STORY TITLE: La Porta Socchiusa.. 
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La Porta Socchiusa..

by AspiranteCornutobsx
Viewed: 179 times Comments 0 Date: 12-01-2026 Language: Language

La discussione con Francesca era stata più pesante del solito. Parole taglienti, silenzi carichi di tensione. Avevo bisogno di aria, di distanza. Senza una meta precisa, mi ero infilato in macchina e avevo guidato per ore, finché la rabbia non si era trasformata in un ronzio sordo sotto la pelle. Due giorni lontano da casa, due notti insonni con il telefono stretto tra le dita, diviso tra il desiderio di chiamarla e la voglia di lasciarla marcire nel suo orgoglio.

Francesca aveva le sue abitudini quando litigavamo. Cercava conforto altrove, soprattutto in chat, tra messaggi sfuggenti e conversazioni che sapevo finire dove non avrei voluto immaginare. Eppure, ogni volta, era come se una lama mi girasse nelle viscere. Ma chi ero io per giudicarla? Nelle ombre della nostra vita coniugale, anche io avevo i miei segreti. Incontri fugaci, sempre orali, sempre con uomini più maturi, più esperti. Uomini che sapevano cosa volevano e come prenderlo.

Quando decisi di tornare, il sole stava calando, tingendo il cielo di un rosa violaceo. L’aria era tiepida, carica dell’umidità dell’estate alle porte. Parcheggiai sotto casa con le mani che sudavano leggermente sul volante. Salii le scale con passo incerto, le chiavi che sembravano pesarmi come macigni.

Un brivido mi corse lungo la schiena. Non era un segnale chiaro, ma sufficiente per farmi capire che qualcosa non andava. Spinsi lentamente il battente, il legno che cigolava appena. Il silenzio della casa era diverso, più denso, più… umido. E poi, udii una risata.

Non era la risata solita di Francesca. Era più bassa, più carnale, interrotta da un respiro affannato. E subito dopo, una voce maschile, roca, sicura di sé.

*«Dai, apriti ancora…»*

Il sangue mi gelò nelle vene. Eppure, nello stesso istante, sentii un calore improvviso, quasi vergognoso, pulsarmi tra le gambe. Rimasi immobile, incollato al pavimento, mentre i suoni provenienti dalla camera da letto si facevano più nitidi.

Francesca gemeva.

Un suono che conoscevo bene, ma mai in quel tono, mai con quell’abbandono. Senza volerlo, la mia mente cominciò a costruire l’immagine: lei, nuda, le cosce aperte, le dita affondate nelle lenzuola mentre un uomo—un estraneo—le prendeva ciò che era mio. O forse, ciò che non era mai stato davvero mio.

Trattenni il respiro e feci un passo avanti, poi un altro, fino a che non mi trovai davanti alla porta della camera, socchiusa quanto quella di ingresso.

E allora vidi.

Francesca era a carponi sul letto, la schiena inarcata, i capelli sciolti che le oscuravano metà del viso. Le sue unghie erano affondate nel materasso, le natiche che tremavano ad ogni spinta. E dietro di lei, un uomo—massiccio, con le spalle larghe e le braccia tese a tenerle i fianchi—la penetrava con movimenti lenti ma profondi. Troppo profondi.

Era dotato.

Enormemente dotato.

La mia bocca si riempì di saliva mentre osservavo quel membro scuro, spesso, che scompariva dentro di lei con una facilità che mi lasciò senza fiato. Francesca ansimava, il suo corpo che rispondeva ad ogni colpo con un sussulto, le labbra socchiuse in un gemito strozzato.

*«Così… sì, cazzo, così…»* mormorò l’uomo, la voce un brusio animalesco.

Le mie mani si strinsero a pugno. Avrei dovuto irrompere, urlare, prenderlo a pugni. Invece, rimasi lì, paralizzato da un’emozione che non sapevo decifrare. Rabbia? Sì. Ma anche qualcos’altro. Qualcosa di più oscuro, più umiliante.

