Le Casacche Pulite
by AspiranteCornutobsxAvevo montato le microcamere per i ladri. O almeno così le avevo vendute a me stesso. In realtà, da quando Francesca aveva iniziato a raccontarmi per gioco che “quel Claudio il mio capo reparto mi fa sempre i complimenti… dice che le OSS come me tengono in piedi l’ospedale”, qualcosa dentro di me aveva cominciato a sperare che un giorno una di quelle telecamere riprendesse più di un tentato furto.
Tre giorni prima aveva portato a casa un sacco di biancheria ospedaliera da lavare: casacche, pantaloni, camici. Ieri sera, tardi, dal gruppo lavoro spunta fuori un’urgenza: due casacche sterilizzate servono in reparto perché una collega si è sporcata di formalina e non ha ricambi puliti per il turno. Francesca risponde: “Li ho io lavati, se qualcuno passa a ritirarli domani dopo pranzo.” Claudio scrive: “Sono di strada.” Lei mette una faccina neutra. Io leggo il thread e fingo disinteresse, trovandomi a casa con lei, mah Dentro ero un fuoco.
L’indomani esco presto. Prima di chiudere la porta, do un’occhiata al micro ricevitore nel quadro elettrico: tutto attivo. Ho feed su ingresso, cucina/soggiorno, camera, e un pinhole nel bagno dietro il portasciugamani. Quando arrivo al lavoro collego il telefono all’app di sorveglianza e lo lascio lì, in vibrazione. Se qualcuno entra, saprò chi.
Alle 14:07 il telefono vibra. Movimento porta d’ingresso. Apro il feed. Era Claudio. Jeans, polo da lavoro, borsone e contenitore termico per “non contaminare” le casacche pulite. Chiude la porta ma non gira la chiave. Si guarda attorno come uno che entra per la prima volta… o come uno che spera di restare.
«Francesca?» chiama. Dal bagno arriva la sua voce affogata nel rumore d’acqua: «Sono in doccia! Lascia lì, arrivo!»
Claudio va in cucina. Apre il frigo senza chiedere. Beve. Guarda i magneti con le nostre foto. Io e lei al mare; lei in costume con quel seno pieno che non perdona. Lo sento mormorare: «Certo che Enrico…» e scuote la testa, con fare da invidia.. Il mio cazzo inizia a gonfiarsi contro i pantaloni della divisa.
Passano pochi secondi e dal corridoio compare Francesca in accappatoio. È uno di quelli corti, legato in fretta, bagnato in certi punti scuri. Gamba nuda fino alla coscia, capelli umidi che stillano. Si piega a mettere le casacche sul tavolo e l’accappatoio si apre quel tanto che basta a mostrarle un capezzolo scuro e lucido. Claudio smette di fingere discrezione. La guarda. Non stacca gli occhi.
«Scusa, ti ho colta così…»
«Figurati. Meglio ora che in divisa, tanto in reparto non si capisce se ho un corpo o una stampella.»
«In reparto no. Qui sì risponde lui.»
Lei ride, le chiede aiuto per piegare la biancheria. Ogni piega è un pretesto: si sporge, aggiusta il nodo, la stoffa scivola. Claudio sfiora il suo avambraccio “per passare la casacca”. Non ritira subito la mano. Nessuna protesta. Poi avvicina il naso al suo collo: «Non è il profumo che usi al lavoro…»
«Ho fatto doccia adesso.»
«Posso?»
Le annusa la pelle sopra il bordo dell’accappatoio. Lei inclina appena il capo, offrendogli il collo. Non c’è bisogno di una risposta verbale: il corpo ha già detto sì.
Lui prova a ridere, ma la voce è bassa: «Se tuo marito mi vede così, mi stacca la testa.»
Francesca gli lancia quello sguardo che conosco: stai attento… o continua. «È al lavoro. Dipende… da cosa vede.»
Io vedo tutto. E voglio che vada avanti.
