Adele e Marco
by ilMarchese76La porta si chiude alle loro spalle con un suono ovattato, quasi rispettoso del silenzio che si è creato. Lei avanza di un passo, poi un altro, come se stesse attraversando una soglia invisibile. Il vestito le scivola addosso seguendo i movimenti, leggero, rivelatore senza essere mai sfacciato. Lui resta leggermente indietro, osserva, presente ma defilato, come chi sa che questo momento non gli appartiene del tutto.
Le luci sono basse, calde. La terrazza filtra riflessi morbidi sulle pareti, le candele disegnano ombre vive, tremolanti. L’aria è densa, non di profumo, ma di aspettativa.
Lei si ferma a pochi passi da me. Per un istante resta immobile, le mani lungo i fianchi, il respiro appena più veloce. I suoi occhi cercano i miei, poi li distolgono, poi tornano. È timore, sì, ma è soprattutto desiderio consapevole. Scelto.
Mi avvicino senza fretta. Non la tocco subito. Le giro intorno lentamente, come per prenderne le misure, come se stessi imparando il ritmo del suo respiro. Sento il suo corpo reagire prima ancora delle sue parole. Quando mi fermo dietro di lei, appoggio una mano sulla sua spalla nuda: il contatto è minimo, eppure basta. Le mie labbra sfiorano l’altra, appena, un bacio che non è ancora un bacio, più una promessa che un gesto.
Lei chiude gli occhi.
Quando li riapre, si volta di poco, quanto basta per farmi capire che è pronta ad affidarsi. Le indico il divano. Mi siedo, con calma, occupando lo spazio come se fosse naturale, inevitabile. Lei resta in piedi per un istante, poi si avvicina, lenta, consapevole di ogni passo. C’è un accordo silenzioso che si compie, fatto di sguardi, di respiri che si allineano.
Si inginocchia davanti a me.
Il collare tra le mie mani non è un simbolo di costrizione, ma di scelta. Quando glielo avvicino, lei solleva il mento senza che glielo chieda. Il gesto è semplice, quasi solenne. Il guinzaglio cade morbido, senza tensione, come a dire che il vero controllo, in quel momento, non è fisico.
La stanza sembra trattenere il fiato.
Io la guardo. Lei abbassa lo sguardo. E in quell’equilibrio fragile e potentissimo, tutto è già deciso, anche se nulla è ancora accaduto.
Resto davanti a lei, così vicino da sentire il calore che le sale dal petto. Il collare è tra le mie mani, ma non lo mostro subito: lo avvicino con lentezza, come se stessi entrando nel suo spazio più intimo senza invaderlo. Lei non si muove. I suoi occhi sono fissi sui miei, aperti, vigili. Il respiro le si accorcia appena, e io lo seguo, mi sincronizzo.
Quando le sollevo il mento con due dita, lo fa senza esitazione. È un gesto minimo, ma dice tutto.
Le sfioro il collo prima ancora di chiudere il collare, come a chiedere silenziosamente il permesso un’ultima volta. La pelle è calda, viva. Avverto il suo respiro contro il mio viso, lento ma profondo. Quando chiudo il collare lo faccio con una delicatezza quasi cerimoniale, come se stessi sigillando un patto più che imponendo un gesto.
Rimaniamo così, vicinissimi, per un istante sospeso. I suoi occhi non mi lasciano. Nei miei non c’è fretta.
Poi prendo il guinzaglio.
Lo lascio scivolare nella mano con naturalezza, senza strattoni. Con l’altra mano le sfioro il collo, non per stringere, ma per guidare. È un invito chiaro, inequivocabile. Lei lo comprende prima ancora che io agisca. Quando tiro leggermente il guinzaglio verso il basso, accompagno il movimento con la mano sul suo collo, ferma, presente.
Lei segue.
Si avvicina lentamente, con consapevolezza, come se ogni centimetro fosse una scelta rinnovata. Io resto seduto, la guardo scendere davanti a me, sentendo il cambiamento dell’aria, il peso del silenzio che si fa più denso. Quando è davanti a me, inginocchiata, il guinzaglio pende morbido dalla mia mano.
Non c’è tensione forzata.
C’è controllo.
E c’è abbandono.
E in quel punto preciso, prima ancora che accada qualsiasi altra cosa, l’intesa è completa.
Mi slaccio i pantaloni con un gesto lento, volutamente non teatrale. Non c’è bisogno di esibizione: il silenzio nella stanza amplifica ogni movimento. Lei solleva lo sguardo, lo segue, poi lo abbassa di nuovo, come se stesse accettando un ruolo che conosce già.
Con il guinzaglio la guido verso di me. Non tiro: accompagno. È un gesto che contiene autorità ma anche attenzione, come se stessi regolando una distanza emotiva prima ancora che fisica. Lei si avvicina, lentamente, con una concentrazione che non è solo desiderio, ma dedizione.
