STORY TITLE: Quello che non doveva succedere.. 
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STORY

Quello che non doveva succedere..

by AspiranteCornutobsx
Viewed: 271 times Comments 0 Date: 19-01-2026 Language: Language

Era un pomeriggio di metà gennaio, uno di quelli in cui il sole filtra flebile attraverso le persiane, ma l’aria conserva ancora quel un pizzico di freddo invernale. Francesca avrebbe dovuto finire il turno alle otto di sera, e io contavo su quelle ore di solitudine per schiarirmi la testa. Quando arrivò il messaggio di Marco, il mio padrone di casa, non sospettai nulla di strano:

«Passo per controllare la caldaia e firmare qualche documento. Ci sei?»

Risposi di sì, con il cuore che accelerava senza un motivo apparente. O forse sì: sapevo di averlo colto troppe volte a guardarmi con quell’aria che non lascia dubbi. Quell’aria che diceva: «So chi sei. E so cosa vuoi.»

L’Arrivo di Marco

Marco arrivò in orario, con quell’odore di dopobarba e pelle vissuta che mi faceva venire l’acquolina in bocca. Camicia slacciata al punto giusto, jeans che aderivano alle cosce muscolose, e quel sorrisetto compiaciuto che mi faceva sentire piccolo e desiderato allo stesso tempo.

«Due firme, Enrico» disse, appoggiando i documenti sul tavolo della cucina. «Poi do un’occhiata alla caldaia.»

Firmai senza leggere, le mani che tremavano leggermente. Lui si avvicinò, si appoggiò al tavolo, gli occhi fissi su di me. «Sai, questa casa è bella… ma manca qualcosa.»

«Ah sì?» provai a sorridere, ma la voce mi uscì strozzata.

«Sì. Manca un po’ di… manutenzione speciale. Quella che non si vede, ma si sente.» Mi fissava, e sapevo già di aver perso. «E tu sembri uno che sa quando è il momento di rimboccarsi le maniche.»

Non risposi. Il corpo parlò per me: restai fermo, ma senza chiudermi. E lui fece il passo successivo. Mi spinse appena verso la parete, con la calma di chi non ha bisogno di chiedere. «Ti va?» sussurrò, non per chiedere, ma per farmi sentire il calore del suo corpo contro il mio.

Bastò.

La Sottomissione

Mi ritrovai in ginocchio, la fronte che sfiorava il bottone dei suoi jeans. Li aprì senza dire una parola, tremando più di desiderio che di paura. Quando lo liberai, il cuore mi saltò in gola. Era caldo, pesante, profumato d’uomo. Lo avvicinai alle labbra, assaporando l’odore salato, la pelle tesa, il sapore che mi accendeva dentro un fuoco che avevo tenuto nascosto troppo a lungo.

La prima leccata fu lenta, quasi timida. Poi lo presi più a fondo, chiudendo gli occhi mentre lui mi posava la mano sulla nuca con autorità. «Bravo… così… fammi sentire che sei sincero» mormorò, con quel tono basso che mi scioglieva. La saliva iniziava a colare, il respiro si spezzava, ma non mi fermavo. Volevo che sapesse quanto lo desideravo. Volevo meritarmi ogni suo gemito.

Ed è lì, mentre lo servivo con devozione, che sentii la chiave girare nella porta.

Il Ritorno di Francesca

Un rumore secco. Poi la voce: «Amore, sono tornata prima…» Si bloccò. La borsa le scivolò dalla spalla. Francesca era immobile sulla soglia, gli occhi spalancati che passavano da Marco a me: il mio corpo in ginocchio, la testa che si muoveva piano sul suo cazzo teso, la sua mano che mi guidava come se fossi sua cosa.

«MA… ENRICO?!» Il grido rimbalzò tra le pareti.