Claudio la bacia. Una prova, lieve. Lei lo lascia. Secondo bacio, più pieno. Le dita di lui trovano il nodo dell’accappatoio e lo stringono, non lo sciolgono. Lei fa mezzo passo indietro. «Oh, piano… ho ancora i capelli bagnati…»
«Se vuoi me ne vado.»
«No… dai… portiamo su ’ste casacche che poi devi scappare.»
«Faccio in fretta.»
Camminano verso il corridoio; la telecamera li segue. L’accappatoio si apre dietro. Il sedere nudo di Francesca lampeggia per un secondo intero. Io trattengo il fiato.
In camera, lei apre un cassetto cercando uno slip. Claudio resta a un passo, la guarda dall’alto in basso. Le appoggia le mani sui fianchi, sente l’umidità calda della pelle. «Dovrei davvero solo prendere le casacche…»
«E allora prendile.»
«E va via.»
«Sì.»
Silenzio. Lui le annusa la spalla, scende verso il seno che spinge la stoffa. «Non vuoi che mi sieda un attimo?»
«In sala… non in camera. Questo è il letto nostro, Enrico si incazza.»
Quella frase mi colpisce come uno schiaffo dolce: lo sta difendendo… mi sta difendendo… e mi sta regalando la scena. Claudio si ferma. «Ok, sala.» Ma invece di uscire, le mani gli scivolano sotto il bordo dell’accappatoio. Lei prova a chiuderlo; lui lo tira giù. La stoffa cade. Francesca nuda, bagnata.
Lei lo spinge al petto: «Claudio, no… non qui…»
«Allora vieni tu.» Si slaccia la cintura, apre i jeans, e il suo cazzo salta fuori dalla biancheria: grosso già in semi erezione, cappella circoncisa ben definita, pelle tirata, vena che pulsa. Francesca lo guarda. È un secondo che dura a lungo. Stringe le labbra, poi senza dire niente gli prende il cazzo in mano. Lo pesa. Lo fa scorrere sul palmo bagnato. Il suo sospiro è la resa. «Sei scemo…» mormora, ma non lo molla.
Claudio ridacchia, la bacia mentre lei lo pompa lento. Il cazzo diventa duro del tutto. Lo punta contro la sua coscia, poi contro il pube. Francesca arretra verso il letto quasi senza accorgersene, sempre guardandolo. «Non sdraiamoci…» prova a dire, ma lui la segue e la spinge morbido sul materasso, mezzo seduta, mezzo coricata. «Solo un attimo…»
La succhia. Prima il collo, poi un capezzolo. Lei gli tiene la testa. La sua mano torna sul cazzo di lui e lo guida verso la bocca. Lo prende. Profondo. Bava. Rumori bagnati. Io mi ritrovo con la mano sul mio cazzo duro, seduto nel mio spogliatoio, cercando di non farmi scoprire.
Quando le lascia la bocca, Claudio le apre le gambe. «Almeno metti qualcosa sotto…» dice lei, più per riflesso che per convinzione. «È pulito,» risponde lui, trascinando una casacca piegata e ficcandola sotto il suo sedere come se bastasse a “non toccare il letto”. Entrambi sanno che non serve a niente.
Il tubetto di lubrificante è nel comodino. Lei lo prende prima di lui. «Se entri da dietro devi andare piano, capito?»
«Promesso.»
La mette a carponi, spread. La punta grossa entra lenta, spinge, lei geme e abbassa la fronte sul lenzuolo. «Piano… sei enorme…»
«Così?»
«Sì… continua…»
L’ano si apre, lo ingoia. Lui affonda, la tiene per i fianchi, la scopa con colpi progressivi finché non la sente cedere. «Enrico ti prende così?»
Lei ride strozzata: «Non così grosso…»
Quando la sfila, le natiche tremano. Si gira sulla schiena da sola, come se sapesse quale sarebbe il passo dopo. «Adesso vieni qua… ma dentro non ti viene, vero?»
«Non ti piace?»
