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STORY

Melany,la sorella del Monco

by krack76
Viewed: 249 times Comments 1 Date: 09-06-2026 Language: Language

Margarita, al di fuori del circuito turistico, è Sud America vero. Molto meno pericolosa delle grandi città della terraferma, ma comunque un posto dove bisogna sapersi comportare e prendere le giuste precauzioni.

Io vivevo il Venezuela, quello vero.

Non abitavo più a Costa Azul, tra residence, piscine e turisti in vacanza, ma in un appartamento molto bello su Calle Larez, proprio dietro l'ospedale di Porlamar, in un piccolo condominio di cinque piani con due appartamenti per piano. L'edificio era moderno, ben tenuto e, per gli standard della zona, quasi lussuoso.

Il problema era tutto quello che c'era intorno.

Il quartiere era di livello mediobasso e bastavano pochi isolati per ritrovarsi in zone decisamente più povere e molto meno tranquille. Era uno di quei posti tipicamente sudamericani dove, nel giro di poche centinaia di metri, si passava da un condominio elegante a strade nelle quali era meglio non fermarsi troppo a lungo.

In seguito avrei capito che quello era stato uno dei tanti

favori

di Amador. Era riuscito a far comprare a mia madre un appartamento davvero bello, ma in una zona che nessun venezuelano benestante avrebbe scelto come prima opzione.

Io, però, conoscevo già abbastanza bene l'isola da sapere come muovermi. Sapevo quali strade evitare, a che ora fosse meglio non girare a piedi e quando fosse più prudente prendere la macchina anche per fare poche centinaia di metri.

Margarita era sicuramente più sicura di Caracas o di molte altre città della terraferma, ma restava sempre Sud America. E dimenticarselo non era mai una buona idea.
Io avevo ventidue anni e la leggerezza di chi non ha ancora capito in che guai riesce a cacciarsi.
I
La vidi cadere dalla bicicletta come si vede cadere qualcuno in un film comico — con quella sequenza rallentata in cui capisci che sta per succedere, ma non puoi fare niente. Una buca, le ruote che cedono, lei che vola. Mi fermai, scesi dalla macchina, e la trovai seduta sul bordo della strada con le ginocchia scorticate e una dignità intatta che mi sembrò, già in quel momento, qualcosa di raro.

Si chiamava Melanie. In Venezuela usano spesso nomi anglofoni — non chiedete perché, è così e basta — ed era giusto che una ragazza così si chiamasse in un modo che suonasse diverso da tutto il resto.

Alta un metro e settanta, pelle color caffellatte, occhi verdi. Gambe che non finivano mai. Diciott'anni e la naturalezza di chi non sa ancora di essere bellissima — o forse lo sa benissimo e fa finta di no, che è ancora peggio. Portava una maglietta bianca leggera, quasi trasparente con il sudore dell'estate caraibica, e dei pantaloncini corti che lasciavano vedere esattamente quanto bastava per non riuscire a smettere di guardare.

La caricai in macchina con una delicatezza che non sapevo di avere. Pesava poco, profumava di cocco e di pelle calda. La bicicletta nel bagagliaio, lei sul sedile del passeggero con le ginocchia insanguinate e uno sguardo che oscillava tra il dolore e una specie di divertimento silenzioso per la situazione.

— Gracias — disse. E basta. Come se bastasse.

La portai al pronto soccorso lì accanto. Gli ospedali venezuelani hanno un loro sistema: il medico visita, poi ti manda in farmacia a comprare le garze, perché le garze non le hanno. Io andai in farmacia, lei aspettò con la pazienza di chi è abituato a come funzionano le cose, e dopo un paio d'ore uscì fasciata e con un mezzo sorriso che mi rimase stampato in testa per il resto della giornata.

Abitava a tre isolati da casa mia. Tre isolati. Mentre guidavo verso casa sua pensai che il destino, quando ci si mette, non va tanto per il sottile.

Quella sera le scrissi. Con la scusa ufficiale di sapere come stava, con la ragione vera di sentire ancora qualcosa di quel pomeriggio.

