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STORY

Bianca e Loris, la resa della carne

by florian
Viewed: 107 times Comments 1 Date: 06-04-2026 Language: Language

Il bar è affollato quando arrivo, quel tipo di venerdì sera in cui il rumore si stratifica come nebbia sotto i neon. Riconosco subito la loro postazione, anche se non li avevo mai visti di persona, lui con la schiena curva sul tavolo, lei con le braccia incrociate, lo sguardo che vagava verso il bancone come cercasse una via di fuga. Indossava un tailleur color crema che le fasciava il corpo con eleganza discreta, capelli grigi raccolti in uno chignon perfetto, solo qualche ciuffo ribelle a incorniciare il viso. Loris, invece, portava una camicia azzurra che gli pendeva sulle spalle magre, occhiali dalla montatura spessa, le mani che giocavano nervose con il bordo del tovagliolo.

Mi avvicino senza esitare, sapendo che l'esitazione è il primo passo verso il fallimento. Mi fermo al loro tavolo, sorridendo, e la mia voce esce con quel timbro che ho affinato negli anni, calda, sicura, leggermente divertita.

«Bianca e Loris, immagino. Mi avevate detto che eravate un po' in ritardo, ma vedo che siete arrivati prima di me.»

Loris si irrigidisce, il suo sguardo balza verso di me poi torna a posarsi sulla moglie. Lei, invece, non si muove. Le sue spalle rimangono dritte, il mento leggermente sollevato, ma noto il battito del suo polso al collo: rapido, irregolare, quella specie di tremore che precede la resa.

«Lui è...» comincia Loris, la voce che gli esce strozzata.

«L'ho capito» interrompe Bianca, e per la prima volta il suo sguardo incontra il mio. Ha gli occhi di un verde antico, quel tipo di colore che sembra cambiare con l'angolazione della luce. «Mi aveva detto che sarebbe venuto qualcuno. Non mi aveva detto...» una pausa, il suo labbro inferiore che si morde appena «...che sarebbe stato così diretto.»

Ridacchio, un suono basso che parto dal petto, e tiro fuori la sedia senza chiedere permesso. Mi siedo accanto a lei, non di fronte, quella posizione che costringe Loris a guardarci entrambi dal lato corto del tavolo. Il mio ginocchio sfiora il suo sotto il tavolo, un contatto leggero, quasi accidentale, e vedo il suo respiro fermarsi un istante.

«Essere diretti è risparmio di tempo» dico, prendendo il mio drink che il cameriere ha portato senza che io lo ordinassi. So come funzionano questi posti. «Voi due avete un desiderio. Io sono il mezzo per soddisfarlo. Il resto sono solo formalità.»

Bianca si gira verso di me, e ora il suo corpo è completamente voltato, le spalle di Loris che si restringono sempre di più nel suo angolo del tavolo. Lei ha un profumo che colgo solo ora, qualcosa di legnoso e speziato, quella fragranza che le donne di una certa età sanno scegliere quando hanno smesso di provare a piacere e hanno imparato a esistere.

«E se ti dicessi» la sua voce è più bassa, quasi un sussurro che esclude Loris dalla conversazione «che non sono sicura di volerlo? Che sono qui solo perché lui ha insistito?»

Sorridendo, appoggio il bicchiere e lascio che la mia mano scenda sul tavolo, le dita che si posano a pochi centimetri dalle sue. Non la tocco, non ancora, ma la promessa del contatto c'è, quella elettricità del quasi.

«Allora ti direi che menti.»

Il suo sguardo si incrina, qualcosa che passa veloce dietro gli occhi verdi. Non è sorpresa, è qualcosa di più antico, quella rabbia che provano le persone che vengono scoperte nel loro gioco segreto.

«Lei non—» comincia Loris, ma lo interrompo alzando l'altra mano, un gesto che non ammette replica.

«Bianca sa esattamente cosa sta facendo» dico, e ora la mia voce ha quel tono che ho perfezionato negli anni, quella miscela di certezza e curiosità che obbliga l'ascoltatore a volere di più. «Sa che è seduta qui con un uomo che ha scelto per lei, che ha guardato le sue foto e ha deciso che le piaceva. Sa che il suo cuore sta battendo più forte di quanto voglia ammettere. E sa» faccio una pausa, lasciando che le mie dita finalmente sfiorino le sue, un contatto leggero come una domanda «che se alzasse il sottogonna, in questo momento, sarebbe evidente il suo gradimento.»

