alle mie spalle. Questo non deve succedere mai più.»
Abbassò lo sguardo.
«Hai ragione. Ho sbagliato. Ma credimi, davanti a lui mi sento davvero senza difese.»
Ancora quella frase.
Ancora quel modo di descrivere il potere che Antonio aveva su di lei.
Le chiesi se fosse davvero quello che desiderava o se, invece, si sentisse obbligata ad assecondarlo.
Mi rispose senza esitazione.
«Non mi ha mai costretta a niente. Sono io che non riesco a staccarmi da quel gioco. Mi vergogno a dirtelo, ma è così.»
Fu probabilmente la prima risposta completamente sincera di quella mattina.
Le presi per mano.
«Allora dobbiamo essere sinceri fino in fondo. Tutti e due.»
Parlammo ancora a lungo. Di Antonio, di quello che era successo, delle cose che ci erano piaciute e di quelle che invece ci avevano fatto stare male.
A un certo punto le chiesi di prendere il regalo che aveva ricevuto.
Mi guardò sorpresa.
«Perché?»
«Perché voglio capire. Voglio che tu mi racconti tutto, senza vergognarti e senza nascondermi più niente.»
Andò in camera e tornò con il piccolo sacchetto rosso.
Lo posò sul tavolino davanti al divano.
Parlammo anche di quello, del significato che aveva assunto per lei e del motivo per cui aveva accettato di portarlo con sé.
Poi le chiesi di andare a vestirsi come se dovesse uscire per andare al lavoro.
Mi guardò incuriosita.
«Adesso?»
«Sì, proprio come ti vesti normalmente quando vai in ufficio.»
Dopo qualche minuto tornò.
Indossava un tailleur nero, le scarpe con il tacco che mette abitualmente e si era sistemata il trucco. Era di nuovo la Anna di tutti i giorni, quella che conosco da anni, eppure adesso la guardavo con occhi diversi.
Si avvicinò al divano e si sedette accanto a me.
Cominciammo a parlare con una complicità che non sentivamo da settimane. Per la prima volta, dopo quella scoperta, non c'erano più segreti da difendere o messaggi da nascondere.
A un certo punto fu lei a sorridere.
«Quindi, in fondo, questa storia continua a coinvolgere anche te.»
Non potevo negarlo.
«Sì, Anna. Ma a una condizione: che qualsiasi cosa succeda, qualsiasi messaggio arrivi e qualsiasi fantasia ci venga in mente, sia una cosa nostra. Non voglio più scoprire per caso quello che succede nella tua vita.»
Lei annuì.
«Hai ragione. Non succederà più.»
Ci abbracciammo.
Le dissi di andare a prendere il plug che le aveva regalato Antonio.
Mi guardò con un'espressione a metà tra la curiosità e lo stupore. Evidentemente non si aspettava una richiesta del genere, soprattutto dopo tutto quello che era successo quella mattina.
Andò in camera e tornò con il sacchettino rosso. Indossava ancora il suo pigiamino di seta.
Presi il sacchetto e le dissi:
«Adesso vai a vestirti. Esattamente come ti vesti quando vai al lavoro.»
«Ma perché?» mi chiese.
«Fidati. Voglio vedere una cosa.»
Mentre era in camera tirai fuori il plug e lo osservai attentamente. Era argentato, piuttosto pesante e nemmeno tanto piccolo. Pensare che fosse stato Antonio a sceglierlo e a regalarglielo mi provocava una strana sensazione. Ero ancora arrabbiato per quello che avevo scoperto, ma non potevo negare che tutta quella situazione continuasse ad attirarmi.
Dopo pochi minuti Anna tornò in salotto.
Indossava un tailleur nero, una camicetta e le solite scarpe con il tacco che mette quasi ogni giorno. Si era anche truccata leggermente.
Era bellissima.
