Legami di mezzanotte
by UdokuoioLa luce del lampadario a bassa intensità disegnava sul pavimento di gres della cucina un cerchio caldo e immobile, come un faro spento che aspettava l’alba. Davide controllò l’orologio: le due e venti. Il ticchettio del pendolo in corridoio si era fatto insistente, quasi fastidioso, simile a un piccolo martello che colpisse il ferro della sua irritazione. Aveva cenato da solo, sparecchiato, messo i piatti nella lavastoviglie, poi si era seduto al tavolo con un bicchiere di whisky per due volte rabboccato. Ogni sorso era stato un rimprovero a se stesso: «Lasciala andare, dopotutto compie trentacinque anni, ha il diritto di divertirsi». Ma quella giustificazione si spezzava contro la porta d’ingresso che non si apriva.
Quando finalmente la serratura scattò, le due e cinquantuno, un odore di alcol, fumo di sigaretta e profumo dolciastro penetrò nella penombra. Elena sbucò come una comparsa sul palcoscenico di una tragedia moderna: tacchi altissimi in pelle lucida, gonna di jeans troppo stretta che sottolineava i fianchi morbidi, top nero con un’ampia scollatura. I capelli, più chiari alle radici e scuri alle punte, le ricadevano sulle spalle in ciocche incollate dal sudore della pista.
«Amore…» disse con un sorriso storto, appoggiandosi allo stipite. La voce le si era fatta roca, sorpresa di trovarlo ancora sveglio. «Che ci fai qui? È tardi.»
Davide si alzà lentamente, spingendo indietro la sedia con un raschio secco. «Mi hai detto che rientravate a mezzanotte e mezza.»
«Le ragazze… hanno insistito per un altro giro di tequila.» Lei fece un passo incerto, allargò le braccia e sollevò la gonna davanti, offrendogli un lampo di pelle scoperta. «Vedi? Nessuna voglia di stare a casa.»
Lui seguì il gesto con lo sguardo e ciò che notò lo fece irrigidire: l’assenza di slip sotto la minigonna. Il suo cuore accelerò, la rabbia salì dritta alla gola. «Dove sono le tue mutande, Elena?»
Lei si irrigidì un istante, poi alzò il mento con quella sfida tipica di lei, l’espressione di chi ha già deciso come rispondere. «Che importanza ha? Faceva caldo, si sono bagnate col sudore, me le sono tolte.» Scosse le spalle. «Torna a sederti, ti porto un bicchiere d’acqua.»
Davide varcò l’angolo del tavolo, sbarrandole la strada. «Non ho voglia di acqua. Ho voglia di spiegazioni.»
«Spiegazioni?» rise Elena, afferrando il bordo del mobile per non perdere l’equilibrio. «È solo un paio di mutandine. Fai sempre questa scena?»
Il tono canzonatorio riuscì a farlo esplodere. Afferrò il suo polso sinistro con forza, tirandola verso il tavolo di legno massello dove poco prima aveva bevuto. «Proprio adesso non puoi fare la vittima.»
«Lascia…» mormorò lei, ma la sua resistenza fu soltanto teorica: gli occhi le si erano fatti grandi, brillanti, e un fremito si propagò lungo le gambe appena lui la fece voltare, appoggiandole il palmo tra le scapole.
Il legno era freddo contro la pelle nuda del ventre. Borse da spesa vuote e un sacchetto di pane abbandonato rotolarono sul pavimento quando lui, con un cenno rapido, spazzò via il centro del tavolo. Posò Elena supina, le trasse le braccia sopra la testa, afferrò un rotolo di carta da cucina spaiato e strappò tre lunghe strisce. «Davvero?» chiese lei, ma il respiro le tremava e il petto le si sollevava convulso.
Senza rispondere, lui le attorcigió i polsi, poi legò i nastri alla gamba superiore del tavolo in nichel. Le onde di capelli color cioccolato si disposero intorno al volto come nuvole scure. Elena spinse il bacino in alto, nel gesto istintivo di chi cerca attenzione; la gonna si sollevò di lato, offrendogli la visione della vulva gonfia, umida di sera e sesso. «Se vuoi il controllo, prenditelo» sussurrò, stringendo le dita intorno al bordo del mobile.
Davide abbassò la cerniera con un gesto deciso; la pellè scese fino a metà coscia, bloccandola come se fosse stata una corda morbida. Con lenti movimenti abbassò il proprio pantalone e boxer fino alle ginocchia, lasciando che l’erezione dura si liberasse nell’aria tiepida.
«Ti piace pensarmi con altri?» chiese, piazzando le mani all’interno delle cosce sue, spalancandole finché le ginocchia non toccarono la superficie di legno. «Allora racconta, vediamo se può eccitarmi quanto la tua serata.»
Elena tossì un mezzo riso strozzato. «Forse dovresti ringraziare lo straniero che mi ha scopata dietro il bancone dei cocktail. Gli è bastato seguirmi in bagno.»
Davide si immobilizzò, la carica di adrenalina divenne gelo. «Che cosa hai detto?»
«Proprio così» bisbigliò lei, arcuando la schiena in modo quasi impercettibile. «Mentre passavo nel corridoio buio mi ha afferrata per i fianchi, mi ha alzata la gonna… e non avevo mutande, già. M’ha infilato due dita nella figa e me le ha tolte solo quando ho iniziato a sgocciolare sul pavimento.»