Il silenzio che segue è denso, palpabile. Bianca non ritira la mano, non nega, non risponde. Il suo respiro è visibile nel movimento del suo petto, quel tailleur che si solleva e abbassa con ritmi sempre più rapidi. Loris, nel suo angolo, ha gli occhi spalancati dietro le lenti degli occhiali, le mani che si stringono convulsamente sul bordo del tavolo.

Quando Bianca parla, la sua voce esce roca, quella qualità ruvida che prende le voci quando il desiderio ha vinto sulla ragione.

«Tu...» comincia, poi si ferma, deglutendo visibilmente. Il suo sguardo scivola verso Loris, poi torna a me, e in quel movimento vedo tutto il conflitto che la attraversa: la moglie perbene, la donna che ha passato la vita a essere corretta, che ora si trova a desiderare qualcosa che non ha mai osato nominare. «Tu non sai cosa stai chiedendo.»

Ridacchio, quel suono basso che esce dal petto, e stringo leggermente le dita intorno alle sue, quel gesto di presa che promette molto di più di quello che ha dato.

«So esattamente cosa sto chiedendo» dico, e ora la mia voce ha perso ogni velo di civiltà, quel tono che uso quando so di aver vinto. «Sto chiedendo che tu alzi quel sottogonna perfetto, che tu mi mostri quelle cosce che hai tenuto nascoste per trent'anni di matrimonio, e che tu mi lasci fare quello che tuo marito non è mai riuscito a immaginarsi di chiederti.»

Il tavolo sembra inclinarsi, la gravità che si concentra su quel punto dove le nostre mani si toccano. Bianca chiude gli occhi, un gesto che dura solo un secondo, ma in quel secondo vedo la sua resa: le spalle che cedono di qualche millimetro, il respiro che esce più lento, quella qualità di abbandono che prende i corpi quando la mente ha finalmente taciuto.

Quando riapre gli occhi, il suo sguardo è diverso. Più antico, più crudele, quella luce che vedo nelle donne che hanno finalmente deciso di essere cattive.

«Loris» dice, e la sua voce ha quel timbro che usano le mogli per comandare, quel suono che non ammette replica. «Paga il conto. Andiamo a casa.»

Loris balza in piedi come un burattino, le gambe che gli tremano visibilmente sotto i pantaloni. Le sue mani si muovono frenetiche nel portafoglio, le banconote che gli sfuggono due volte prima che riesca a consegnarle al cameriere. Io rimango seduto, le mie dita che finalmente si staccano da quelle di Bianca, ma il mio sguardo non la abbandona.

Lei si alza con quella grazia che hanno le donne che hanno imparato a muoversi nel mondo senza mai chiedere permesso. Il tailleur le fascia il corpo con eleganza severa, quelle linee che nascondevano e insinuavano allo stesso tempo. Quando gira per dirigerci verso l'uscita, vedo la curva del suo sedere sotto la stoffa, quel volume che trent'anni di sedute hanno modellato senza ammorbidirlo.

Loris ci precede, quel passo incerto di chi sa di essere già escluso da quello che sta per succedere. Io cammino accanto a Bianca, il mio braccio che sfiora il suo senza ancora toccarlo, quella promessa del contatto che mantengo viva. L'aria di Roma ci avvolge quando usciamo, quel tepore di fine primavera che sembra assorbire i rumori della città.

«Non abitiamo lontano» dice Bianca, la sua voce che esce più bassa rispetto al bar, quella qualità che prendono le parole quando si escono dalla zona pubblica. «Dieci minuti a piedi.»

«Il tempo perfetto» rispondo, e finalmente lascio che la mia mano scivoli lungo il suo braccio, le dita che si posano sul polso dove sento il battito accelerato. «Per permetterti di cambiare idea.»

Si ferma di colpo, il suo corpo che si gira verso di me sotto il lume di un lampione. Il suo viso è illuminato da quel giallo sulfureo, le ombre che scavano sotto gli zigomi, quel tipo di luce che rende ogni persona più misteriosa di quanto non sia.