Francesca si voltò di scatto, come se avesse sentito la mia presenza. I nostri occhi si incrociarono per un attimo infinito. E invece di fermarsi, di coprirsi, di urlare—inarcò ancora di più la schiena e gemette più forte, come se volesse che io vedessi. Come se volesse che sapessi.

L’uomo afferrò i suoi fianchi e aumentò il ritmo, i muscoli della schiena che si tendevano sotto la pelle sudata. Il suono della carne contro carne riempì la stanza, insieme ai gemiti di Francesca, sempre più alti, sempre più disperati.

E io… io non potevo distogliere lo sguardo.

Vidi quando lui le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa. Vidi quando le sue dita le strisciarono sulla gola, possessivo. Vidi quando il suo cazzo le sfondò ancora più dentro, facendola urlare.

E poi, il momento in cui lui si bloccò, il corpo irrigidito, mentre le inondava di seme.

Francesca cadde in avanti, ansimante, il viso sepolto nel cuscino. L’uomo le diede un ultimo colpetto sul sedere, soddisfatto, prima di ritirarsi.

Fu allora che mi mossi. Senza una parola, senza un suono, tornai sui miei passi e uscii di casa.

Ma l’immagine di mia moglie, posseduta da un altro uomo, non mi avrebbe mai lasciato.

E, in qualche modo perverso, sapevo che ne ero eccitato.

Rimasi fuori per quello che mi sembrò un’eternità, seduto in macchina con le mani ancora tremanti sul volante. Avevo acceso una sigaretta, ma il sapore mi sembrava cenere in bocca. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo Francesca piegata sotto quel uomo, il suo corpo che rispondeva a ogni sua spinta con un abbandono che non le avevo mai conosciuto.

Il tempo si era dilatato, ma alla fine, la porta di casa si aprì e l’uomo uscì.

Era più alto di me, con spalle larghe e un’andatura sicura. Si sistemò la cintura dei pantaloni con un gesto compiaciuto, quasi soddisfatto di sé. Per un attimo, mi fissò—come se sapesse che ero lì, che avevo visto tutto—poi sorrise, un sorriso che mi fece ribollire il sangue. Ma non era solo rabbia. Era qualcosa di più profondo, più malato.

Aspettai che la sua auto scomparisse all’orizzonte prima di rientrare.

La casa era silenziosa, ma l’odore del sesso era ancora nell’aria, pesante, inconfondibile. Salii le scale con passo lento, il cuore che batteva a martello. La porta della camera era ancora aperta.

Francesca era seduta sul letto, avvolta solo in un lenzuolo, i capelli ancora disordinati. Aveva le labbra leggermente gonfie, il collo segnato da un livido a forma di dita. Mi fissò senza dire nulla, ma nei suoi occhi c’era una sfida.

*«Allora?»* dissi, la voce più calma di quanto mi aspettassi.

Lei abbassò lo sguardo, le dita che giocherellavano con il bordo del lenzuolo. *«Non dovevi tornare prima di domani.»*

*«Era quello il piano?»* Feci un passo avanti. *«Che io me ne andassi e tu ti facessi sfondare da un altro?»*

Francesca alzò gli occhi, e questa volta c’era qualcosa di diverso nel suo sguardo. Non era rimorso. Era quasi… divertimento. *«Ti è piaciuto guardare?»*

Il mio respiro si bloccò.

Lei si alzò, lasciando cadere il lenzuolo. Era ancora nuda, la pelle arrossata dove lui l’aveva afferrata, le cosce ancora lucide. Avanzò verso di me, lenta, come una predatrice.

*«Lo so che eri lì»* sussurrò. *«Lo so che hai visto tutto.»*

Mi sfiorò il petto con un dito, poi scivolò più giù, verso la cintura dei miei pantaloni. *«E so anche che ti è piaciuto.»*

La mia erezione era dolorosa, impossibile da nascondere.

Francesca sorrise, maliziosa, mentre la sua mano si insinuava tra i miei vestiti. *«Vuoi sapere com’è?»* mormorò. *«Vuoi sapere com’è sentirlo tutto dentro?»*

Non risposi. Ma non dovevo.

Lei già sapeva la verità.

E io, in quel momento, capii che nulla sarebbe stato più come prima.

