STORY TITLE: Lo shooting in hotel 
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Lo shooting in hotel

by FotografoMalizioso
Viewed: 77 times Comments 0 Date: 08-01-2026 Language: Language

La luce del pomeriggio entrava obliqua dalle grandi finestre dell’hotel, filtrata da tende leggere color avorio.

Nizza, al di là dei vetri, vibrava di mare e di promesse non dette. La stanza era silenziosa, interrotta solo dal rumore lontano della Promenade e dal lieve clic della mia macchina fotografica mentre la preparavo.

Lei era seduta sul bordo del letto, le mani intrecciate sulle ginocchia. Indossava una camicia troppo grande, probabilmente di lui, che le scivolava su una spalla con un pudore studiato ma ancora sincero. Lo sguardo basso, un sorriso timido che tradiva l’emozione di chi sa di essere osservata ma non ha ancora deciso quanto concedere.

Lui restava in disparte, vicino alla finestra.

Non interveniva, non parlava. Osservava.

Il suo ruolo era tutto lì: nello sguardo attento, nel respiro che si faceva più lento, nel modo in cui sembrava nutrirsi di ogni minimo cambiamento di lei.

All’inizio scattai fotografie rispettose, quasi classiche. Lei seguiva le indicazioni con cautela, muovendosi come se stesse imparando un linguaggio nuovo. Ma a poco a poco qualcosa cambiò. La tensione lasciò spazio alla curiosità. La camicia si aprì appena di più. La schiena si inarcò con naturalezza. Gli occhi, finalmente, si sollevarono verso l’obiettivo, carichi di una luce diversa.

Ogni click era un invito. Ogni posa un passo in avanti.

Lui non si muoveva, ma era evidente che stesse “sbloccando” qualcosa dentro di sé: non gelosia, bensì un consenso profondo, quasi orgoglioso. Era il suo silenzio a rendere tutto possibile. Lei lo percepiva, lo assorbiva, e quella certezza la rendeva audace.

La stanza si fece più calda, l’aria più densa. Non c’era nulla di volgare, solo una crescente intimità, come se la macchina fotografica fosse diventata un pretesto per raccontare una storia più antica: fiducia, desiderio, abbandono.

A un certo punto lei si avvicinò. Non più alla camera, ma a me. La distanza professionale si assottigliò fino a diventare elettrica. Si voltò un istante verso il marito, cercando i suoi occhi. Lui annuì appena. Fu un gesto minimo, ma definitivo.

Poi tornò a guardarmi e, con un sorriso lento, quasi solenne, disse a bassa voce che desiderava vivere quel momento solo con me. Non come provocazione, ma come scelta consapevole. Come l’atto finale di una complicità condivisa.

Abbassai la macchina fotografica.

Quando si avvicinò, sentii il suo profumo prima ancora di percepirne il corpo. Non c’era più timidezza nei suoi gesti: solo una calma decisa, sensuale, quasi autorevole.

Le sue dita sfiorarono il mio polso, lente, come a chiedere il permesso senza usare parole. Il contatto era minimo, ma sufficiente a far vibrare l’aria.

Alle mie spalle, il marito restava immobile. Non distolse lo sguardo. Al contrario, sembrava trattenere il respiro, come se ogni secondo di attesa amplificasse ciò che stava accadendo. Era presente in modo totale, proprio perché non interveniva.

Lei si avvicinò ancora, fino a ridurre lo spazio tra i nostri corpi a un dettaglio irrilevante. Il suo sguardo non era più quello di una modella, ma di una donna che sceglie. Le labbra socchiuse, il respiro caldo, la consapevolezza piena di essere desiderata e osservata. Quando parlò, la voce era bassa, vibrante.

«Adesso… solo io.»

Fu in quel momento che la tensione trattenuta trovò sfogo. Non ci fu fretta, né gesti bruschi. Solo una lenta, inevitabile resa al desiderio, fatta di contatti più intensi, di pelle che si cercava, di sospiri che non avevano più bisogno di essere contenuti.

Lei si abbandonò completamente, guidando la scena con naturalezza, mentre alle nostre spalle lui assisteva all’esplosione finale di ciò che aveva atteso, voluto, permesso.

La macchina fotografica restò sul tavolo.

Lei guidò i miei gesti senza esitazione, posando le mani sul mio petto come per prendersi lo spazio che desiderava. I nostri corpi si allinearono lentamente, con quella lentezza voluta che rende ogni contatto più profondo.

Il tessuto che la copriva scivolò via poco a poco, seguendo il movimento naturale dei fianchi, mentre la sua pelle cercava la mia con decisione crescente.

Il ritmo cambiò: non più pose, ma un dialogo fatto di pressioni, di torsioni leggere, di respiri che si intrecciavano. Lei si muoveva con sicurezza, avvicinandosi e allontanandosi quanto bastava per mantenere la tensione alta, lasciando che il desiderio si accumulasse senza mai spezzarsi. Ogni gesto era deliberato, ogni contatto un messaggio chiaro.

Alle nostre spalle, lui era presente come un’ombra vigile. Non parlava, ma il suo sguardo era una partecipazione totale: seguiva i movimenti della moglie, il modo in cui prendeva il controllo, come se quell’abbandono fosse anche il suo. Più lei si lasciava andare, più lui sembrava sciogliersi, finalmente libero di assistere a ciò che aveva immaginato e voluto.

Quando lei si fermò un istante, appoggiando la fronte contro la mia, il suo respiro era irregolare, caldo. Mi cercò con il corpo intero, senza più filtri, lasciando che la tensione esplodesse in un intreccio inevitabile di pelle, forza e desiderio trattenuto troppo a lungo.

Fu un momento intenso, quasi travolgente, in cui tutto trovò compimento: la sua audacia, il suo abbandono, la sua scelta.

Poi si voltò verso il marito.
Nei suoi occhi non c’era colpa, solo una calma appagata.

E lui, finalmente, lasciò andare tutto e riversò il suo caldo nettare sulle lenzuola bagnate.

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