CAP. 7
by NessunoxlEravamo tutti abbastanza provati. Io e Bedirhan ci addormentammo nel lettone, stretti l’uno all’altra, mentre mio marito andò a coricarsi nella camera degli ospiti.
La mattina, dopo aver fatto colazione, lui fece una serie di telefonate. Al termine mi informò che si era organizzato per prendersi una settimana di quasi riposo, che avrebbe dedicato quasi interamente a me. Volle che chiamassi la coppia di coniugi filippini al nostro servizio.
Non appena giunti, si comportò come se fosse lui il padrone di casa: li convocò in sala, con presenti me e Mario, e disse senza troppi giri di parole che periodicamente si sarebbe stabilito in quella casa. Ordinò di preparare la camera degli ospiti per mio marito e di collocare tutti i suoi vestiti, che sarebbero arrivati dall’albergo da lì a poco, nella camera da letto insieme ai miei.
Spiegò loro che nulla di ciò che avveniva in quella casa sarebbe dovuto uscire da lì. Ufficialmente lui era solo un ospite del padrone di casa, ma in realtà era lui a decidere tutto. Aggiunse inoltre che a fine mese avrebbero ricevuto un’ulteriore gratifica per il loro servizio, pari alla loro attuale retribuzione, concessa personalmente da lui.
Ovviamente, se non fosse stato soddisfatto del servizio o se gli fosse giunta anche solo voce di qualche disobbedienza, li avrebbe licenziati su due piedi e si sarebbe assicurato che nessun altro si avvalesse dei loro servizi. «Chiaro?»
I miei due domestici risposero all’unisono: «Certo, signore, stia tranquillo». Il tono era tale che non cercarono neppure l’assenso mio o di Mario. Era naturale che fosse così. Io lo guardavo e non riuscivo, malgrado la mia fierezza, a non essere affascinata dalla dimostrazione di carattere e potenza che emanava.
Poi si rivolse a me: «Cara, puoi occuparti del menù per pranzo».
«…Sì, certo…» mi fulminò con lo sguardo e, seppure in presenza dei coniugi, mi ritrovai a ripetere: «Mi scusi, certo, padrone».
Vidi sui volti di entrambi i domestici un mezzo sorriso, tra incredulità e soddisfazione. Fui interrotta dai miei pensieri dalla sua sollecitazione a fare presto e a raggiungerlo in camera. Sapevo cosa mi aspettava, ma stupidamente, in cuor mio, gli fui grata per non averlo fatto lì davanti a tutti.
Mio marito, come un cane bastonato, disse che sarebbe andato in fabbrica.
Io mi recai in cucina dove compilai una breve lista di cose da acquistare. Mentre il domestico usciva per le compere, sua moglie iniziò a riordinare la casa, partendo dalla cucina.
Ero pronta a prendere la mia punizione. Andai in camera: lui mi stava aspettando sdraiato sul letto, intento nella lettura di un libro. Non diceva nulla. Io cominciai a spogliarmi, togliendo la gonna e le mutandine.
«Padrone, va bene così o devo essere completamente nuda?»
«Mi piace guardarti. Nuda sei ancora più bella.»
Senza attendere oltre mi tolsi anche la camicetta e il reggiseno e attesi che si sedesse sul letto. Mi posizionai come ormai sapevo. Cercai di dirgli che avevo sbagliato perché non volevo prostrarmi davanti ai miei domestici e lo pregai di essere indulgente.
Lui mi spiegò che la punizione doveva essere, proprio per quello, severa: la sua autorità doveva essere esercitata e riconosciuta da tutti, non solo da me. Aggiunse che non avrebbe accettato se qualcuno mi avesse mancato di rispetto, in quanto da ieri io ero sua e solo sua.
Tornando alla punizione, disse che quindici sculacciate sarebbero bastate per farmi ricordare la lezione. Se fossi stata brava, sarebbe stato sufficiente contarle e a ogni colpo ringraziarlo; in caso di errore si sarebbe ricominciato da capo.
Arrivò la prima: mi ero quasi dimenticata quanto bruciasse. «Uno, grazie padrone.» Poi la seconda. Avevo imparato la lezione: non mi sarei fatta distrarre. All’unisono con il bruciore urlavo: «Due, grazie padrone».
Mi era appena arrivata la decima quando sentimmo bussare alla porta. Lui si fermò. Era la domestica. La fece entrare. Mi sentii avvampare dalla vergogna: la visione che le si presentava era del mio sedere completamente arrossato, e aveva certamente udito ciò che dicevo tra i singhiozzi.
Era arrivata dall’albergo tutta la sua roba e la donna voleva precise istruzioni sul da farsi. Lui le disse di cominciare a svuotare l’armadio dalle cose di mio marito e di metterci le sue. Lei stava per uscire, ma lui la fermò intimandole di farlo subito, tanto la sua presenza non ci infastidiva.
«…Parlasse per lui, a me infastidiva eccome…» ma mi guardai bene dal fare alcun commento, non volevo aumentare la mia punizione.
Mentre intravedevo che apriva l’armadio, sentii il colpo successivo: non mi feci sorprendere. «Undici, grazie padrone.»
Finita la punizione, mi fece sdraiare sul letto, prona, anche perché avevo il sedere in fiamme. Prese l’unguento rinfrescante della sera prima e cominciò a spalmarlo… che sollievo.
Mentre lo faceva, mi spiegava che era certo che avrei ricevuto ancora poche punizioni, perché ero intelligente, e che per lui era un grande piacere, oltre che un onore, possedermi. Devo confessare che la cosa, da una parte, mi inorgogliva.
Ormai non pensavo neppure alla cameriera che entrava ed usciva dalla camera. Ero solo terrorizzata dall’arrivo di suo marito: non avevo alcuna voglia di essere vista da lui. Lui, come se leggesse nei miei pensieri, mi assicurò che non avrebbe mai permesso ad un altro uomo di vedermi nuda.
Ora il massaggio era diventato una carezza profonda, sensuale. Mi ritrovai ad inarcarmi per cercare il suo contatto. Avevo una voglia incredibile.
«Padrone, ti prego, mi prendi?»
Segue….
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