«Tu pensi che voglia cambiare idea?»

Stringo il suo polso, quel gesto che è allo stesso tempo presa e offerta. «Penso che tu voglia che qualcuno ti tolga la possibilità di cambiare idea. Che tu voglia poter dire, dopo, che non hai avuto scelta.»

Il suo respiro esce più lungo, quella qualità sibilante che prendono i polmoni quando il corpo si prepara al combattimento o alla resa. Non risponde, ma il suo braccio non si ritrae, e quando riprendiamo a camminare è lei che stringe le mie dita con più forza di prima.

L'appartamento è in un palazzo degli anni Sessanta, quel tipo di architettura romana che invecchia male ma mantiene un'aria di decadenza aristocratica. Loris ci precede nell'ascensore, le sue mani che tremano mentre preme il pulsante del quarto piano. Bianca è accanto a me, il suo corpo che irraggia quel calore denso che hanno le donne quando il desiderio ha vinto sulla paura.

«Qui» dice Loris, aprendo la porta con un mazzo di chiavi che gli sfugge due volte.

L'appartamento ha quell'odore specifico delle case abitate a lungo, quella miscela di cera d'api, libri vecchi e qualcosa di indefinibilmente familiare. Il soggiorno è arredato con quel gusto borghese che non ammette sbagli, i mobili in noce, i quadri alle pareti che ritraggono paesaggi toscani anonimi.

«Un drink?» chiede Loris, la voce che esce troppo alta, quella qualità stridula che prendono le persone quando cercano di mantenere un controllo che hanno già perso.

«No» dico, e la mia voce riempie la stanza con quella calma che obbliga l'attenzione. «Bianca mi mostrerà la camera.»

Non è una domanda. Non è nemmeno un ordine, nel senso convenzionale. È quella specie di affermazione che presuppone l'obbedienza come condizione naturale delle cose. E Bianca, che ha passato trent'anni a rispondere alle domande di un uomo che non sapeva quali fossero le risposte giuste, si muove.

Il suo passo è diverso ora, quella qualità oscillante che prendono le gambe quando il bacino si prepara a ricevere. Mi precede nel corridoio, il tailleur che disegna la linea della schiena, quella curva che si apre nel sedere con la geometria precisa di una promessa. Loris ci segue a distanza, il suo respiro che si sente dietro di noi come un metronomo impazzito.

La camera da letto ha quelle dimensioni generose che avevano gli appartamenti di una volta, il letto matrimoniale al centro con la testiera in legno scuro, le tende pesanti che filtrano la luce del lampione di fuori. Bianca si ferma accanto al letto, il suo corpo che si gira verso di me con quella lentezza che è già una forma di resa.

«Non so se—» comincia, ma mi avvicino prima che possa completare la frase.

La mia mano si posa sul suo collo, le dita che si chiudono con quella pressione che non è mai abbastanza da fare male ma sempre sufficiente da ricordare chi decide. Il suo respiro si blocca, le narici che si dilatano, quella qualità animale che prendono i corpi quando la mente si arrende.

«Non devi sapere» dico, e la mia voce esce bassa, quel tono che uso quando so che la persona di fronte a me ha già deciso. «Devi solo scegliere se vuoi sentirti viva per una volta, o se vuoi tornare a quella sedia in soggiorno dove lui ti chiede cosa vuoi guardare in televisione.»

Il suo corpo cede sotto le mie dita, quella qualità molle che prendono le ginocchia quando il bacino ha deciso prima della mente. I suoi occhi si chiudono per un istante, e quando li riapre c'è qualcosa di diverso, quella luce cruda che vedo nelle donne che hanno finalmente smesso di fare la brava.

«Loris» dice, e la sua voce esce con quel timbro che non usa da anni, quella qualità roca che viene dal basso ventre. «Siediti su quella sedia. E non dire una parola.»

Loris obbedisce con quella velocità che hanno le persone che hanno aspettato tutta la vita di essere escluse nel modo giusto. Si siede sulla sedia di vimini nell'angolo, le gambe che si chiudono e si riaprono senza trovare posizione, le mani che si posano sulle ginocchia poi si spostano verso l'inguine poi tornano indietro come bruciati.

