• Un passo oltre l’amicizia
by Jul72Mi chiamo Marco, ho cinquantatré anni e sono separato da quattro.
Ogni quattro o cinque mesi vado a Torino per lavoro. È diventata un’abitudine rivedere Tony, un amico di lunga data, sposato, senza figli. Sua moglie, Luisa, ha quarantasette anni. Una donna che, a quanto mi racconta lui, vive un matrimonio ormai svuotato: poche parole, nessun contatto, una routine che ha smesso di fare domande.
L’ultima volta che andai da loro, circa un anno fa, avvertii subito un clima diverso. Nulla di apertamente dichiarato, ma una tensione sottile, come se qualcosa fosse già in movimento. Ceniamo insieme il venerdì sera, poi io e Tony usciamo. Beviamo, parliamo, e inevitabilmente si finisce a parlare di lei. Della distanza. Dell’assenza. Del fatto che da mesi non si sfiorano più.
Il giorno dopo piove. Una di quelle piogge torinesi che ti costringono a restare dentro. Torniamo a casa e, a un certo punto, Tony esce per accompagnare la madre. Io resto solo con Luisa. È lì che la situazione cambia, anche se inizialmente sembra solo una conversazione come tante.
Luisa inizia a parlarmi del suo matrimonio. Lo fa con una calma tesa, controllata. Mi dice che suo marito non la cerca più, che non la tocca da mesi, che si sente respinta. Io ascolto, provo a restare nel ruolo dell’amico, le parlo di pazienza, di fasi, di rapporti che attraversano momenti difficili. Ma mentre parla, mi accorgo che non sta cercando rassicurazioni. Sta cercando attenzione.
Quando Tony rientra, il discorso si interrompe bruscamente. Rimane sospeso, incompiuto. La sera, accennando a quanto mi ha confidato Luisa, Tony minimizza. Dice che lei si lamenta spesso, con tutti. Prendo quella frase come un modo per non pensarci più.
La mattina dopo dovrei solo prepararmi per il volo. Invece trovo un messaggio di Luisa. Si scusa per essersi aperta con me, poi mi chiede se possiamo vederci. Dice che ha bisogno di parlare ancora. Mi chiede discrezione. So che dovrei rifiutare. Non lo faccio.
Ci accordiamo per le dieci. Alle nove e quarantacinque mi scrive che è già sotto l’hotel. Quando le dico di salire, non sono preparato a come si presenta.
Luisa non è vestita per una semplice conversazione.
Indossa tacchi alti, un abito corto, una calza velata, un cappotto nero che sembra più una cornice che una protezione. È curata, consapevole, intenzionale. In quel momento capisco che nulla, da lì in avanti, sarà davvero casuale.
Entra nella stanza con sicurezza. Si siede sul bordo del letto, accavalla lentamente le gambe e riprende a parlare del suo matrimonio. Io mi sposto su una sedia, cerco distanza, evito di guardarla direttamente. Lei se ne accorge subito. Ogni movimento diventa più misurato, più studiato. Accavalla di nuovo le cosce, con lentezza, come se volesse essere certa che io noti ogni dettaglio.
A un certo punto lo capisco chiaramente: non indossa mutandina, l accavallamento delle cosce era continuo intravedei la striscia del suo pelo nero in figa Non è una supposizione ingenua, è qualcosa che lei rende evidente senza mai dirlo apertamente, togliendo uno dopo l’altro tutti gli alibi all’ambiguità. Continua a parlare, ma le parole sono ormai secondarie. Il messaggio vero passa dal corpo, dai silenzi che lascia apposta, dallo sguardo che cerca il mio e non lo lascia andare.
Io provo a riportare la situazione su un piano neutro. Le offro un caffè, come se quel gesto potesse ristabilire una normalità che ormai non esiste più. Lei accetta, sorride, poi mi chiede di usare il bagno. È una pausa breve, ma carica di significato. Quando ritorna esce ed era praticamente nuda solo con la calza autoreggente e i tacchi , capisco che non c’è più nulla da interpretare.
In quel momento realizzo che Luisa non è lì per sfogarsi. È lì perché ha deciso. Ha deciso di provocarmi, di farsi vedere, di farmi capire che è pronta. Non chiede nulla apertamente, ma non lascia più spazio al dubbio. Il punto di non ritorno non è un gesto, ma una consapevolezza condivisa: lei sa cosa sta facendo, e io lo so.
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