Si ferma lì, molto vicina. Le sue mani restano ferme, disciplinate. È il suo modo di mostrarmi che aspetta, che ascolta. Il tempo sembra rallentare mentre il suo volto si avvicina, mentre il suo respiro cambia ritmo, mentre il contatto – più immaginato che visto – diventa inevitabile.
E’ duro e dritto verso la sua bocca. Si avvicina con le labbra delicatamente, iniziando a baciare dolcemente. Sento il mio corpo vibrare, scosso da un brivido ad ogni tocco. Mi guarda negli occhi ed io, poggiando la mia mano sulla sua nuca, spingo la sua bocca ad accoglierlo tutto, fino in fondo e poi lascio mentre lei inizia a succhiarlo voracemente vogliosa.
Dietro di noi, lui osserva.
Non parla, non si muove. Ma la sua presenza è densa quanto la nostra. È evidente: è combattuto. L’eccitazione gli attraversa lo sguardo, ma insieme a essa nasce qualcosa di più scuro, più viscerale. Un’ombra di gelosia, di desiderio non ancora concesso. Le sue mani si stringono appena, come se stesse decidendo se restare spettatore o reclamare spazio.
La stanza contiene tre volontà diverse, in equilibrio precario.
E si capisce che quel confine, presto o tardi, verrà messo alla prova.
Lei prova ad anticipare, a cercare un’iniziativa che non le è stata concessa. Le sue mani si muovono, esitanti ma determinate.
La prima volta le fermo con dolcezza. È quasi un richiamo, un avvertimento silenzioso. Le abbasso le mani senza guardarla, come se fosse una regola ovvia che ha semplicemente dimenticato.
Lei insiste.
La seconda volta il gesto è diverso. Più netto. Le mani scendono con decisione, e lei capisce immediatamente che il e di tolleranza si è ridotto. Il suo respiro cambia, gli occhi si alzano di scatto verso i miei, cercando un segnale.
La terza volta non c’è più bisogno di parole.
Il cuoio del guinzaglio schiocca leggermente contro le sue mani. Non è dolore: è messaggio. È il confine che viene tracciato. Lei si immobilizza, colta di sorpresa, e quando alza lo sguardo incontra il mio.
Il mio sorriso è cambiato.
Non è più indulgente. È quello di chi ha smesso di spiegare. Di chi guarda una ragazza che non vuole ascoltare e decide di farglielo capire in un altro modo.
Mi sposto. Mi siedo più indietro sul divano.
Con un gesto secco, breve, tiro il guinzaglio verso di me. Lei segue immediatamente, senza resistenza. Il suo corpo risponde prima ancora della mente. La guido, la posiziono, la faccio sentire esattamente dove deve stare. È una postura che parla da sola, che espone e al tempo stesso vincola.
Le mie mani la tengono ferma. Non con brutalità, ma con certezza.
Dietro di noi, lui osserva.
Non è più solo eccitato. È attraversato da qualcosa di più complesso: desiderio, gelosia, bisogno di intervenire. Si capisce che vorrebbe avvicinarsi, entrare nello spazio che ormai non è più neutro. La scena non gli appartiene più del tutto, e questo lo destabilizza.
La stanza è carica, tesa, pronta a spezzarsi.
Non c’è più attesa di salvezza. C’è solo resa. E desiderio. E la consapevolezza che nulla, da quel momento in poi, tornerà esattamente com’era prima.
Lei alza lo sguardo, lo cerca. È convinta che da un momento all’altro lui interverrà, che spezzerà la scena, che la richiamerà a sé. Nei suoi occhi c’è quell’attimo sospeso in cui l’attesa diventa quasi supplica.
Ma lui non si muove.
Anzi, dopo un istante che sembra infinito, parla. La voce è bassa, ferma, diversa da come lei la conosce. Non c’è rabbia, non c’è paura. C’è una scelta.
Dice poche parole. Bastano.
«E’ tua stasera…»
Non sono un ordine gridato, ma un’autorizzazione che pesa come un sigillo. Un consenso che non la libera, ma la consegna. Lei lo capisce subito, e il suo respiro cambia. L’incredulità le attraversa il volto, poi qualcosa cede. Non è più solo sorpresa: è la consapevolezza improvvisa di non essere più al centro di una protezione, ma di un accordo.
Lui resta dov’è. Osserva. Accetta. E nel suo sguardo convivono eccitazione e vertigine, come se stesse scoprendo una parte di sé che non aveva mai osato guardare fino in fondo.
Lei abbassa di nuovo gli occhi.
