logo Cuckold USA
.


STORY

Il matrimonio di Giulia

by Cornutamenteio
Viewed: 196 times Comments 5 Date: 25-06-2026 Language: Language

Il vestito da sposa era appeso alla porta dell'armadio, bianco come un giglio, e io lo guardavo dallo specchio del camerino con le mutandine di pizzo ancora tra le dita. Le avevo appena sfilate. Il pizzo era umido in mezzo, una macchia scura che sporcava il bianco immacolato, e io l'avevo portato alle narici per un secondo — sale, muschio, il mio odore che non mentiva mai. Le lasciai cadere sul pavimento di piastrelle fredde. Il fotografo aveva detto che servivano ancora le ultime foto nel corridoio della sagrestia, prima della cerimonia. Il Cornuto — mio marito tra un'ora, se il prete avesse avuto fretta — era di là con i testimoni, a bere prosecco e a sudare dentro il suo abito da tre pezzi. Lo sentivo ridere attraverso la porta. Una risata secca, che sembrava un colpo di tosse. Mi aveva sempre fatto venire in mente qualcuno che si schiarisce la gola prima di dire una cosa che nessuno vuole sentire.

Marco era nel corridoio, con la macchina fotografica al collo e una maglietta nera aderente che gli disegnava i pettorali. Capelli corti, mascella quadrata, mani grandi da reggere l'ottica senza tremare. Mi vide uscire dal camerino con l'abito bianco da cerimonia già addosso — la scollatura che mi comprimeva il seno verso l'alto, il tessuto che aderiva ai fianchi — e le sue pupille si dilatarono. Un movimento minuscolo, quasi invisibile. Ma io lo notai. Notai anche che deglutì, e che le sue dita si strinsero sull'impugnatura della Reflex.

Manca poco,

disse. La voce gli uscì più bassa del solito.

Lo so.

Mi appoggiai allo stipite della porta. Il corridoio della sagrestia sapeva di candele spente e di legno vecchio, di pietra umida. Il freddo del pavimento mi saliva attraverso le suole sottili delle scarpe bianche, e tra le gambe sentivo l'aria muoversi dove il pizzo non c'era più. La figa era nuda sotto la gonna ampia, e ogni spostamento d'aria era un dito che mi sfiorava.

Marco alzò la macchina.

Ti faccio un paio di scatti qui, poi andiamo.



Mi misi contro il muro di pietra. Lui si avvicinò per inquadrarmi, e quando fu a un passo il profumo della sua pelle — legno di sandalo, sudore pulito, qualcosa di ferroso sotto — mi arrivò dritto nello stomaco. Mi morsi l'interno della guancia. Lui scattò. Il flash mi accecò per un istante, e quando riaprii gli occhi Marco era più vicino. Abbastanza vicino che potevo vedere la barba di due giorni sulla sua mascella, ogni singolo pelo scuro.

Sei bellissima,

disse, e non era un complimento da fotografo. Era un'ammissione che gli era uscita dai polmoni prima di poterla fermare.

Allungai la mano e gliela posai sull'inguine. Dritto sul rigonfiamento che gli tendeva i jeans. Era già duro — non completamente, ma abbastanza che le mie dita si chiusero su una forma solida e calda. Marco non si mosse. Non indietreggiò. Il suo respiro cambiò: si fece più corto, più superficiale, e il petto gli si sollevò sotto la maglietta nera.

Giulia...

disse, e il mio nome suonò come qualcosa che stesse cercando di non lasciar uscire.

La porta,

dissi io.

Chiudila.



Lui si voltò, fece tre passi, girò la chiave. Il click della serratura fu netto nel silenzio del corridoio. Quando tornò verso di me io avevo già sollevato la gonna dell'abito da sposa — metri di taffetà e chiffon che si ammassarono tra le mie mani come schiuma — e gli avevo mostrato tutto. La figa rasata, le labbra già gonfie e lucide, il clitoride che spuntava dal suo cappuccio come un bocciolo scuro. Niente mutandine. Niente che lo separasse dalla vista.

Marco si inginocchiò. Lento, come se stesse pregando. La Reflex gli pendeva dal collo e sbatteva contro il petto. Mi prese una coscia con entrambe le mani — le sue dita mi circondavano quasi tutta la carne — e avvicinò la bocca. Il primo tocco fu la lingua, piatta e calda, che saliva dal buco della figa fino al clitoride. Un colpo solo, lungo, che mi fece chiudere gli occhi e appoggiare la testa contro il muro di pietra. La pietra era fredda sulla nuca, e la sua bocca era bollente tra le gambe. Leccava con metodo, con precisione — piccoli cerchi attorno al clitoride, poi giù a spingere la lingua dentro il buco, poi di nuovo su. Io gli afferrai i capelli corti con le dita e lo tenni fermo dove volevo. La figa si apriva per lui come una pesca matura, e io sentivo il mio liquido colargli sul mento.

Tiralo fuori,

dissi. La mia voce era roca, irriconoscibile.

