STORY TITLE: Tradita dalla Migliore Amica: La Testimone che mi ha Svuotato nel Culo Prima delle Nozze 
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Tradita dalla Migliore Amica: La Testimone che mi ha Svuotato nel Culo Prima delle Nozze

by Allforher
Viewed: 274 times Comments 3 Date: 12-01-2026 Language: Language

Era il 22 settembre 2002, Bologna, in hotel .
Tutto era pronto da mesi per il mio matrimonio con Giulia: la chiesa di San Petronio prenotata con un anno di anticipo, il ricevimento in una villa sui colli bolognesi, le bomboniere di ceramica dipinta a mano, il fotografo già con le prime bozze pronte, l’orchestra che avrebbe suonato esattamente la nostra canzone per il primo ballo.
Ogni dettaglio perfetto.
Tranne il fuoco che covavo da quando avevo diciotto anni.
Sara era l’amica d’infanzia di Giulia.
La sua fedele compagna di banco dalle elementari, la complice di tutti i segreti delle medie e del liceo, la ragazza che passava i pomeriggi e i weekend a casa sua a studiare, a chiacchierare, a ridere fino alle lacrime.
Erano inseparabili da sempre.
Quando io e Giulia abbiamo iniziato a frequentarci seriamente, Sara era sempre lì: entusiasta per l’amica, curiosa verso di me, parte integrante delle nostre serate.
E io… io la guardavo.
Nei weekend in cui veniva a Bologna dai genitori, dopo essersi trasferita a Modena col marito notaio, passava spesso da noi.
Io la fissavo mentre camminava in cucina con quei jeans aderenti, mentre si chinava a prendere qualcosa dal frigo e il culo sodo e alto si tendeva, mentre le tette enormi premevano contro le magliette strette o contro i top estivi troppo scollati.
Fantasticavo.
Fantasticavo di piegarla su quel tavolo mentre Giulia era in bagno, di scoparla in silenzio fino a farla tremare, di prenderla in tutti i modi possibili.
Era il mio sogno proibito da più di quindici anni.
Un pensiero che mi faceva diventare duro all’istante, ogni volta che la vedevo entrare in casa con quel sorriso complice che riservava a Giulia… e che a volte sembrava rivolgere anche a me.
Non l’avevo mai toccata.
Mai scopata.
Solo guardata.
Solo desiderata in silenzio.
Fino a quella notte.
Giulia l’aveva voluta come testimone di nozze senza esitazione:
«È la mia sorella di vita, la mia fedele amica da sempre. Deve stare vicina allo sposo la sera prima, così lo tiene calmo».
Sara era tornata apposta da Modena quel pomeriggio e aveva preso la stanza 704, a pochi metri dalla mia.
Era una donna piena, generosa, con le curve della maternità che la rendevano devastante: fianchi larghi, vita morbida, pancia appena arrotondata, due tette pesantissime che sfidavano ogni reggiseno, capezzoli grandi e scuri che si intravedevano sempre.
E quel culo: sodo, grosso quel tanto che bastava, il tipo di culo che avevo immaginato migliaia di volte mentre la guardavo muoversi in casa nostra.
Ci siamo incontrati al ristorante dell’hotel alle 20:30.
Sala intima, luci calde, candele tremolanti, un pianista jazz in sottofondo.
Lei è entrata con un vestito nero aderente, scollatura vertiginosa, spacco alto sulla coscia.
Si è seduta di fronte a me, ha incrociato le gambe lentamente, e mi ha sorriso.
Quel sorriso che conoscevo da una vita intera, ma che stavolta era carico di elettricità proibita.
Prosecco.
Prima bottiglia finita in fretta.
Seconda aperta.
Brindisi all’amicizia eterna, al matrimonio, alla “libertà che finisce”.
Dopo il quarto bicchiere le sue guance erano rosse, gli occhi castani brillavano.
Sotto il tavolo il suo piede nudo ha sfiorato il mio, poi è salito lungo il polpaccio.
«Portami di sopra» ha sussurrato alla fine, voce bassa e roca.
«Dimmi che è per provare il vestito da sposo.
Anche se sappiamo entrambi che è la scusa più vecchia del mondo… e che Giulia non sospetterebbe mai.»
L’ascensore è stato un incendio.
Specchi ovunque.
Io dietro di lei.
Le ho infilato le mani sotto il vestito, stringendo il culo nudo.
L’ho premuta contro di me.
Era già fradicia.
Ha inclinato la testa, ha chiuso gli occhi quando le ho morso il collo.
Camera 712.
Porta sbattuta.
Solo la abatjour arancione.
L’ho inchiodata al muro.
Lingua che le invadeva la bocca, denti che le mordevano il labbro inferiore fino a farla gemere di dolore e piacere.
Le ho strappato la scollatura verso il basso, tette fuori, pesanti, calde, capezzoli gonfi.
Li ho succhiati forte, mordendo, pizzicandoli, mentre lei mi graffiava la schiena e spingeva il bacino contro il mio.
Le ho alzato il vestito con violenza.
Mutandine nere minuscole, completamente zuppe, le piccole labbra gonfie che premevano contro il pizzo.