La sua insistenza rompe l’equilibrio. Non serve dirlo: la decisione è già presa. Con un gesto fermo la guido verso di me, la faccio accomodare sulle mie gambe, in una posizione che non ammette ambiguità. Il suo stupendo culo è sollevato dalle mie gambe. Il tessuto leggero del vestito scivola appena, quanto basta a farle capire che la soglia è stata superata.
Lei prova a protestare, una parola a metà, un respiro che si spezza. La mia mano si posa sui suoi capelli, non per trascinarla, ma per ancorarla. È un controllo chiaro, inequivocabile, che le dice che non è più il momento di tirarsi indietro.
Guardo la sua schiena inarcata, le sue gambe lungo il divano mentre la sento tremare un po’, forse impaurita, forse eccitata o, più probabilmente entrambe.
Ogni gesto successivo è misurato, cadenzato. La mia mano le accarezza il culetto in modo dolce, lento e delicato e appena la sento rilassarsi, le faccio sentire la mia mano con un colpo deciso ma ancora delicato.
Fa uno scatto ed emette un gemito di sorpresa. Ma non ha il tempo di pensarci che la mano schiocca ancora.
Inizio ad alternare e a spingere la mano sempre di più. La stanza si riempie di suoni trattenuti, di sospiri che mescolano timore e abbandono. Il suo corpo reagisce, la voce si incrina, e in quell’altalena di sensazioni si capisce che non è solo resistenza: è resa consapevole.
La testa resta china, ma lo sguardo cerca lui.
Il marito osserva la scena come ipnotizzato. È incredulo, diviso. La tensione gli attraversa il volto: un passo avanti, uno indietro. È chiaro che vorrebbe intervenire, ma è altrettanto chiaro che qualcosa lo trattiene. L’eccitazione è lì, evidente, intrecciata a una gelosia che non trova sfogo.
La stanza non è più un luogo neutro.
È un campo di forze.
E qualcuno, prima o poi, dovrà scegliere da che parte stare.
È in quel momento che il suo corpo la tradisce.
Lo sento prima ancora di vederlo, un cambiamento improvviso, incontrollabile, che attraversa le mie gambe come una risposta istintiva, quasi violenta.
E’ talmente eccitata che i suoi umori stanno scivolando fino a raggiungere il mio cazzo.
Lei trattiene il fiato, sorpresa da se stessa, come se non avesse previsto fino a che punto sarebbe arrivata.
Questo mi accende più di qualunque gesto.
La mia reazione è istintiva, quasi provocatoria.
Porto le mani tra le sue cosce, accarezzandole la figa ormai pulsante di voluttà. Poi le porgo verso di lui, senza dire una parola, lasciando che sia evidente ciò che sta accadendo. Le mie dita sono piene di lei.
Non è un’esibizione volgare: è una dichiarazione. Un invito muto.
Lui non resiste.
Si avvicina lentamente, come se stesse entrando in una scena che fino a un attimo prima osservava da fuori. Si china verso di lei, le sussurra qualcosa che non riesco a sentire, ma il tono è diverso: non è autorità, non è sfida. È dolcezza. Complicità. Lei si volta appena, lo guarda, e per un istante tornano a essere solo loro due.
Si baciano.
Non c’è fretta, non c’è competizione. È un gesto che suggella tutto ciò che è successo prima. Io resto lì, presente, dominante ma non esclusivo, e continuo a guidare il suo corpo con movimenti lenti, profondi, come se stessi suonando uno strumento che ormai conosco perfettamente.
La stanza non contiene più tensione.
Solo intensità condivisa.
Tre corpi.
Tre volontà che, per una volta, smettono di opporsi.
Lui non resiste e restando piegato le prende i capelli e le gira la testa quel tanto che basta per riempirle la bocca con il suo cazzo.
Quando lo fa mi guarda estasiato, buttando un occhio alle mie mani tra le sue cosce che si muovono ritmicamente masturbandola.
I suoi gemiti diventano sempre più forti, soffocati dalla bocca piena dell’eccitazione di suo marito.
Ormai non c’è più esitazione in lei. È attraversata da un’energia che non prova nemmeno a contenere. Quando le afferro i capelli e la separo dal suo cazzo, non oppone resistenza: segue il gesto come se lo stesse aspettando. Si lascia guidare, si raddrizza, il respiro irregolare, il corpo teso di desiderio.
Faccio un segno a lui, con la mano, di andare di nuovo a sedersi. Gli ho dato un piccolo momento di intimità ma lei è mia e deve fare quello che le dico.
La faccio sedere davanti a me tra le mie braccia con il mio cazzo duro poggiato sulla sua schiena.
Inizio ad accarezzarla e baciarle le spalle e il collo, passandole le mani nei capelli accarezzandola con una dolcezza molto erotica.
Le mie labbra ad un millimetro dal suo orecchio per sussurrarle, senza che lui senta, di spogliarsi e lei lo fa in modo lento ed altamente erotico.
