Il tempo che decido io.
by MagicNumber
Mi piace il ritardo.
Lui non parla la mia lingua, io non parlo la sua, e in mezzo c'è il telefono che ci traduce. All'inizio se ne scusava, come se fosse un difetto della serata. Poi ho capito che potevo usarlo. Lo guardavo, sorridevo, scrivevo una frase lunga tenendogli gli occhi addosso. Lui restava lì fermo, con quella faccia da uomo che aspetta una sentenza, e non poteva fare altro che desiderarmi mentre il traduttore macinava.
Qualche secondo ogni volta. È un tempo utile, se sai cosa farci.
Ci siamo salutati tardi, e sono tornata a casa con la sensazione di un attimo che non si ripete: il posto giusto, il momento giusto, la persona giusta.
La mattina dopo gli ho mandato una foto e un grazie, e che volevo rivederlo. Poi, subito dopo, la parte che di solito rovina tutto: ho un ragazzo. Gliel'ho scritto perché se cercava una storia seria non volevo fargli perdere tempo. La correttezza costa, ma preferisco pagarla prima.
Ha smesso di rispondere.
Gli ho scritto lo stesso, con un'altra foto. Che per noi due funziona così, che non c'è nulla da riparare. Che quel momento mi sarebbe piaciuto dividerlo con tutti e due.
Silenzio anche lì. Lo immaginavo a camminare per la stanza discutendo con se stesso, e sapevo già come sarebbe finita quella discussione.
Ho aspettato un'ora. Poi ho mandato l'ultima foto, senza scriverci niente sotto. So che faccia fare, quando serve.
Ha detto sì in meno di un minuto.
Alla fine il mio ragazzo non è riuscito a raggiungerci per la sera. Me lo sono trovato davanti da solo, con addosso un imbarazzo che doveva dormire da anni. Non era timidezza. Era un'emozione senza nome, di quelle che non sai da che parte prendere, e si vedeva che lo attirava esattamente quanto lo spaventava.
Un bacio, e gli ho chiesto subito di poter condividere la serata con il mio fidanzato, al telefono.
Mi sono spogliata con calma, prendendomi tutto il tempo che volevo. L'ho spinto sul letto con la mano aperta sul petto e sono salita sopra ancora mezza vestita, solo per fargli sentire il caldo attraverso la stoffa e vederlo stringere le lenzuola.
Quando mi ha toccata ero già pronta. Gli ho riso contro la bocca, perché lo sapevamo tutti e due.
Poi la sua lingua, e la mia mano che cercava il telefono sul comodino a occhi chiusi. Ho cominciato a parlare al mio uomo mentre lui era lì sotto, e sentivo il ritmo cambiare ogni volta che pronunciavo quel nome. Bello sapere di eccitare due persone con la stessa frase, e che una delle due non ci fosse nemmeno.
Ho lasciato cadere il telefono e me lo sono preso. Lento, tenendogli i polsi, guardandolo in faccia mentre entrava. Ho inarcato la schiena, ho scattato una foto con una mano sola e l'ho mandata senza controllarla. Non serviva: so cosa c'era dentro.
Erano lì tutti e due, e li sentivo respirare: uno contro il collo, l'altro nell'orecchio, dal telefono. Due sospiri a distanze diverse, nello stesso istante.
Sono venuta la seconda volta mentre stavo ancora parlando, e la frase è rimasta lì a metà, dentro il vocale, come tutto quello che ci eravamo detti fino a quel momento.
Le prime volte degli altri sono la mia parte preferita. Di ogni prima volta sono un po' gelosa.
Gli mancavano le parole, non sapeva cosa avesse appena vissuto. L'ho rimirato per non dimenticarlo, poi gli ho sorriso, l'ho baciato, e mi sono addormentata prendendomi tutto il merito.
La stessa serata di Il tempo di tradurre raccontato dalla sua parte. Questa me la sono immaginata, donne alla lettura confermate il punto di vista?
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