Un pomeriggio con Gianni (autore di questo racconto )
by Mysweet1Lungomare...
Il sole del pomeriggio accarezzava il lungomare di Genova, tingendo l’acqua di riflessi dorati. Ti vidi arrivare da lontano, ancheggiando con quella camminata sicura e provocante sui tuoi tacchi a spillo rosa. La gonnellina nera a tubino ti fasciava i fianchi e quel bel culetto sodo che tanto mi fa impazzire, mentre il giacchino di pelle rosso corto lasciava intravedere il maglioncino rosa aderente sul tuo seno secondo, libero da qualsiasi reggiseno.
Non portavi mutandine, come ti avevo ordinato.
Quando mi raggiungesti, ti fermasti un istante, mi guardasti con quegli occhi già carichi di aspettativa e poi, con un sorriso malizioso, sculettasti gli ultimi passi fino a me. Ti avvolsi subito tra le braccia, forte, premendo il tuo corpo snello contro il mio. Avevo sessantacinque anni, tu solo venticinque di meno, e sentivo perfettamente la differenza: la mia stazza, la mia esperienza, la mia fame antica. Ti baciai con possesso, la lingua che cercava la tua senza chiedere permesso, mentre le mie mani ti stringevano la vita e scendevano lentamente a palpare quel culetto perfetto.
«Brava la mia bambina» mormorai sulle tue labbra. «Sei venuta esattamente come volevo.»
Ti tenni stretta contro di me per qualche secondo, godendomi il contrasto tra la tua freschezza e la mia età più matura, più sporca, più dominante. Poi, senza dire altro, ti feci voltare leggermente verso il parapetto del lungomare, come se stessimo semplicemente ammirando il mare. La gente passeggiava poco distante, ma nessuno poteva immaginare cosa stava per succedere.
La mia mano destra scivolò lenta sotto la tua gonnellina corta. Percorsi la pelle liscia della coscia, sentendo la delicatezza delle autoreggenti rosa, e continuai a salire. Tu rimanesti immobile, il respiro già più corto. Quando raggiunsi l’attaccatura delle gambe, le mie dita sfiorarono le grandi labbra nude, già calde e umide.
Ti guardai negli occhi.
Quei bellissimi occhi si spalancarono leggermente, poi si velarono di piacere mentre due mie dita scostavano con calma le pieghe bagnate e si intrufolavano dentro di te. Eri fradicia. La tua vagina mi accolse stretta e bollente, stringendosi attorno alle mie dita rugose e sapienti.
Non distolsi lo sguardo nemmeno per un secondo. Volevo vedere esattamente quello che succedeva: il tuo sguardo che si perdeva, le pupille che si dilatavano, le labbra che si socchiudevano in un sospiro silenzioso. Eri così giovane rispetto a me, così perfetta, e io ti stavo invadendo lì, in mezzo al lungomare, con la mano di un uomo vecchio e porco che conosceva perfettamente come toccare una donna per farla sciogliere.
«Guardami» ti ordinai sottovoce, mentre le dita si muovevano lente dentro di te, esplorando, stuzzicando quel punto che ti fa tremare le gambe. «Voglio vedere quanto ti piace sentirti presa dal tuo vecchio.»
Il tuo respiro si fece irregolare. Le guance ti si arrossarono. Le tue gambe perfette, fasciate dalle autoreggenti rosa, tremarono appena mentre io continuavo a scoparti lentamente con le dita, godendomi ogni singola reazione del tuo corpo giovane e arrendevole.
«Brava la mia troietta» sussurrai contro il tuo orecchio, mordicchiandoti il lobo. «Sei già tutta bagnata solo perché un vecchio come me ti ha messo le mani addosso.»
Ti strinsi più forte con il braccio sinistro, tenendoti in piedi contro di me, mentre la mano destra continuava il suo lento e implacabile lavoro tra le tue cosce. Il mare di Genova faceva da sfondo innocente a quello che stava succedendo tra noi: tu, bella, elegante e sottomessa, e io, il tuo uomo dominante, più anziano, più sporco, più esperto… che ti faceva sentire esattamente ciò che ami essere.
Mia.
«Vieni, facciamo quattro passi» ti dissi con voce bassa e calda.
Iniziammo a camminare lungo il lungomare. Ogni tanto ti lasciavo andare avanti di tre passi, solo per godermi lo spettacolo del tuo splendido culetto che ondeggiava sotto la gonnellina corta. I tacchi a spillo rosa ticchettavano sul selciato, le autoreggenti rosa accentuavano le tue gambe perfette e lunghe, e quel culetto sodo si muoveva con un ritmo naturale, giocoso, quasi innocente… ma io sapevo benissimo quanto fosse provocante.