«Mi piace troppo.»
Le spinge le ginocchia al petto e le entra a pelle. Non c’è preservativo, non c’è pausa morale: solo calore. Il cazzo circonciso scivola dentro la fica già bagnata e lubrificata dal gioco precedente; si sente lo schiocco di pelle, il letto che scricchiola. Francesca geme forte, lo graffia sulle spalle. «Dio… Claudio…»
Io vedo ogni colpo dall’angolo camera: il suo bacino che affonda, il seno di lei che balla, la bocca aperta. Claudio accelera, la prende profondo, le morde il collo in zona segno. Lei non lo ferma. Al contrario gli sussurra: quando godi… non uscire… voglio sentirti caldo dentro…»
Mi manca l’aria. Lei non lo chiede mai a me così diretto.
Lui spinge, si blocca in fondo, tremando. «Sto venendo…»
«Dentro!»
E viene. Pulsazioni profonde. Resta piantato nella sua fica.Francesca lo stringe con le gambe, quasi a trattenerlo. Quando si ritira, un filo spesso e bianco gli segue il cazzo e cola fuori da lei, giù per il solco tra le labbra fino alla casacca “sterilizzata” e poi sul lenzuolo nostro.
Lei ride senza fiato: «Adesso sì che ti porti via qualcosa dall’ospedale.»
«E se Enrico…»
«Enrico è bravo…» Si ferma, lo guarda. «Ma certe cose non gliele dico.»
Io guardo lo schermo, con la mano sporca del mio sperma nei pantaloni, e capisco che era rivolto a me. Si è fatta scopare nel mio letto, mentre io guardavo. Sono il suo uomo… ma sono anche il suo cornuto. Si rivestono e Claudio va via..
Entro in casa verso le 18. La porta è chiusa a chiave. Francesca è in cucina, capelli asciutti ma raccolti, un vestitino leggero che raramente mette per me. Sorride normale, ma io sento qualcosa nell’aria. Odore di sapone misto a sudore, un vago sentore maschile.
«Tutto bene?» le chiedo, fingendo casualità.
«Sì, ho lavato le casacche, è passato Claudio a prenderle. Te l’avevo scritto.»
Annuisco. Lo sapevo già, ma dentro ribolle la domanda: solo quello?
Vado in camera per poggiare la borsa. Il letto è rifatto male. Sul lenzuolo chiaro c’è un alone scuro, come se qualcuno si fosse appoggiato bagnato. Mi chino. Profumo diverso. Non è il nostro ammorbidente. È pelle. Pelle maschile.
Quando torno in cucina, lei mi guarda e capisce.
«Che c’è?»
«Niente.»
«Non fare quella faccia.»
Mi avvicino, la prendo per la vita. «Sai che quando fai la doccia il pomeriggio… il bagno resta caldo per ore?»
Sorride nervosa. «E allora?»
«E allora ho voglia di te.»
Le bacio il collo. Lei finge un mezzo diniego: «Dopo… devo finire qui…»
Non la lascio finire. Le sposto il vestitino, infilo la mano. Calda. Umida. Non è solo mia. Le mie dita scivolano e non è solo lubrificazione naturale: c’è altro. Il cuore mi esplode.
La prendo in braccio e la porto in camera senza dirle una parola. La sdraio sul letto, apro le gambe e mi butto tra le sue cosce. Non chiedo, non giudico: lecco. Voglio sentire tutto. E sento il gusto di lei… e un fondo diverso. Mi eccita al punto da tremare.
Francesca geme, ma la sento tesa. Quando stacco la bocca, la guardo negli occhi. «C’è qualcosa che devo sapere?»
Silenzio lungo. Poi abbassa lo sguardo.
«Enrico… io ti amo. Ma io… io non sono fatta per essere fedele al cento per cento. Ci ho provato… ma il mio corpo… la mia fica a volte vuole altro. Non è che non mi basti tu. È che mi viene voglia. Mi piace farlo con te… ma con altri è diverso. Orgasmi che… non posso spiegarti.»