Provai a staccarmi, ma Marco mi tenne un istante di più, come a dire: «Ora sa tutto.» Poi mi lasciò andare, ma io restai giù, il volto bagnato, le labbra rosse di vergogna e piacere.

«Francesca» disse Marco, calmo, come se non ci fosse nulla di strano. «Scusami se non ho avvisato. Dovevo controllare la caldaia… e ho trovato qualcosa di molto più interessante.»

Lei era rossa, le mani strette sulle chiavi. «Ma… che cazzo state facendo?!»

Marco sorrise, lento, la voce vellutata: «Non serve che fingi di non aver capito. Guarda bene. Il tuo uomo… è speciale. Non tutti hanno il coraggio di dare piacere così.»

«Stai zitto!» urlò lei, ma rimase ferma. Non si avvicinò, non scappò. Respirava veloce. Io la guardai dal basso, il cuore che esplodeva. Non trovai le parole. Le mie ginocchia bruciavano sulla ceramica, ma non mi mossi.

Marco le fece un passo incontro, senza chiudersi i pantaloni. «Non giudicarlo. Anzi… ringrazialo. Così non devi accontentarti di un uomo che finge di essere quello che non è.» Poi abbassò il tono, sottile come una lama: «Ma tu, Francesca… tu meriti di sentire cosa vuol dire un uomo che prende. Che ti riempie davvero. E lui… lui è pronto a lasciarti provare.»

Lei sobbalzò: «Ma sei impazzito?!»

Marco sorrise, inclinando il capo: «Impazzito no. Realista. Guardalo.» Indicò me, ancora in ginocchio, che non mi ero mosso. «Non è scappato. Non ti ha nascosto nulla. Si è fatto trovare come piace a lui. E come… potrebbe piacere a te.»

Il silenzio fu denso. Francesca si morse il labbro. «Io… io non…»

«Non devi dire niente» la interruppe Marco. «Basta che resti e guardi. Solo questo. Poi decidi se vuoi che vada via… o se vuoi venire in camera con noi.»

La sfida rimase sospesa. Francesca non rispose, ma non se ne andò. Lasciò cadere la borsa. Si appoggiò al muro, il petto che si sollevava in respiri corti. Gli occhi puntati su di me.

Marco mi riprese la testa con calma, tornando a guidarmi: «Continua, Enrico. Falle vedere quanto vali. Falle capire cosa significa servire un uomo vero.»

E io obbedii, con la bocca calda, il cuore che bruciava, mentre le labbra scivolavano lente e profonde. Lui gemette, mi tenne fermo e la guardò negli occhi. «Senti come godo? Questo è quello che lui ti nascondeva. Ma ora… è tutto qui. E se vuoi… sarà anche per te.»

La Scelta di Francesca

Il silenzio fu un colpo secco. Francesca rimase appoggiata al muro, gli occhi fissi su di me, le mani che tremavano leggermente mentre il fiato le spezzava le frasi prima che uscissero. Non se ne andò. Non urlò più. Mi guardò inginocchiato, con la bocca che scivolava lenta, docile, sotto la presa di Marco. Il rumore umido del mio respiro riempì la cucina come un peccato confessato senza parole.

«Quindi… è questo che sei» sussurrò infine, quasi parlando a se stessa. Poi, più forte, con una risata strozzata: «Ora ho la conferma… sei proprio un frocetto, Enrico.»

Mi entrò come una lama e un brivido insieme. Le labbra mi tremarono sul cazzo di Marco, ma non mi fermai. Non potevo. Mi uscì solo un gemito sommesso, mentre lui sorrise e mi strinse la nuca.

«Non offenderlo» disse piano, con la calma di chi comanda. «È un tesoro così. Uno che sa servire… merita di essere apprezzato. Anche da te.»