Tu eri leggiadra, leggera, con quel sorriso malizioso sulle labbra mentre ti sentivi i miei occhi addosso. Ti voltavi ogni tanto a guardarmi, consapevole che ti stavo ammirando, che mi nutrivo della tua incontenibile giovane bellezza. Io, con i miei 65 anni, camminavo un po’ più lento, assaporando ogni dettaglio: il modo in cui il giacchino rosso corto si muoveva, il maglioncino rosa che aderiva al tuo seno libero, le curve del tuo corpo che sembrava fatto apposta per farmi impazzire.
Ogni volta che ti facevo andare avanti, sentivo un’ondata di desiderio puro: quella troietta giovane e romantica che, sotto sotto, non vedeva l’ora di essere dominata dal suo vecchio porco. E tu lo sapevi. Sapevi che ti stavo guardando il culo, che ti desideravo, che tra poco ti avrei di nuovo messo le mani addosso.
Dopo qualche passo ti richiamai vicino a me, ti presi di nuovo sottobraccio e ti strinsi forte, sussurrandoti all’orecchio:
«Cammini così bene che mi fai venire voglia di fermarmi qui e prenderti contro il parapetto… ma per ora mi godo lo spettacolo della mia bambina che sculetta per il suo vecchio.»
Il tuo respiro si fece un po’ più corto. Sapevi che non era una minaccia vuota.
Dopo qualche passo ti richiamai vicino a me, ti presi di nuovo sottobraccio e ti strinsi forte, sussurrandoti all’orecchio: «Cammini così bene che mi fai venire voglia di fermarmi qui e prenderti contro il parapetto… ma per ora mi godo lo spettacolo della mia bambina che sculetta per il suo vecchio.»
Continuammo a passeggiare lentamente lungo il lungomare. Il sole cominciava a scendere e l’aria era ancora tiepida. Poco più avanti, seduti sui cordoli di marmo delle grandi fioriere, c’erano quattro venditori ambulanti neri. Due erano bei ragazzoni muscolosi: uno vendeva occhiali da sole, l’altro borsette tarocche. Un terzo, più tarchiato e bruttarello, faceva da jolly vendendo bigiotteria e i soliti braccialettini di fili colorati, quelli che usano per agganciare i passanti fingendo di regalarli. Il quarto, più vecchio, stava un po’ in disparte e sembrava sovraintendere il gruppo, forse il capo.
Tu eri qualche passo avanti a me, leggera e sensuale sui tuoi tacchi rosa, il culetto che ondeggiava sotto la gonnellina corta. La tua bellezza giovane e provocante attirò subito le attenzioni del quartetto. I loro sguardi si fissarono su di te: sulle gambe perfette fasciate dalle autoreggenti rosa, sul maglioncino aderente che segnava il seno libero, sul giacchino rosso corto e su quel modo di muoverti che gridava giovinezza e sensualità.
Immediatamente il bruttarello tarchiato si alzò e ti venne incontro con un gran sorriso, agitando i suoi braccialettini colorati.
«Signorina! Bellissima signorina! Regalo per te, solo per te! Vieni, guarda che belli!»
Tu, presa alla sprovvista e con quel tuo cuore tenero, un po’ impietosita dalla sua insistenza, indugiasti un secondo. Sorridesti educatamente, forse per non essere scortese. Fu un attimo. Quello bastò perché uno dei due ragazzoni muscolosi si alzasse a sua volta, seguito subito dall’altro. Interpretarono la tua gentilezza come debolezza e si mossero rapidi verso di te.
In pochi secondi ti trovasti circondata dai tre: il bruttarello che ti porgeva i braccialetti cercando di prenderti il polso, i due corpulenti che ti si avvicinarono da entrambi i lati, uno con gli occhiali da sole in mano, l’altro che ti mostrava una borsetta tarocca ma con gli occhi che ti squadravano senza pudore dalle gambe al seno.
«Dai bella, prova questo… ti sta benissimo» diceva uno, sfiorandoti quasi il braccio.
L’altro rideva e si avvicinava ancora di più: «Sei troppo bella per passare senza fermarti… vieni, ti facciamo un buon prezzo».
Il quarto, il più vecchio, rimase seduto ma osservava la scena con un sorrisetto, chiaramente divertito dal fatto che la loro preda fosse una ragazza giovane e sola… o almeno così credevano.
Io ero pochi metri dietro di te. Vidi tutto. Vidi come ti avevano circondata, come i loro corpi scuri e muscolosi si stringevano intorno alla tua figura snella e chiara, come i loro sguardi affamati ti mangiavano. E vidi te, la mia dolce troietta romantica, un po’ imbarazzata ma già con quel leggero rossore sulle guance che conoscevo bene: la stessa espressione che hai quando la tua figa inizia a tradirti.
Mi avvicinai con calma, senza fretta, godendomi per un attimo lo spettacolo. Poi la mia voce profonda e autoritaria risuonò alle tue spalle:
«Allontanatevi.»