Io la guardo senza fiato. «Da quanto?»
Lei morde il labbro. «Da sempre. Prima ti tradivo di nascosto, poi ho smesso. Adesso… ogni tanto… quando sono sicura che non scopri… mi concedo. Non perché non ti amo. Ma perché così, quando torno con te, sono piena, appagata. Posso essere la tua donna… senza cercare di scappare.»
«E oggi?» chiedo con la voce roca.
Lei mi guarda dritta: «Oggi ho fatto quello che il mio corpo voleva. L’ho lasciato venire dentro. Mi sento viva così. Non significa che tu non conti: significa che sei l’unico con cui voglio svegliarmi ogni giorno. Ma se mi togli questa libertà… mi spezzi. E se la accetti… non ci manca niente.»
Io scorro il dito tra le sue labbra intime. Lecca la mia mano e aggiunge piano:
«Sei il mio uomo, Enrico. Ma posso essere la tua troia… solo se mi lasci essere anche la loro quando ne ho bisogno.»
Io tremo. Non parlo subito. Continuo a leccarla mentre penso. Non riesco a capire se sto impazzendo di gelosia… o di eccitazione.
Sono ancora tra le sue cosce quando mi guarda e capisce che non sto più giocando al “non ho notato niente”. Mi tiene la testa con entrambe le mani, i pollici sulle mie tempie.
Francesca: «Vuoi davvero saperlo?»
Io: «Se me lo dici, non scappo.»
«Oggi è passato Claudio. Doveva solo ritirare la roba… ma mi guardava da giorni. L’ho fatto entrare. Ho tenuto l’accappatoio… poi no. Mi ha toccata. Io ho fatto finta di fermarlo. Non l’ho fermato.»
«Sul letto?»
«Sì. Sul nostro letto… e lo so che ti gira la testa a sentirlo… guardami.»
Mi prende il mento. Io la guardo. Lei lentamente porta due dita giù, si sfiora, poi me le appoggia alle labbra. È un gesto simbolico: prendi tutto, accettami così. Le succhio le dita senza staccare gli occhi dai suoi.
«Io con te sto bene. Sei il mio uomo. Ma il mio corpo… a volte vuole altri. Quando li prendo, torno a casa sazia, più dolce con te. Se mi chiudi questa porta, prima o poi la sfondo di nascosto. Se la tieni socchiusa… entri anche tu.»
Resto zitto. Continuo a leccarla piano, lento, non tanto per eccitarla quanto per accettare. Lei geme, ma parla:
«Vuoi sapere come mi ha presa? Vuoi sapere dove? Quanto? Vuoi immaginarmi che gli chiedo di venire dove tu non vuoi? Dimmi tu. Se vuoi essere il mio cornuto, devi ascoltare. Devi sentire. Devi volerlo.»
Io ansimo: «Dimmi tutto mentre godo di te.»
Lei sorride come chi ha capito di avermi in pugno. «Allora ascolta… e continua… perché quando ti racconto di altri, vengo più forte con te.»
La tengo aperta con le mani sulle sue cosce. Lei respira forte, viso arrossato.
«Sono entrata in doccia e sapevo che mi guardava. Gli ho lasciato vedere. Quando sono uscita… mi ha chiesto se tuo marito era geloso. Ho detto: dipende da cosa vede.»
Io la succhio più forte. Lei gemendo: «Mi ha presa… forte… mi sono aperta… e quando ci è riuscito ho pensato che se tu fossi stato qui… o ti saresti arrabbiato… o saresti impazzito di voglia.»
«Indovina quale.»
«Ti conosco… ti eccita. Tu non smetti, vero? Anche se sono di altri?»
«Smetto solo se non torni.»