Mi volto verso Bianca, e ora siamo soli nel modo che conta. Le mie mani salgono verso il colletto del suo tailleur, le dita che trovano il primo bottone con quella precisione che viene dalla pratica. Il tessuto si apre lentamente, rivelando la camicetta di seta sotto, quel bianco candido che sembra irradiare luce propria.

Bianca non muove le braccia, non mi aiuta ma non mi ostacola. Il suo respiro si fa più rapido, il petto che si solleva in modo sempre più profondo sotto la mia manipolazione. Quando il tailleur è completamente aperto, lascio che le mani scivolino sui fianchi, le dita che trovano la cerniera laterale e la abbassano con quel suono sibilante che sembra echeggiare nella stanza.

Il tailleur cade sul pavimento con un tonfo sordo, e Bianca rimane in camicetta e sottogonna, quel corpo che emerge nella luce del lampione con tutta la sua realtà. Non è giovane, non ha mai preteso di esserlo. Le sue cosce hanno quella morbidezza che viene dagli anni, la pelle che mostra il lavoro della gravità, il ventre che si arrotonda dolcemente sopra la linea della biancheria. Ma c'è qualcosa di più potente nella sua nudità parziale, quella qualità che hanno le donne che hanno smesso di fare ginnastica per dimagrire e hanno imparato a esistere nei loro corpi.

Le mie mani tornano a salire, trovano i bottoni della camicetta, li slacciano uno per uno con quella lentezza che costruisce l'attesa. La seta si apre rivelando il reggiseno sotto, quel bianco pratico che le donne della sua generazione indossano senza pensarci, le coppe che sostengono un seno che il tempo ha modellato ma non diminuito.

Quando la camicetta cade, Bianca finalmente muove le braccia. Ma non per coprirsi. Le sue mani salgono verso lo chignon, le dita che trovano le forcine e le estraggono una per una. I capelli grigi scendono sulle spalle con quel movimento fluido che hanno i capelli liberati, il volume che si espande intorno al viso come un alone.

Mi avvicino, ora, il mio corpo che entra nel suo spazio personale con quella deliberazione che non ammette confusione. Le mie mani si posano sui fianchi, sopra la sottogonna, le dita che trovano l'elastico e iniziano a scenderlo lungo le cosce. La stoffa si arriccia, rivelando la pelle sempre più, il calore che irradia dal suo centro.

Bianca alza un piede, poi l'altro, permettendomi di liberarla completamente della sottogonna. Ora è in reggiseno e slip, quel bianco che sembra quasi crudele nella sua praticità, il corpo che emerge con tutta la sua realtà fisica. Le mie mani risalgono, trovano la chiusura del reggiseno dietro la schiena, e quando si apre le coppe si allontanano rivelando il seno: i capezzoli di un rosa spento, il tessuto che mostra la traccia del tempo, ma anche quella qualità di peso che ha il seno maturo, quel movimento naturale quando il corpo si muove.

Bianca lascia cadere il reggiseno, e ora siamo quasi alla pari: lei in slip, io ancora completamente vestito. Questo squilibrio mi piace, quel potere che viene dal rimanere intatto mentre l'altra si espone.

Mi inginocchio, ora, il mio volto all'altezza del suo bacino. Le mie mani salgono verso l'elastico dello slip, le dita che si infilano sotto il tessuto. Bianca non muove le gambe, non apre ma non chiude, quella neutralità che è già una forma di assenso. Scendo lo slip lentamente, rivelando la pelle del pube, i peli grigi che si intrecciano in quel disegno unico di ogni corpo, e poi la fessura che si apre tra le cosce.

Quando lo slip è ai suoi piedi, la faccio alzare un piede, poi l'altro, liberandola completamente. Ora è nuda, completamente, quel corpo di sessantenne che emerge nella luce del lampione con tutta la sua natura, i fianchi che si espandono, il ventre che si arrotonda, il seno che pendie naturalmente, le cosce che si toccano in alto. Ma c'è qualcosa di potente in questa nudità, quella qualità che hanno le persone che hanno smesso di giocare a fare i giovani.