Le ho strappate di lato.
Mi sono inginocchiato, le ho aperto le natiche, lingua profonda nella figa bagnata, pollice che girava veloce sul clitoride turgido.
Ha urlato piano, ginocchia che tremavano, culo che spingeva contro la mia faccia.
Mi sono rialzato, pantaloni giù.
Cazzo duro da far male.
Un affondo violento, fino in fondo.
Ha gridato, unghie sul muro.
«Cazzo… mi spacchi…»
Abbiamo scopato ovunque: contro il muro, a quattro zambe sul letto, sul tavolo, davanti alla finestra con Bologna illuminata sotto di noi.
Le ho tirato i capelli, schiaffeggiato il culo fino a farlo diventare viola.
Ogni colpo profondo, brutale.
«Dimmi che domani penserai al mio cazzo mentre sarò lì con l’anello al dito… mentre Giulia mi guarda felice.»
«Ci penserò… giuro… penserò a come mi stai sfondando mentre la mia migliore amica diventa tua moglie… dopo tutti questi anni che mi guardavi e fantasticavi…»
Fino alle 3:18 del mattino.
L’ho fatta venire sei volte, ogni orgasmo più violento, lei che tremava, singhiozzava di piacere, la figa che mi stringeva come una morsa.
L’ultima l’ho presa da dietro, pompando selvaggio.
Sono uscito e le ho sborrato sul culo e sulla schiena, schizzi caldi che le colavano tra le natiche.
Lei in ginocchio, ha preso le ultime gocce in bocca, leccandosi le labbra con sguardo da predatrice.
Alle 3:40 si è infilata le mutandine strappate senza pulirsi.
«Devo dormire un po’… altrimenti domani ho la faccia di una che si è fatta scopare fino allo sfinimento dalla migliore amica della sposa.»
Mi ha baciato profondo.
Alle 5:49 ha bussato di nuovo.
Vestaglia dell’hotel troppo piccola, tette che spingevano contro il tessuto, capezzoli visibili, capelli in disordine, odore di sesso ovunque.
«Non ho chiuso occhio» ha sussurrato entrando.
«Ho tredici minuti prima che arrivi il tuo parrucchiere.
E sai una cosa?
Sono tornata .
Perché per tutti questi anni, ogni volta che venivo da voi nei weekend, sentivo i tuoi sguardi sul mio culo, sulle mie tette… e io fantasticavo esattamente quanto te.
Volevo che mi prendessi.
Che mi sfondassi.
In tutti i modi.
E soprattutto… volevo che me lo mettessi nel culo.
Adesso.
Prima che tu diventi marito della mia migliore amica.»
Si è girata, si è piegata sul bordo del letto, ha aperto le natiche con le mani.
Era già bagnata ovunque, il buchino stretto e rosa che pulsava leggermente.
Ho sputato sulla cappella, ho premuto piano contro di lei.
Ha ansimato forte quando la punta è entrata, un misto di dolore e desiderio puro.
«Piano… cazzo… è la prima volta lì…»
Lentamente, centimetro dopo centimetro, fino in fondo.
Era strettissima, calda, pulsante intorno a me.
Ha gridato piano nel cuscino, le mani che stringevano le lenzuola.
«Cazzo… sì… così… sfondami il culo…»
Ho iniziato a muovermi, prima piano, assaporando ogni millimetro, poi sempre più forte, più profondo.
Le ho preso i fianchi, pompando selvaggio, il rumore dei nostri corpi che sbattono, i suoi gemiti soffocati nel materasso.
Si è infilata una mano tra le gambe, si masturbava il clito freneticamente.
È venuta di nuovo, urlando nel cuscino, il culo che si contraeva spasmodicamente intorno al mio cazzo, spremendomi fino all’ultima goccia.
Sono uscito all’ultimo secondo, le ho sborrato sulla schiena e sulle natiche, schizzi caldi che si mescolavano al sudore e alla sua eccitazione.
Si è rialzata lentamente, tremante, mi ha baciato con la lingua che sapeva di noi due.
«Ora vai a farti bello per la tua sposa» ha sussurrato.
«Io torno in camera.
E piu’ tardi in chiesa… mentre sarò accanto a Giulia con il sorriso perfetto… ricorderò ogni secondo di questo.
E tu lo saprai.»
Alle 6:15 il parrucchiere.
Mi ha pettinato, spruzzato fissante, chiacchierato del tempo e del traffico bolognese.
Io sorridevo, annuivo, ma dentro avevo solo lei: il suo culo stretto che mi stringeva ancora, il suo odore ovunque, il sapore della sua bocca piena di me.
In chiesa, quando l’ho vista avanzare con l’abito color tortora, composta, elegante, mani giunte, sorriso da testimone perfetta accanto alla mia futura moglie…
sapevo.
Sapevo che sotto quel vestito raffinato, tra le cosce gonfie e arrossate, tra le natiche ancora doloranti e umide, c’era il mio marchio fresco di poche ore.
E mentre pronunciavo il “sì” davanti a tutti, con Giulia al mio fianco e Sara a pochi passi…
la mia mente era ferma alle 5:49 del mattino, con il mio cazzo sepolto nel culo della sua migliore amica, mentre lei tremava e implorava piano.
Alcune amicizie d’infanzia non si dimenticano.
Nemmeno quando inizia la marcia nuziale.

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