**La Porta Socchiusa – L’Umiliazione**

Francesca mi spinse contro il muro, le dita che sbottonavano frenetiche i miei pantaloni. Sentii l’aria fredda sulla pelle nuda mentre mi liberava il cazzo, già durissimo, pulsante di un’eccitazione malata.

*«Guarda come sei»* sghignazzò, stringendomi con forza, quasi a farmi male. *«Così eccitato mentre pensi a quel cazzo che mi riempiva.»*

Il suo tocco era crudele, diverso dal solito. Non c’era tenerezza, solo possesso e disprezzo. Mi guidò verso il letto, ancora impregnato del loro odore, e mi fece sedere sul bordo. Poi, con un movimento lento, si inginocchiò davanti a me, gli occhi pieni di una sfida oscura.

*«Lui è enorme»* sussurrò, la voce carica di un piacere perverso. *«Mi ha aperta come nessuno ha mai fatto.»*

Le labbra mi si seccarono. Non riuscivo a smettere di immaginare la scena: il suo cazzo che le dilatava, la faccia di Francesca mentre lo prendeva tutta, il modo in cui doveva essersi sentita… piena.

*«Tu invece…»* La sua mano mi strinse di nuovo, ma stavolta con un ghigno di scherno. *«Sei così piccolo in confronto. L’hai visto, no? Hai visto quanto era grosso?»*

Un brivido mi corse lungo la schiena. Sapevo che avrei dovuto fermarla, dirle di smetterla. Invece, il mio cazzo pulsò ancora più forte tra le sue dita.

Francesca rise, un suono basso e carnale. *«Ti piace sentirti inferiore, eh?»* Abbassò la testa e mi prese in bocca, ma non come faceva di solito. Non era un gesto d’amore. Era una presa in giro, una dimostrazione di potere.

*«Mmmh… sì»* borbottò, tirandosi indietro con un sorriso crudele. *«Lui mi riempiva la gola, sai? Tu invece… sparisci.»*

Mi penetrò con le dita, affondandomi dentro con violenza, mentre l’altra mano continuava a masturbarmi in modo meccanico, senza pietà.

*«Sai da quanto tempo ti tradisco?»* sussurrò, avvicinandosi al mio orecchio. *«Da anni. Tutti più grossi di te. Tutti più uomini di te.»*

Un gemito mi sfuggì. Non sapevo se fosse dolore o piacere. Forse entrambi.

*«E sai perché?»* Continuò, le dita che mi torturavano dentro. *«Perché un cazzetto come il tuo non basta a una donna come me.»*

Mi sentii esplodere, l’orgasmo che mi strappava via ogni dignità, schizzando tra le sue dita come un ragazzino.

Francesca si tirò indietro, guardando il mio sperma con disgusto. *«Patetico.»*

Poi si alzò, lasciandomi lì, sudato e tremante, mentre andava verso la doccia.

E io, per la prima volta, capii davvero cosa significava essere cornuto.

E, Dio mi perdoni, mi era piaciuto.
Francesca si fermò a metà strada verso il bagno, voltandosi con uno sguardo che mescolava disprezzo e divertimento perverso. Le sue cosce erano ancora lucide, i peli intrisi della sborra dell'altro uomo. Con un movimento lento, si aprì le labbra con due dita, mostrandomi il suo interno ancora dilatato, colante.

*

Guarda come mi ha lasciata

* sussurrò, avvicinandosi. *

Tutta piena di lui. E ora voglio che tu la pulisca.

*

Il mio respiro si fece affannoso. Il mio cazzo, nonostante l'orgasmo di poco prima, iniziò a riprendersi.

*

Forza, cornutino

* mi provocò, avvicinandosi al mio viso. *

L'hai sempre voluto, non mentire. L'hai sognato mentre ti facevi le seghe di nascosto.

*

Era vero. Ogni sua parola era una frustata e una carezza allo stesso tempo. Avvicinai la lingua, tremante. L'odore era intenso, muschiato, il sapore salato e amaro insieme. Francesca gemette finto quando la lambii, fingendo piacere solo per umiliarmi ancora di più.