Resto inginocchiato, il mio volto a pochi centimetri dal suo sesso. Posso sentire il calore che irradia, quella umidità che già si è formata senza che io l'abbia toccata. Le mie mani salgono verso le cosce, le dita che si posano sulla pelle interna, quel punto dove la carne è più morbida, più vulnerabile.

Bianca non apre le gambe, ma non le chiude nemmeno quando le mie dita iniziano a salire. Il suo respiro si è fatto più rapido, il petto che si solleva in quel movimento sempre più profondo. Quando le mie dita raggiungono la fessura, trovo già l'umidità che la rende liscia, quel liquor denso che le donne producono quando il desiderio ha superato la paura.

Non la guardo in viso, non chiedo permesso. Le mie dita si aprono la fessura, rivelando il rosa interno, quei lembi che si gonfiano di sangue, il clitoride che spunta dal suo cappuccio con quella insistenza del desiderio negato. Il profumo che sale è intenso, quella qualità animale che hanno i sessi eccitati, senza le guarentigie del profumo o del timore.

Lecco, finalmente, la lingua che parte dalla base della fessura e risale fino al clitoride. Il sapore è denso, salmastro, quella complessità che hanno i corpi maturi che hanno smesso di nascondersi. Bianca emette un suono, qualcosa tra il gemito e il respiro, le sue mani che finalmente si muovono per posarsi sulla mia testa, le dita che si intrecciano nei miei capelli.

Continuo a leccare, la mia lingua che trova il ritmo che le piace, quella pressione insistente sul clitoride intervallata da lunghe carezze lungo la fessura. Le sue mano mi stringono con più forza, le unghie che scavano nel cuoio capelluto, quel dolore lieve che è già una forma di comunicazione.

Quando sento il suo respiro cambiare, quel ritmo che si fa più rapido e poi si interrompe, so che è vicina. Non mollo, la mia lingua che mantiene la stessa pressione, lo stesso ritmo, quella costanza che serve a portare un corpo oltre il punto di non ritorno.

Bianca viene con un suono che non è un grido, è qualcosa di più profondo, quella specie di gemito che parte dalle viscere. Le sue mani mi stringono con forza quasi dolorosa, il suo bacino che si spinge contro la mia faccia, quella spinta involontaria che i corpi fanno quando cercano di massimizzare il piacere. Io continuo a leccare, la mia lingua che pulsa contro il clitoride ancora gonfio, quel movimento che prolunga l'orgasmo finché le sue mano non mi spingono via, quel gesto di eccesso che è già una forma di ringraziamento.

Resto inginocchiato, il mio viso che brilla del suo umidità, il profumo che mi avvolge come un mantello. Bianca è appoggiata alla parete, le gambe che ancora tremano visibilmente, il petto che si solleva in respiri profondi. I suoi occhi sono chiusi, le palpebre che tremano leggermente, quella espressione di chi è ancora nel posto dove l'orgasmo l'ha portata.

Quando riapre gli occhi, il suo sguardo trova subito il mio. C'è qualcosa di diverso, ora, quella qualità scura che prendono gli occhi delle persone che hanno finalmente ottenuto quello che volevano senza doverlo nominare. Non dice nulla, ma il suo sguardo scende verso il mio inguine, dove la mia erezione è visibile sotto i pantaloni, quella protuberanza che non ho cercato di nascondere.

«Loris» dice, e la sua voce ha quel tono che usano le regine per ordinare l'esecuzione. «Siediti su quella sedia. E togliti i pantaloni.»

Loris obbedisce con quella velocità che hanno le persone che hanno aspettato quest'ordine per anni. La sedia di vimini gracchia sotto il suo peso, le mani che tremano mentre slaccia la cintura, abbassa la zip, si spinge i pantaloni e i boxer giù fino alle caviglie. Il suo pene esce floscio, quella qualità arrossata che hanno gli organi non eccitati, le palle che pendono in modo quasi patetico tra le cosce magre.

Bianca lo guarda, e c'è qualcosa di antico nel suo sguardo, quella qualità di disprezzo che viene dalla delusione troppo a lungo sopita. Poi il suo sguardo torna a me, e in quell'istante vedo tutto quello che lei vuole: la vendetta silenziosa, la dimostrazione che il desiderio non muore con gli anni, la possibilità di essere vista da qualcuno che ancora sa guardare.