Si solleva sui gomiti, mi guarda da sopra il seno: «Allora ascolta bene: io ho bisogno di sentirmi desiderata da più uomini. Mi piace quando mi guardano, quando mi chiedono cose che con te non sempre faccio. Ma amo svegliarmi con te. Se accetti… ti racconterò. E dopo ogni volta… tu fai questo. Mi lecchi, mi tieni, mi rimetti al mio posto: tua.»
«E se non accetto?»
«Lo farò lo stesso. E mi perderai piano.»
Il cuore mi batte in gola. Le stringo i fianchi, affondo la lingua ancora. «Allora va come dici tu. Mi racconti. Mi torni. Io resto. E voglio che quando succede, almeno una volta al mese… io guardi. Da una camera. Capito?»
Lei inspira forte, sorride come una donna che ha appena ottenuto il permesso di vivere per intero. «Affare fatto, cornuto mio.»
Sono ancora tra le sue gambe, la lingua che gioca lenta, quando sento il suo respiro farsi irregolare. Mi fermo un attimo e la guardo:
«Francesca… raccontami. Voglio sapere ogni cosa che hai fatto con lui. Tutto.»
Lei socchiude gli occhi, sorride come chi ha appena vinto. «E se ti dico che ti farà male?»
«Non mi farà male. Mi farà… volare.»
Appoggia una mano sulla mia testa e spinge piano. «Allora ascolta… e non fermarti.»
Riprendo a leccarla. Lei geme, ma inizia a parlare.
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«Quando ha bussato… sapevo che se lo facevo entrare non si sarebbe limitato alle casacche. Mi piaceva da giorni… ogni volta che mi guardava in reparto mi immaginavo la sua mano sul mio culo. Oggi avevo voglia. Non di baci romantici… ma di sentirmi presa. Forte. Sporca.
Sono uscita dalla doccia con l’accappatoio… e ho visto come mi guardava le cosce bagnate. Mi sono sentita viva. Sai quella sensazione? Quando capisci che puoi decidere se lasciarti andare o fare la brava? Ho scelto di non fare la brava.»
Mi stringe la testa, geme mentre la lingua scava più a fondo.
«Si è avvicinato piano… ha detto che profumavo di fresco. E io… ho alzato il mento per fargli sentire meglio. Quando ha baciato il collo… mi sono bagnata subito. Mi sono detta: basta, fermalo… ma invece ho slacciato il nodo dell’accappatoio da sola.»
Sento il mio cazzo esplodere nei pantaloni. Lei continua, ansimando, la voce più sporca:
«Quando l’ho visto… Enrico… era grosso. Grosso e tirato. L’ho preso in mano e ho pensato: se entro, non esco pulita. E non volevo uscire pulita. Volevo tutto. Mi sono inginocchiata… l’ho preso in bocca… finché non mi faceva quasi male alla gola. E ogni volta che lo tiravo fuori, mi diceva: Brava… così… tanto Enrico non c’è.»
Io accelero la lingua. Lei geme forte, ma parla ancora, sempre più spinta:
«Poi mi ha piegata sul letto… il nostro letto, amore… e mi ha aperta con le mani. Mi ha detto che voleva lasciarmi il segno. Quando è entrato, ho urlato. Non potevo fare piano. E sai che ho pensato? Che se tu fossi stato lì… ti saresti toccato guardando.»
«Continua…» sussurro con la bocca incollata a lei.
«Mi ha presa dappertutto… non mi ha lasciato respirare. Ogni colpo mi faceva tremare le gambe. Mi diceva che ero la troia di Enrico e che lui mi stava scopando meglio di te. E io… non l’ho contraddetto. Anzi… gli ho chiesto di venire dentro. Tutto. Senza uscire. Volevo sentirlo caldo in fondo… volevo che restasse lì mentre mi girava la testa. E quando è successo… ho gridato il suo nome, non il tuo.»
Il cuore mi martella. Lei mi afferra i capelli, mi solleva il viso: «E tu adesso mi lecchi… dopo che l’ho preso così. Sei il mio uomo, Enrico… ma anche il mio cornuto. E se accetti… non sarà l’ultima volta.»
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