Lui incredulo, con il suo cazzo in mano, si sta masturbando guardando la scena sublime di lei che, tra le braccia di un altro uomo che ne ha il pieno controllo, si sta spogliando con le mani che le tremano.
Fa scivolare il vestitino e vuole iniziare a togliere la bellissima lingerie che ha indossato per l’occasione ma le fermo le mani e le dico di no.
La faccio alzare e il vestitino scivola ai suoi piedi completamente.
Le prendo le mutandine e le sfilo lentamente verso il basso mentre lei continua a guardarlo eccitato.
E’ una scena di un’erotismo immenso.
Li lascio così un po, poi prendo il guinzaglio e la guido per risedersi tra la mie gambe.
Quando il suo corpo nudo tocca il calore del mio cazzo la sento tremare per un momento e poi si rilassa.
la spingo dolcemente verso di me, facendole poggiare la sua schiena sul mio petto. Le accarezzo i fianchi, le bacio le spalle e all’improvviso le dico «Ora sei mia!» E lei annuendo con la testa fa uscire un soffio di fiato «Si!» ma io non sono contento e allora le afferro i capelli, le tiro la testa indietro, in modo deciso e le dico «Si, Padrone!».
Emette un gemito un «oh» di sorpresa ed eccitazione. «Si, padrone!» Esclama in modo più forte.
Trovo così eccitante la sua voce dolce che si sottomette.
«Sei la mia troia» e dopo un attimo sospeso «voglio che ti tocchi, voglio sentirti gemere con le tue mani tra le cosce».
Senza farselo ripetere due volte porta la sue mani tra le cosce e inizia a toccarsi.
Geme, trema, guardando il marito che credo sia molto vicino ad esplodere a giudicare dalla sua espressione e allora gli ordino di non toccarsi più, non voglio che venga così. Ho altre idee.
La stanza si riempie di gemiti e i mugolii diventano quasi grida quando le prendo una delle due mani con la quale si sta accarezzando il seno e la porto sul mio cazzo facendoglielo afferrare.
Le dico di stringerlo e le indico con la mia mano sulla sua di restare ferma così senza masturbarmi. Deve solo tenerlo stretto e sentire quanto la desidero.
Quando sento che inizia a godere così forte da stare per venire le ordino di fermarsi e la faccio alzare. Mi guarda in un modo tra lo stupito e l’arrabbiato per averla interrotta sul meglio. Ma la guardo con tale durezza e sicurezza da farle abbassare lo sguardo.
Le dico di non lasciare il mio cazzo e di seguirmi.
La porto di fronte a lui e la faccio inginocchiare e «Continua a toccarti Troia»
Lei inizia e mentre guarda il marito la prendo per i capelli e la giro verso mi me.
«Succhia il cazzo del tuo padrone»
Lei praticamente già con la punta sulle labbra annuisce e apre la sua bocca per accoglierlo.
Lei è sublime.
Lo è mentre si tocca.
Lo è mentre si contorce.
Lo è mentre vorrebbe gridare ma il mio cazzo glielo impedisce.
Allora guardo il marito che senza che io dica una parola, capisce tutto, si alza e si mette accanto a me.
«Fai vedere a tuo marito che troia che sei. Prendi i nostri cazzi e facci sborrare!»
Spalanca gli occhi ed il marito con lei. In un attimo li ha tutti e due in mano e li sega alternandosi con la bocca su uno e sull’altro.
Quando tocca al mio la prendo per la testa e le dico «leccami le palle!!».
Spalanca la bocca e con la sua lingua inizia a pennellare. E’ molto brava e sento quanto è eccitata.
A quella vista il marito non resiste e lo sento gemere e allora stacco la testa da me e la rivolgo verso suo marito che le esplode addosso prendendole il viso e il collo.
La scena è troppo carica per resistere ancora e allora le punto il mio cazzo e segandomi forte e gridandole «che troia che sei, sborroooo!» Le schizzo dritto sulle labbra.
E’ così tanta e forte che la vedo colare sul suo collo fino al seno, mescolandosi a quella di suo marito.
Il caldo della sborra che le cola addosso, vedere noi che veniamo così forte per lei la fa impazzire e accelerando il ritmo la sento tremare forte.
Un grido, sordo. E’ esplosa anche lei.
Ha gli occhi lucidi e una luce straordinaria in viso che la rende ancora più bella di quanto già lo sia.
Siamo stremati ed estasiati e a tutti a tre tremano le gambe.
Io contino a tenerle i capelli tra le dita accarezzandoli dolcemente.
Il marito si è inginocchiato accanto a lei e si stanno guardando negli occhi in un modo intenso come solo due che si amano davvero possono fare. Lo sento forte.
E’ una scena così dolce e così romantica che mi lusinga averla potuta vivere con loro.
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