Mi alzo, lentamente, e inizio a slacciarmi la camicia. I miei movimenti sono deliberati, quella lentezza che costruisce l'attesa. Bianca mi guarda, il suo sguardo che segue ogni gesto, il respiro che si fa di nuovo più rapido. Loris, nella sua sedia, ha le mani che si sono mosse verso il suo pene floscio, quell'istinto che non ha mai imparato a controllare.

«Non ancora» dice Bianca, e la sua voce taglia l'aria come una frusta. «Guarda. Solo guarda.»

Le mani di Loris si fermano, le dita che si chiudono a pugno sulle ginocchia, le nocche che diventano bianche. Il suo respiro esce in rantoli, quella qualità affannosa che prendono i polmoni quando il corpo è in stato di shock.

Io continuo a spogliarmi. La camicia cade, rivelando il torace, quei muscoli che il tempo ha modellato senza ammorbidire. I pantaloni seguono, e il mio pene esce eretto, quella qualità turgida che ha raggiunto la sua massima dimensione, la pelle tirata e lucida, la punta che gocciola già di quel liquor chiaro che precede l'orgasmo.

Bianca lo guarda, e il suo sospiro esce lungo, quella qualità tremante che prendono i respiri quando il desiderio trova il suo oggetto. Le sue mani si muovono verso il proprio corpo, le dita che si posano sul ventre poi scendono verso il sesso, quell'istinto che non ha bisogno di essere insegnato.

«No» dico, e la mia voce esce con quel tono che non ammette replica. «Lascia che sia io.»

Avanzo verso di lei, il mio pene che oscilla davanti a me, con quella qualità minacciosa che ha l'erezione quando si muove nello spazio. Bianca indietreggia fino a toccare il letto, le sue gambe che cedono e la fanno sedere sul bordo, il materasso che cede sotto il suo peso.

Mi fermo di fronte a lei, il mio pene all'altezza del suo viso. Lei lo guarda, e vedo la sua gola muoversi nel deglutire, quella qualità nervosa che prendono le persone di fronte a qualcosa che desiderano e temono allo stesso tempo.

«Prendilo» dico, e la mia voce esce bassa, quasi un sussurro che riempie comunque la stanza.

Le sue mano si alzano, le dita che si chiudono attorno al mio fusto con quella cautela che usano le persone che non hanno toccato un pene nuovo da decenni. La sua pelle è più fredda della mia, quella differenza di temperatura che sembra elettrica. Inizia a muovere la mano, quel movimento istintivo che non ha bisogno di essere insegnato, il pompaggio lento che fa scivolare la pelle sul fusto.

Chiudo gli occhi per un istante, lasciando che la sensazione si espanda. Ma quando li riapro, il mio sguardo cerca e trova Loris. È ancora sulla sua sedia, le gambe divaricate in modo grottesco, le mani finalmente arrivate al suo pene. Lo sta toccando, quel movimento frenetico che usano gli uomini quando il piacere è più forte della dignità. Il suo pene è ancora floscio, quella qualità arrossata che non sembra rispondere allo stimolo, ma lui continua a strofinarlo con quella disperazione che è già una forma di godimento.

«Guarda» dico, e la mia voce si rivolge a Loris ma parla a entrambi. «Guarda cosa tua moglie sa fare.»

Bianca sente le parole, e qualcosa cambia nel suo tocco. Le sue dita si stringono con più forza, il movimento che si fa più deciso, quella qualità performativa che prendono le azioni quando sanno di essere osservate. Inclino l'anca leggermente, offrendo il mio pene al suo movimento, quel ritmo che stabiliamo insieme senza bisogno di parole.

Loris geme, quel suono che esce strozzato, le sue mano che accelerano sul proprio pene senza risultato visibile. Bianca lo sente, e il suo movimento diventa quasi crudele, quella qualità di sfida che prendono le donne che hanno finalmente trovato il loro potere.

«Basta così» dico, e la mia voce taglia il ritmo che abbiamo stabilito.