Francesca fece due passi avanti, lenta, come drogata da quello che vedeva. Mi fissò dall’alto, poi abbassò lo sguardo su Marco, ancora duro, lucido di saliva. Inspirò forte, come se cercasse aria e trovasse solo desiderio. «Sei uno schifo, Enrico… eppure…» Si morse il labbro, lasciò cadere la borsa. Le mani cercarono la zip dei jeans, li spinse giù con rabbia e fame insieme. «Eppure mi stai facendo bagnare come non succedeva da mesi.»

Marco le sfiorò il mento con due dita, la guardò come se fosse già sua. «Brava… così ti voglio. Vieni qui. Te lo faccio sentire come non l’hai mai avuto.»

Lei annuì, senza più parole. Marco la girò verso la camera, ma non mi lasciò indietro: «Muoviti, frocetto. Vieni anche tu. Oggi servi tutti e due.»

La Camera da Letto

La stanza odorava di sesso prima ancora che entrassimo. Francesca si lasciò cadere sul letto, gambe aperte, gli slip già spariti. Aveva lo sguardo annebbiato, il petto che saliva e scendeva come se avesse corso chilometri. «Fammi vedere… fammi vedere quanto vali, Marco…»

Lui la prese senza esitazione, le mani dure sulle sue cosce, e quando affondò il primo colpo lei urlò un suono che non le avevo mai sentito fare. Mi tagliò dentro, ma mi eccitò più di qualsiasi cosa. Mi piegai tra loro, iniziai dalle sue labbra, la baciai mentre gemeva, sentii il suo fiato spezzarsi quando Marco la spinse più a fondo. Poi scesi, come un cane fedele, e mi infila dove entrambi si univano. Il calore, il sapore di lei mescolato a lui… mi riempì la bocca. Mi persi. Il suo cazzo scivolava nella mia donna.

«Guarda come lecca… Cristo, sembra nato per questo» ringhiò Marco, spingendo più forte. «Tienila aperta, Enrico. Voglio scoparla fino a sentirla gridare il mio nome.»

Obbedii. Le mani sulle sue cosce, la lingua che correva tra la carne e la pelle tesa di Marco. Francesca mi afferra i capelli con una mano, con l’altra gli graffia la schiena. «Sì… sì… continua… siete due porci… e io… io non riesco a fermarmi…»

Marco la prendeva con forza, colpi pieni, e il letto sbatteva contro il muro. «Così… bravissima… urla per me, non per lui… per l’uomo che ti fa godere davvero.»

Lei gridò, lo fece, e io ero lì, incastrato tra il loro piacere, a leccare, succhiare, sentire ogni goccia, ogni vibrazione. Il mondo si spense. Esistevo solo per servirli.

L’Orgoglio e la Vergogna

Quando Marco esplose dentro di lei, il suo gemito fu un tuono. Francesca lo seguì, tremando tutta, le unghie piantate nella pelle. Io restai giù, inghiottendo il sapore di entrambi senza pensare, senza fiato. Assaporando la sborra tra la fica della mia donna e il cazzo lucente che gocciolava piacere.

Quando finalmente sollevai la testa, loro erano fusi in un abbraccio ansimante. Francesca mi guardò, sfinita, i capelli incollati al viso, e sussurrò: «Non so se odiarti… o se volerti così per sempre.»

Marco rise piano, accarezzandole la coscia: «Non scegliere ora. Goditelo. Poi decidi. Ma sappi una cosa… da oggi questa casa ha trovato l’equilibrio che mancava.»

E io, in ginocchio accanto al letto, capii che non c’era ritorno. E che forse non l’avrei neanche voluto. Ero cornuto, sì. E per la mia donna, ormai, ero anche il suo frocetto. Ma in quel momento, mentre il sapore di Marco e Francesca mi riempiva ancora la bocca, mi resi conto di una cosa: per la prima volta, mi sentivo al mio posto. Non come Enrico, l’uomo insicuro e remissivo. Ma come lei. La donna che avevo sempre saputo di essere.

E per la prima volta, non avevo paura di ammetterlo. Nemmeno davanti a loro.

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