Marco si staccò, si alzò, si slacciò i jeans con mani che tremavano. Il cazzo saltò fuori dai boxer — dritto, curvo leggermente verso l'alto, la cappella viola e lucida di liquido preseminale. Era spesso, con le vene in rilievo che pulsavano. Mi inginocchiai davanti a lui, sul pavimento di pietra fredda, con l'abito da sposa che si allargava attorno a me come un lago bianco. Lo presi in bocca senza preavviso. Lo ingoiai fino in fondo, finché la cappella non mi toccò la gola e i peli del pube non mi solleticarono le narici. Sapeva di pelle calda, di sapone, di qualcosa di salato e acre. Lo tirai fuori, lo leccai dalla base alla punta — la lingua che seguiva la vena più grande come un fiume — e poi lo ingoiai di nuovo. Marco emise un suono che non era una parola, qualcosa che gli veniva dal fondo della pancia. Le sue mani mi afferrarono la testa, le dita che si stringevano tra i miei capelli neri, e cominciò a muovere i fianchi. Scopava la mia bocca con colpi corti e rapidi, e io lo lasciavo fare, la saliva che colava lungo l'asta e mi bagnava il mento.

Sei una troia,

disse, e la parola mi arrivò addosso come uno schiaffo che mi fece bagnare ancora di più. La figa pulsava, vuota, e io ci infilai due dita mentre continuavo a succhiare. Il suono della mia bocca sul suo cazzo era osceno — risucchi, gorgoglii, il rumore della saliva che si accumulava.

Mi tirai indietro prima che venisse. Volevo di più. Mi alzai, mi voltai verso il muro, sollevai la gonna dietro di me. La pietra fredda mi premeva contro le tette che l'abito a malapena conteneva. Marco mi prese per i fianchi — le sue mani grandi che quasi mi circondavano la vita — e mi infilò il cazzo dentro con un colpo solo. Fino in fondo. Il buco era così bagnato che entrò senza resistenza, e il rumore che fece — uno schiocco umido, carnoso — riempì il corridoio. Chiusi gli occhi. Lo sentivo pulsare dentro di me, riempirmi, stirarmi le pareti della figa. Cominciò a scopare. Forte. Ogni colpo mi spingeva contro il muro, e la pietra mi graffiava le guance attraverso il tessuto dell'abito. Il rumore delle sue palle che sbattevano contro la mia figa era ritmico, come un battito cardiaco amplificato.

Più forte,

dissi, e lui obbedì. Mi afferrò i capelli con una mano, tirandomi la testa all'indietro, e con l'altra mi schiaffeggiò una natica. Il dolore si mescolò al piacere come vino nell'acqua. La figa si stringeva attorno al suo cazzo a ogni colpo, lo massaggiava, lo risucchiava. Sentivo l'orgasmo che si costruiva in fondo alla pancia, una molla che si caricava.

Sto per venire,

disse Marco, e la sua voce era spezzata, rotta.

Vieni dentro,

dissi io.

Riempimi.



E lui venne. Lo sentii — il cazzo che si induriva ancora di più, poi le pulsazioni, poi il calore del suo sperma che mi inondava la figa a getti. Caldo, denso, che colava fuori prima ancora che finisse, perché la figa era troppo piena. L'orgasmo mi prese un secondo dopo — un'onda che partì dal clitoride e mi attraversò tutta, facendomi contrarre i muscoli delle cosce e arcuare la schiena. Strinsi i denti per non urlare. Un suono mi uscì comunque, qualcosa tra un gemito e un singhiozzo.

Marco si tirò fuori. Lo sperma colò giù lungo le mie cosce — bianco, denso, visibile sulla pelle. Mi rimisi dritta, lasciai cadere la gonna. Il tessuto dell'abito da sposa si posò sui miei fianchi, nascondendo tutto. Ma dentro, tra le gambe, sentivo il suo sperma che continuava a colare, che si mescolava ai miei liquidi, che mi bagnava le cosce.

Devo andare,

dissi. Mi guardai allo specchio del corridoio. I capelli neri erano un po' in disordine, le labbra gonfie. Mi sistemai. Il Cornuto stava aspettando all'altare.

Aprii la porta. Il corridoio della chiesa mi si aprì davanti — le navate, i banchi, i fiori bianchi, le candele accese. E in fondo, l'altare. Lui era lì, voltato verso il prete, con la sua giacca da tre pezzi e la sua risata che sembrava un colpo di tosse. Presi il bouquet di rose bianche dal tavolo della sagrestia. Feci un passo. Poi un altro. Lo sperma di Marco colava tra le mie labbra, scivolava verso l'interno coscia, e io camminavo verso l'altare senza mutandine, con la figa che gocciolava del seme di un altro uomo, e un sorriso che non riuscivo a togliermi dalla faccia.

ADDED 5 COMMENTS:
  • avatar torello876 Grandissima troia e povero cornuto

    26-06-2026 18:03:20

  • avatar torello876 Grandissima troia e povero cornuto

    26-06-2026 18:01:01

  • avatar torello876 Inserisci un commento:

    26-06-2026 17:56:12

  • avatar TorelloVCO Racconto molto eccitante.. Lei davvero molto porca.. ammetto che mi ha fatto passare una mezz'ora duro in ufficio

    26-06-2026 15:43:02

  • avatar sonosoloio60 Semplicemente stupendo

    26-06-2026 00:21:07






Go to Cuckold.net World
CLICK HERE