*

Mmmh, sì, bravo il mio cuck

* borbottò, afferrandomi i capelli e spingendomi più dentro. *

Lèccami tutta, devi bere fino all'ultima goccia di quello che non sarai mai capace di darmi.

*

Mentre obbedivo, lei iniziò a parlare, ogni parola un coltello che mi trafiggeva e al tempo stesso mi eccitava follemente:

*

Sai perché sto con te? Perché sei debole. Perché sei quel tipo di uomo che accetta tutto. Il proprietario di casa? Mi scopava nel nostro letto mentre tu eri al lavoro. Il vicino? Mi prendeva in giro dicendomi che eri un povero cornuto, e io ridevo mentre mi sfondava nel garage.

*

La mia lingua continuava a lavorare, anche se le sue parole mi facevano sentire un verme. Anzi, forse proprio per quello.

*

Tutti lo sanno. Tutti hanno riso di te. E sai la cosa più divertente?

* Si piegò all'indietro, godendo del mio sguardo supplichevole. *

Che continuerà. Per sempre. Perché questo è tutto ciò che meriti.

*

Quando finalmente si staccò da me, lasciandomi con il mento bagnato e gli occhi lucidi, fece un sorriso che non dimenticherò mai:

*

Ora fammi una doccia, marito mio. E preparati, perché stasera viene il ragazzo del supermercato. E vuole filmare tutto... per i suoi amici.

*

E mentre lei cantava sotto la doccia, io rimasi in ginocchio, con il cazzo di nuovo durissimo, sapendo che la mia vita sarebbe stata per sempre così.

E amandolo segretamente.

Il campanello suonò proprio mentre finivo di pulire il pavimento, ancora in ginocchio, con le mani che tremavano leggermente. Francesca uscì dal bagno avvolta solo in un asciugamano, i capelli bagnati che le ricadevano sulle spalle, la pelle ancora arrossata per le mani dell’altro uomo che l’aveva posseduta prima di me.

*«È lui»* disse, con un sorriso che mi fece rabbrividire. *«Vai ad aprire, cornutino. E ricordati di comportarti bene.»*

Mi alzai a fatica, il cuore in gola, e andai alla porta. Quando la spalancai, mi trovai davanti un ragazzo giovane, forse ventenne, alto e atletico, con un sorriso sicuro e occhi che già mi guardavano con sufficienza. Aveva i capelli scuri spettinati e le mani grandi, quelle di chi lavora e non ha paura di sporcarsele.

*«Ehilà»* disse, entrando senza nemmeno aspettare un invito. *«Dov’è la troia?»*

Francesca rise dall’altro lato del salotto, lasciando cadere l’asciugamano. Era già nuda, il corpo ancora segnato dalle mani degli uomini che l’avevano avuta prima.

*«Eccomi»* rispose, mordendosi il labbro. *«Sei pronto a farmi diventare la tua puttana?»*

Il ragazzo – Marco, come scoprii dopo – le lanciò un’occhiata e rise, come se la domanda fosse stupida. *«Più che pronta, sembri già la puttana di mezzo quartiere.»*

Francesca rise, divertita, e si avvicinò a lui, accarezzandogli il petto attraverso la maglietta. Io rimasi lì, immobile, il cazzo che pulsava nonostante l’umiliazione.

*«Il mio cornuto vuole guardare»* sussurrò Francesca, indicandomi con un gesto della testa. *«Gli piace vedermi prendere cazzi più grossi del suo.»*

Marco mi guardò, alzando un sopracciglio. *«Ah, sì? E gli piace anche pulire?»*

Francesca annuì, maliziosa. *«Molto.»*

Marco non perse tempo. Si tolse la maglietta, mostrando un torso scolpito, e poi sbottonò i jeans. Quando li abbassò, il mio respiro si bloccò.

Era enorme.

Francesca si inginocchiò davanti a lui, le labbra che si schiacciarono contro la forma del suo cazzo attraverso gli slip. Marco le afferrò i capelli e la tirò verso di sé, facendole annusare il suo odore.

*«Succhia»* le ordinò, e lei obbedì all’istante.