Un brivido corse lungo la nuca di Davide, rabbia e desiderio si intrecciarono in un nodo caldo all’altezza dello sterno. Con un grugnito si chinò, affondando la bocca sul pube di lei. Il profumo stanco di pelle sudata e la sapidità dei liquidi di ore prima lo fecero impazzire. Lambì le grandi labbra con la punta della lingua, aprì la fessura con movimento lento, come per sfogliare un libro proibito. Lei si contorse, ma la stretta dei legacci l’immobilizzava: «Continua, sì… leccami tutto quello che ti ha lasciato addosso.»
Per un attimo Davide si ritrasse, respirò il calore umido che emanava dalla sua pelle e poi riabbassò il viso, stavolta determinato. Affondò la lingua dentro di lei finché non toccò il muscolo liscio del fondo; le aperture calde si contraevano al ritmo di quella voce beffarda, lo attiravano. Le raccolse le natiche con le mani, sollevò il bacino, lasciando che la luce lampante della cucina inondasse la piega umida. Lingua alternava a piccoli morsi sul clitoride rigido, mentre due dita le penetravano il canale caldo e accogliente, forando lentamente finché Elena non lanciò un gemito trattenuto. La saliva colava sul legno come lacrime.
«Te l’ha aperto anche il culo?» chiese con voce roca, estrando le dita bagnate e portandole sul buco più teso. Lei annuì con un sorriso vinto. «Diceva che era stretto… che ci avrebbe messo un po’ più di forza.» Un fremito la attraversò, quasi a ricordare il dolore trasformato in piacere. Davide spalmò il secreto sulle carni esterne, massaggiando a cerchi crescenti finché l’anulare scivolò dentro Elena, accolto da un sussulto di gola.
«Adesso tocca a me.» Con unico movimento spinse il palco del ginocchio contro il retro delle sue cosce, piegandola meglio. Posizionò la cappella arrossata sul cerchio muscoloso, già lubrificato di umori e racconti. Elena trattenne il respiro, lo incontrò con l’involontaria apertura di chi sa che la sua provocazione l’aveva condotta lì. Davide premette, sentì la resistenza, poi una seconda spinta più decisa fece cedere il muscolo: il glande entrò con un lieve schiocco umido. Lei emise un grido strozzato, misto di sorpresa e soddisfazione.
«Proprio come lui…» ansimò, «…solo che tuo cazzo è più lungo e mi scendi in fondo.» Davide afferrò le caviglie, le sollevò finché le ginocchia non toccarono le spalle di lei, aprì al massimo la canalizzazione e si spinse tutto dentro. Elena si contorse, gli occhi persi nel vuoto. Il legno sotto le scapole vibrava di ogni colpo; setole di spazzolone da cucina caddero a terra con un tonfo lontano.
Il ritmo divenne forsennato, lui affondava finché poteva, sentiva la pelle dello scroto sbattere contro le natiche di lei, le controazioni che lo stringevano. Nei brevi lampi di lucidità notava la propria mano che stringeva il polso legato, come a confermare che ciò che stava accadendo era reale, che quel corpo che si offriva era comunque suo, anche se un altro l’aveva toccato poche ore prima.
Elena continuò a parlare, la voce rotta in singhiozzi di piacere: «Mi ha fatto inginocchiare… mi ha tirato i capelli, sono venuta con le sue dita nel culo e la sua lingua nella figa… e tu adesso lo rifai, mi prendi a forza sul tuo tavolo, proprio dove mangiamo. Ti eccita, vero? Sapere che sono una troia… che oggi sono stata la troia di tutti…»
Non riuscì a finire: Davide estrasse quasi del tutto, poi la riempì con un colpo secco che la fece urlare. Le contrazioni di lei lo avvolsero, il canale si strinse, quasi doloroso, trasportandolo sull’orlo. Con un rutto di fiato afferrò i fianchi, li sollevò da tavolo per cambiare angolazione, farla sentire ancora più profonda. Le dita sulla pelle lasciavano segni rosa.
Quando sentì l’orgasmo salire, affondò le unghie e la immerse del tutto: il proprio cazzo esplose, il calore si riversò dentro Elena in getti caldi, uno dopo l’altro, riempiendola. Lei lo seguì, con un lungo urlo attenuato dal braccio legato che le schiacciava il volto, il corpo che si scrollava in spasmo, la figa a bagnare il legno sotto di lei di un nuovo ruscello umido.
Per un momento restarono così, collegati dal calore e dal respiro affannoso, poi i muscoli di lui si rilassarono, il sudore gocciolò sulla schiena nuda di lei. Davide si chinò, le slegò un polso, poi l’altro. Lei rimase stesa, occhi chiusi, un ghigno esausto sulle labbra.
«Sei arrabbiato?» chiese infine, con voce quasi infantile.
Lui, ancora dentro di lei ma ammorbidito, abbassò la fronte contro il suo petto. «Non lo so.»
Elena sollevò una mano tremante, accarezzò i capelli color sabbia di lui. «Ti amerò comunque, anche se ogni tanto divento una puttana.»
Il silenzio calò, denso, mentre il frigorifero ronzava nell’angolo e il profumo di sesso impregnava la cucina come una promessa o una minaccia. Davide si ritrasse lentamente, sentì il proprio sperma caldo colare sul legno e, per la prima volta quella notte, temette che le tracce non bastassero a ricordargli quanto appartenessero l’uno all’altra, nonostante le importe di altri.
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