Bianca si ferma, le sue dita che si aprono lasciando il mio pene che oscilla nel vuoto, la pelle lucida del suo tocco. La prendo per le spalle, quel gesto che è allo stesso tempo gentile e irrevocabile, e la spingo indietro sul letto.

Lei cede, il suo corpo che si allunga sul materasso, le gambe che rimangono unite inizialmente, quel riflesso di modestia che persiste anche ora. Ma quando mi vedo avvicinare, quando vede il mio pene che oscilla sopra di lei, le sue gambe si aprono. Lentamente, quella qualità di resa che è più potente di qualsiasi ordine.

Mi posiziono tra le sue cosce, il mio pene che trova l'apertura senza bisogno di mani. La sento, quella umidità che ha già iniziato a fluire, quella qualità viscosa che permette l'ingresso. Spingo, lentamente, quel movimento che è sempre una forma di conquista.

Bianca geme, quel suono che esce dal profondo, le sue mano che si aggrappano alle lenzuola con quella disperazione che prendono le persone quando il piacere è più forte della dignità. Continuo a spingere, il mio pene che si insinua sempre più in profondità, quella qualità di pienezza che stiamo costruendo insieme.

Quando sono completamente dentro, resto immobile per un istante, lasciando che il suo corpo si adatti alla mia presenza. Bianca respira in rantoli, il suo petto che si solleva e abbassa in quel ritmo irregolare del desiderio soverchiante. Poi inizio a muovermi, quel ritmo lento e profondo che ho imparato a usare quando voglio che una donna senta ogni centimetro del mio pene.

Le mie mano si posano sui suoi fianchi, le dita che affondano nella carne morbida con quella pressione che lascia i segni. Bianca risponde al mio ritmo, il suo bacino che si solleva per incontrare le mie spinte, quella danza antica che non ha bisogno di essere insegnata. I suoi gemiti si fanno più frequenti, più alti, quella qualità di abbandono che prendono le voci quando la mente si spegne.

Guardo verso Loris, nella sua sedia. È completamente immobile, tranne per le mani, il suo pene è finalmente eretto, quella qualità arrossata e rigida che contrasta con il resto del suo corpo flaccido. Lo sta toccando con quel movimento frenetico che usano gli uomini quando il piacere è così intenso da essere doloroso, gli occhi spalancati dietro le lenti degli occhiali che non perdonano nulla di quello che sta vedendo.

Bianca sente il mio sguardo spostarsi, e anche lei volge la testa verso suo marito. Per un istante, i loro occhi si incontrano attraverso la stanza, quella connessione di trent'anni che non si spegne nemmeno in questo. Poi il suo sguardo torna a me, e c'è qualcosa di diverso, quella qualità di sfida che prendono le donne quando finalmente capiscono il loro potere.

«Più forte» dice, e la sua voce esce roca, quella qualità di comando che non avevo ancora sentito. «Voglio che lui senta quanto mi piace.»

Obbedisco, aumentando il ritmo delle mie spinte, il mio bacino che colpisce il suo con quel suono secco di carne su carne. Bianca geme più forte, quei suoni che escono senza filtro, le sue mano che si aggrappano alla mia schiena, le unghie che scavano attraverso la camicia. Continuo a scoparla, quel ritmo sostenuto che costruisce verso il climax, il mio pene che scorre nella sua umidità con quella fluidità che viene dalla eccitazione condivisa.

Sento il mio orgasmo avvicinarsi, quella tensione nella base della spina dorsale, il ritmo del mio cuore che accelera. Bianca è vicina anche lei, lo sento dal modo in cui il suo corpo si irrigidisce sotto di me, dai gemiti che diventano più acuti, più disperati. Guardo verso Loris, un'ultima volta, e vedo che è vicino anche lui, il suo pene che pulsa nella sua mano, gli occhi che non perdonano nulla di quello che stiamo facendo.

Vengo con un gemito che esce dal profondo, il mio pene che pulsa dentro di lei, il liquido che esplode in lunghe scariche che riempiono la sua vagina. Bianca viene contemporaneamente, il suo corpo che si contrae sotto di me, i muscoli interni che si contraggono intorno al mio pene in spasmi ritmici. Resto dentro di lei, immobile, lasciando che il mio orgasmo si esaurisca completamente, il mio respiro che si mescola al suo.