Ma soprattutto era esattamente come l'avevo immaginata leggendo quei messaggi.
Si avvicinò mentre ero seduto sul divano. La presi per i fianchi e la tirai delicatamente verso di me.
«Quindi è così che andavi in ufficio quando ti scriveva Antonio?»
Lei sorrise appena.
«Più o meno. Lo sai come mi vesto.»
«Sì, ma prima non sapevo che qualcuno ti dicesse come vestirti.»
Abbassò gli occhi, poi tornò a guardarmi.
«Lo so. Ho sbagliato a non dirtelo.»
Le mostrai il plug.
«E questo? Voglio sapere come sono andate davvero le cose.»
Anna si sedette accanto a me. Questa volta non cercò di evitare l'argomento. Mi raccontò quando lo aveva ricevuto, cosa le aveva scritto Antonio e quanto l'avesse turbata ritrovarsi nuovamente coinvolta in quel gioco.
Le chiesi se le piacesse davvero.
«Sì», rispose dopo qualche secondo. «Ma non è soltanto l'oggetto. È tutto quello che c'è dietro. Il fatto che sia stato lui a mandarmelo, il modo in cui mi scrive...»
«E io in tutto questo dove sono?»
Mi guardò seriamente.
«Tu sei mio marito. Sei la persona con cui voglio stare. Ma sai benissimo che Antonio riesce a tirare fuori una parte di me che normalmente tengo nascosta.»
Era proprio quella frase a colpirmi.
Non era la prima volta che me lo diceva, ma sentirglielo ammettere così apertamente, mentre eravamo seduti uno accanto all'altra, aveva un effetto completamente diverso.
La tirai verso di me.
A quel punto non potevo più trattenermi.
La presi per i fianchi e la avvicinai ancora di più.
Le sollevai la gonna accarezzando l’interno coscia.
Le consegnai il plug adesso fammi vedere come lo usi
Si sedette sul divano accanto a me io nel frattempo mi ero seduto sul pouf di fronte allargò le gambe insalivò il plug scostò gli slip e lo infilo delicatamente emettendo una smorfia di dolore
Appena fu dentro con lo sguardo da abile puttana mi disse eccolo guardami.
Io avevo il cazzo che mi esplodeva.
Iniziai a smanettarmelo la chiamavo nei peggio modi sei una lurida puttana, le chiesi ti piace il cazzo?
Lei replicava ad ogni mia frase
Si lo sai che mi piace tantissimo.
A un certo punto Anna mi chiamò Antonio.
«Antò...vieni qui»
Rimasi immobile per un istante.
Se ne accorse immediatamente.
La guardai negli occhi.
«L'hai fatto apposta?»
Esitò, poi annuì.
«Sì.»
Quella risposta mi colpì ancora più del nome.
Perché in quel momento capii che non stavamo semplicemente cercando di dimenticare quanto era successo. Stavamo ammettendo che Antonio, in un modo o nell'altro, era ancora presente nelle nostre fantasie.
Mi prese per il cazzo e mi spinse verso di se.
Se lo puntò sulla fica mi mise le mani sul culo e mi spinse dentro.
Entrò come un coltello caldo nel burro … lei scopami forte ..
Io non resistetti quattro pompate e gli scaricai una quantità infinita di sborra calda dentro……
Mi disse «sei venuto subito… vedi che ogni tanto hai bisogno di un aiutino?»
La guardai e le risposi:
«Io ho bisogno di un aiutino o sei tu che ne hai bisogno?»
Lei scoppiò a ridere, poi si avvicinò al mio orecchio.
«Tutti e due.»
Fu in quel momento che capii una cosa: quella parentesi che credevamo di aver chiuso non era affatto finita.
Anzi, probabilmente era appena ricominciata.
E da lì iniziò davvero un nuovo capitolo della nostra relazione.

Añ CASEADE 1 COMENTARIOS:
  • avatar Teo1963 Bellissimo! Spero in un seguito

    23-10-2026 23:32:02






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