Fu una sola parola, bassa, ma carica di quell’autorità che solo un uomo di 65 anni con la mia esperienza sa avere. I tre si voltarono verso di me. Per un istante rimasero sorpresi: un vecchio con una ragazza così giovane. Poi capirono.
Io ti raggiunsi, ti passai un braccio intorno alla vita con gesto possessivo e ti tirai contro di me, premendo di nuovo la mia erezione contro il tuo fianco. La mia mano scese subito sul tuo culetto, stringendolo davanti a loro.
«Questa è mia» dissi guardandoli uno per uno, con quel tono calmo ma inequivocabile da uomo dominante. «E non ha bisogno di braccialetti… né di nient’altro da voi.»
Ti guardai negli occhi, quella stessa occhiata profonda che ti fa perdere lo sguardo, e ti sussurrai piano, solo per te:
«Ti sei già bagnata, vero? Ti piace quando ti circondano… ma sai che solo il tuo vecchio può averti davvero.»
I quattro si ritirarono borbottando, mentre io ti tenevo stretta, la mano ancora sul tuo sedere, pronto a ricordarti esattamente a chi appartieni.
Ma quell’episodio che sembrava così banale… la tua figa lo capì benissimo.
Mentre camminavamo di nuovo sottobraccio, sentivo il tuo respiro leggermente accelerato. La tua mente razionale lo ripudiava: «No, che schifo… sono solo ambulanti insistenti, non è successo niente di grave». Eppure la tua parte più profonda, quella ninfomane e incontrollabile, lo aveva già trasformato in qualcosa di oscuro e irresistibile.
Lo desideravi. Lo bramavi.
Nella tua testa si era già dipinta la scena: avresti voluto seguirli. Avresti voluto che quel bruttarello tarchiato ti prendesse per mano e ti portasse dagli altri. Avresti voluto che ti guidassero verso quel furgone sgangherato parcheggiato poco distante, con il portellone laterale mezzo aperto. Il più vecchio, il capo, avrebbe aperto per primo, facendoti cenno di salire con un sorriso arrogante. Poi, rispettando la gerarchia non scritta, ti avrebbero buttata dentro uno dopo l’altro.
Prima il capo, più anziano e autoritario. Ti avrebbe presa senza tanti preamboli, tirandoti su la gonnellina corta, scoprendo che non portavi mutandine. Ti avrebbe aperto le gambe lì, sul pianale sporco, e ti avrebbe montata selvaggiamente con quel cazzo grosso che si intravedeva dal gonfiore dei calzoni. Poi sarebbe toccato ai due ragazzoni muscolosi, uno dopo l’altro, mentre il bruttarello guardava e aspettava il suo turno. Ti avrebbero scopata a turno, riempiendoti la figa stretta e bagnata, usandoti la bocca, girandoti come volevano, schiaffeggiandoti il culetto mentre ti riempivano di sperma caldo e abbondante in ogni buco.
La tua mente romantica sarebbe scappata impaurita, avrebbe urlato di vergogna… ma la tua ninfomania avrebbe vinto. La tua figa avrebbe pulsato, si sarebbe bagnata ancora di più al pensiero di essere usata come una troia da quei quattro sconosciuti, di ricevere le loro sborrate dense una dopo l’altra, di sentirti completamente sopraffatta e riempita.
Io lo sapevo. Lo sentivo dal modo in cui il tuo corpo tremava leggermente contro il mio, dal rossore più intenso sulle tue guance, dal fatto che stringevi le cosce mentre camminavamo.
Ti fermai di colpo, ti feci voltare verso di me e ti guardai dritto negli occhi, con quello sguardo vecchio, porco e dominante che ti fa sciogliere.
«Lo so cosa ti sta succedendo là sotto» ti sussurrai con voce bassa e roca, mentre la mia mano scivolava di nuovo sotto la tua gonnellina, sfiorando le grandi labbra ormai fradice. «La tua figa si è bagnata come una puttana al pensiero di farti fottere da quei negri nel furgone, vero? Ti immagini già il capo che ti apre per primo, poi i due muscolosi che ti montano uno dopo l’altro… e tu che prendi tutto il loro sperma senza poter dire di no.»
Le mie dita si intrufolarono lentamente dentro di te, sentendo quanto eri scivolosa e calda. Ti guardai mentre il tuo sguardo si perdeva di nuovo, esattamente come piace a te.
«Ma sai una cosa, bambina mia? Tu sei mia. E solo il tuo vecchio porco decide quando e come farti usare… anche se la tua figa da troia ninfomane sogna di essere presa a turno da cazzi più giovani e più grossi.»
Ti baciai con forza, mordendoti il labbro inferiore, mentre le mie dita continuavano a muoversi dentro di te lì, sul lungomare, ricordandoti esattamente a chi appartieni.
«Dimmi la verità» ti ordinai piano contro la bocca. «Quanto ti sei bagnata pensando a loro che ti riempiono?»
…segue.
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