Quando finalmente mi ritiro, il mio pene scivola fuori con quel suono bagnato, il liquido che inizia a colare dalla sua apertura, biancastro contro la pelle delle cosce. Bianca resta distesa sul letto, il suo corpo che risplende del sudore, i capezzoli ancora turgidi, il sesso che pulsa visibilmente. I suoi occhi sono chiusi, il respiro che torna piano piano normale.

Guardo verso Loris. È immobile sulla sua sedia, tranne per le mani: il suo pene è ancora eretto, rigido e arrossato, ma non è venuto. Lo sta toccando ancora, quel movimento frenetico che non ha portato al sollievo, gli occhi che passano tra me e sua moglie con quell'espressione di chi ha visto qualcosa che non può più dimenticare.

«Puoi godere ora» dice Bianca, la voce che esce roca ma ferma, gli occhi ancora chiusi. «Se vuoi.»

Loris emette un suono, qualcosa tra il gemito e il singhiozzo, e le sue mano accelerano sul proprio pene. Il movimento è disperato, quella qualità frenetica che viene dalla troppa eccitazione e dalla paura di non riuscire a venire. Guardo, incuriosito, mentre il suo corpo si irrigidisce, il bacino che si spinge in avanti, gli occhi che si chiudono finalmente.

Ma non viene. Il movimento delle sue mano si fa più frenetico, più disperato, ma l'orgasmo non arriva. Resta lì, sospeso in quello stato di quasivenire, il pene che pulsa senza scaricare, il liquido che non esce.

Bianca apre finalmente gli occhi. Si solleva sui gomiti, il suo corpo che si muove con quella lentezza del postorgasmo, e guarda suo marito. C'è qualcosa nei suoi occhi, quella qualità di comprensione crudele che viene dall'aver finalmente capito.

«Trent'anni» dice, e la sua voce esce calma, quasi meditativa. «Trent'anni che ti chiedevo di guardarmi. Di vedermi. E ora che lo fai, non riesci nemmeno a venire.»

Loris emette un suono, qualcosa che è metà gemito e metà singhiozzo. Le sue mano hanno smesso di muoversi sul pene, che ora sta perdendo l'erezione, quel processo di ritorno alla flaccidità che sembra quasi una resa.

Bianca si gira verso di me. I suoi occhi sono ancora umidi del sudore, o forse di qualcos'altro, e c'è un sorriso che gioca sulle sue labbra, quella qualità di trionfo che viene dall'aver finalmente ottenuto quello che si voleva.

«Grazie» dice, semplice, diretto.

Non rispondo. Non c'è bisogno di parole, in questo momento. Mi avvicino al letto, il mio pene che oscilla ancora semieretto davanti a me, e mi siedo sul bordo accanto a lei. Il nostro respiro si mescola, quella sincronia che viene dal sapere che abbiamo condiviso qualcosa che non può essere spiegato.

Nel corridoio, sento i passi di Loris che si allontanano, quella qualità incerta che ha il suo passo quando non sa dove andare. La porta del bagno si chiude, il rumore dell'acqua che scorre, quella solitudine che si costruisce attorno alla vergogna.

Bianca si appoggia alla mia spalla, il suo corpo che cede finalmente tutto il suo peso. Il suo respiro si fa più lento, più regolare, quella qualità del postorgasmo che porta sempre con sé una punta di malinconia.

«Tornerai?» chiede, e la sua voce esce così bassa che è quasi un pensiero.

Guardo il soffitto, quelle crepe che disegnano mappe improvvisate, la luce del lampione che filtra dalle tende. Penso a tutte le camere in cui mi sono trovato, tutti i corpi che ho toccato, tutte le promesse che ho fatto e mantenuto o dimenticato.

«Se mi chiamerai» dico infine, e la mia voce esce neutra, quella qualità di verità che viene dal non promettere troppo.

Bianca annuisce contro la mia spalla, il suo respiro che si fa ancora più lento. Nel bagno, l'acqua continua a scorrere, quel suono che riempie l'appartamento di una solitudine che non ha nome.

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