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STORY

SEPARATA IN CASA : MI SUCCHIA FINO ALL' ESPLOSIONE

by Allforher
Viewed: 249 times Comments 1 Date: 05-01-2026 Language: Language

Ero lì al bar del Parco Ferrari, durante una di quelle serate di salsa estive, musica latina che rimbombava e gente che ballava ovunque.
Stavo bevendo una birra con il mio amico peruviano, chiacchiere leggere, quando sento una voce calda alle spalle: «Ciao… ti ricordi di me? Sai chi sono?»
Mi giro e la vedo: donna magra, elegante, capelli castani mossi, occhi verdi che mi fissano con un sorriso divertito e malizioso. Tubino nero aderente, tacchi alti, fisico asciutto e tonico che il vestito metteva in evidenza. Sui 55 anni, ma il tempo sembrava averla solo resa più affilata, più sexy.
La guardo un attimo, non la inquadro subito, faccio spallucce, guardo il mio amico e dico: «No, scusa… ma… sai chi sono?»
Lei ride bassa, sensuale, si avvicina, profumo che mi arriva dritto in testa: «Valeria… Valeria del liceo. Terza B, anni ’90. Tu sempre nell’ultimo banco, mi guardavi ma non parlavi mai. Io invece… ti sognavo già allora.»
Scatta tutto. Valeria. La morettina magra che mi faceva perdere la testa senza mai osare avvicinarla.
Parliamo ore, poi ci spostiamo su una panchina. Mi confessa: separata in casa da anni, camere diverse, il marito non la tocca più, resta con lui solo per il figlio grande. «Mi sento morta dentro… ho bisogno di sentirmi viva.»
Da lì un mese di messaggi bollenti, aperitivi carichi di tensione, mani che si sfiorano, ma niente di più. Fino a quella sera afosa di agosto.
Valeria lavora da casa, ufficio domestico per una ditta di logistica. Un pomeriggio di settembre, il marito è in officina fino a sera (la sua autofficina, ignaro di tutto), il figlio a giocare a basket con gli amici.
Mi arriva il messaggio: «Sto arrivando. 10 minuti.»
Apro la porta e lei è già lì: jeans stretti, camicetta bianca sbottonata quel tanto che basta, senza reggiseno, capezzoli che si vedono appena. Entra veloce, chiude la porta a chiave, mi guarda con occhi che bruciano: «Oggi nessuno ci disturba. Ho bisogno di te, ora.»
La prendo per la vita, la bacio contro il muro dell’ingresso, mani che scendono subito sul culo sodo. Lei geme già nella mia bocca, mi morde il labbro. La porto in camera, le strappo la camicetta, i jeans volano via: corpo magro, tonico, pelle olivastra calda, tette piccole e sode, fica rasata già fradicia sotto il perizoma.
La butto sul letto, le apro le gambe, le passo la lingua lenta sulla fica gonfia. Lei inarca la schiena, mi afferra i capelli: «Sì… leccami, toro mio… è una vita che non sento una lingua vera.» Viene la prima volta in pochi minuti, tremando forte, bagnandomi tutta la faccia.
Poi si mette in ginocchio sul letto, mi guarda dal basso: «Voglio sentirti in bocca.» Me lo prende profondo, succhia avidamente, lingua che gira, gola che si apre. La scopo in bocca tenendole i capelli, lei ansima, saliva che cola.
La rimetto supina, la penetro con una spinta secca fino in fondo. Urla il mio nome, mi graffia la schiena, gambe magre strette intorno ai miei fianchi. La sfondo forte, ritmico, profondo; lei spinge incontro, implora di più. La giro a pecorina, culo sodo in alto, la martello afferrandole i fianchi stretti mentre lei viene una seconda volta, stringendomi dentro come una morsa.
Quando sento che sto per esplodere, esco, la giro, le salgo sul petto. Lei apre subito la bocca, lingua fuori, occhi supplichevoli: «Dammi la sborra… voglio sentirla calda in gola dopo tutti questi anni.»
Le vengo dentro con fiotti densi e caldi. Lei ingoia tutto, succhia l’ultima goccia, poi mi lecca piano con un sorriso estasiato: «Cazzo… quanto è buona, quanto mi è mancata… la tua sborra è perfetta, toro mio.»
Restiamo abbracciati, sudati, ansimanti. Lei mi accarezza il petto e sussurra: «Il cornuto è in officina a sporcarsi di olio, il ragazzo a basket… e io qui, piena della tua sborra. Da oggi questa fica e questa bocca sono solo tue. Tornerò ogni volta che posso, più troia di prima.»
E infatti è così: ogni pomeriggio libero, ogni scusa, Valeria scappa da me. Sempre più affamata, sempre più mia.

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