Per quasi un’ora, guardai Francesca essere usata come una troia. Marco la scopò in ogni posizione, sul divano, contro il muro, a pecora sul letto. Ogni volta che lei gemeva, ogni volta che lui la chiamava «puttana» o «zoccola», io sentivo un’ondata di vergogna e piacere mescolati.

Poi, finalmente, Marco le afferrò i capelli e le spinse la testa all’indietro. *«Aprì la bocca, voglio che il tuo cornuto veda dove va a finire la sborra che non riesce a darti.»*

Francesca obbedì, aprendo la bocca a dovere, la lingua fuori, gli occhi che mi fissavano mentre Marco le sborrava in gola. Lo sperma le colò dalle labbra, denso e bianco, e lei lo raccolse con le dita, mostrandomelo.

Poi, con un sorriso, mi chiamò a sé.

*«Vieni qui, amore»* disse, in un tono che non ammetteva rifiuti. *«È ora di condividere.»*

Mi avvicinai, tremante, e quando le nostre labbra si incontrarono, il sapore della sborra di Marco si mescolò tra noi. Francesca mi passò il liquido in bocca, costringendomi a ingoiare, mentre rideva contro le mie labbra.

*«Adesso sì che sei davvero mio»* sussurrò.

E io, in quel momento, capii che non sarei mai più stato altro che questo: il suo cornuto, il suo sottomesso, lo spettatore della sua lussuria.

E, Dio mi perdoni, non volevo che fosse diverso.

Francesca rise, le labbra ancora sporche della sborra di Marco, mentre mi guardava con occhi carichi di un’intesa perversione.

*«Vuoi assaggiarlo davvero, piccolo?»* mi sussurrò, accarezzandomi il viso con una mano che sapeva ancora di sesso e sudore. *«Vuoi sentire com’è un vero uomo?»*

Marco, ancora nudo e imponente, si avvicinò con un ghigno di superiorità. Il suo cazzo era semieretto, ancora lucido dei succhi di Francesca, la punta arrossata e gonfia dopo averla scopata con tanta violenza.

*«Aprite bene»* ordinò, prendendosi il suo membro in mano e avvicinandolo alle nostre facce.

Francesca obbedì immediatamente, protendendo la lingua come una brava cagnolina, mentre io rimasi immobile, il cuore che batteva a mille. Marco mi afferrò per i capelli e mi tirò verso di lui, senza gentilezza.

*«Non fare lo schizzinoso, cornutino»* ringhiò. *«Se vuoi guardare mentre scopo tua moglie, allora ora partecipi.»*

Francesca mi lanciò un’occhiata di complicità malata. *«Fallo per me»* mormorò. *«Voglio vederti leccare il cazzo che mi distrugge.»*

E così, mentre Marco ci teneva entrambi per la nuca, io aprii la bocca.

Il sapore fu intenso, salato, il peso del suo membro sulla mia lingua un’umiliazione totale. Francesca si avvicinò, e insieme, come due amanti complici, lo leccammo insieme, pulendolo dalla sua stessa sborra e dai succhi di lei.

Marco rise sopra di noi, godendo dello spettacolo. *«Che coppia perfetta»* borbottò. *«La puttana e il suo cornuto.»*

Francesca si staccò per un attimo, le labbra lucide. *«Ti piace, amore?»* mi chiese, fingendo tenerezza. *«Ti piace sentire il cazzo che ti sostituisce?»*

Non risposi. Non potevo. Ma il mio cazzo, durissimo tra le gambe, era la risposta più sincera.

Marco ci fece allontanare con un gesto, poi si rimise i pantaloni, lasciandoci lì, in ginocello sul pavimento, ancora con il suo sapore in bocca.

*«Alla prossima»* ci disse, come se fosse un arrivederci tra amici. Poi uscì, lasciando la porta socchiusa.

Francesca si alzò, stiracchiandosi come una gatta sazia. *«E ora, marito mio»* sospirò, *«puliscimi tutto. Non voglio tracce… almeno finché non torna il prossimo.»*

E mentre mi mettevo all’opera, con la lingua e le dita, sapevo che questa sarebbe stata la mia vita.

E, in fondo, non volevo altro.

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