Ciao Melanie, sono Lorenzo, volevo sapere come stavi.

Ci mise un po' a rispondere. Abbastanza da farmi fissare lo schermo più del necessario.

Sto bene grazie. Le ginocchia fanno ancora un po' male ma niente di grave. Sei stato molto gentile.

Gentile. La parola più innocua del mondo, eppure letta alle undici di sera con il ventilatore che girava sul soffitto e l'aria densa di umidità caraibica, mi sembrò carica di qualcosa che non riuscivo a definire.

Ci scrivemmo ogni sera. Poi anche la mattina. Poi nel mezzo del pomeriggio, quando il caldo di Porlamar schiaccia tutto e non si riesce a fare niente di utile. I messaggi si allungarono, poi diventarono chiamate brevi, poi chiamate lunghe. Parlavamo di tutto e di niente — della sua famiglia, del quartiere, di cosa sognasse di fare, di cosa mi piacesse dell'isola. Lei rideva facilmente e quando rideva si capiva anche attraverso lo schermo.

Dopo una settimana le chiesi di prendere un gelato insieme. Con la scusa ufficiale di controllare come stessero le ginocchia.

Le ginocchia stavano benissimo.

La gelateria era su Calle San Rafael, a dieci minuti a piedi. Melanie arrivò con un vestito celeste, leggero, che si muoveva con lei ad ogni passo. Aveva i capelli sciolti — lunghi, scuri, con quei riflessi caldi che certe donne caraibiche portano come se fosse normale. Non era normale. Non lo era per niente.

Mangiammo il gelato camminando, parlando, ridendo di cose che adesso non ricordo ma che in quel momento sembravano le più importanti del mondo. Ogni tanto i nostri gomiti si sfioravano. Lei non si scostava. Io nemmeno.

Quando la riaccompagnai a casa, sul cancello, ci fermammo un momento in più del necessario. Uno di quei momenti in cui entrambi sanno cosa sta per succedere e nessuno dei due vuole essere il primo a muoversi, per non rompere l'incantesimo.

— Ci vediamo ancora? — chiesi.

Lei sorrise. — Dipende da te.

La rividi tre giorni dopo, a cena.La portai al Rancho de Pablo ,un piccolo e noto ristorante vicino al lungomare, pesce fresco, birra fredda, una brezza che arrivava dal mare e portava con sé tutto il sale dell'Atlantico. Melanie era diversa dalla prima volta — più rilassata, più vicina, con quella confidenza che nasce quando due persone hanno passato ore a scriversi cose che non direbbero mai a voce alta.

A un certo punto della serata smise di parlare a metà frase. Ci guardammo. E ci baciammo.

Fu un bacio lento, cauto, come una domanda a cui entrambi conoscevamo già la risposta. Sapeva di frutta tropicale e di qualcosa di più difficile da spiegare — di inizio, forse. Di quella sensazione rara in cui capisci che una cosa sta cominciando davvero.

Sul tragitto di ritorno tenne la mia mano sulla gamba per tutto il tempo.

Prima di scendere mi disse, con una dolcezza che conteneva anche un avvertimento: — Lorenzo, però devi stare attento. La mia famiglia è gelosa. Mio fratello soprattutto — potrebbe arrabbiarsi.

Io annuii con la sicurezza di chi non ha ancora capito cosa significa, in quel quartiere, la parola fratello.


Lo capii quando lo dissi a Cesar ,il mio amico venezuelano. Gli feci il nome della strada, gli descrissi la casa, gli dissi che c'era un tipo senza un braccio sempre fuori dal cancello.

Si fermò. Mi guardò.

— Aspetta. La sorella del Monco?

— Il Monco, sì, quello senza il braccio—

— Lorenzo. Il Monco è il boss del quartiere.

Pausa.

— Cioè... il capo della malavita di tutta quella zona.

Altra pausa.

— Ed è pericoloso.

Ecco. Questo non me lo aveva detto nessuno.

Sul tetto della casa del Monco c'erano le gabbie dei galli da combattimento. Miguel — perché di nome faceva Miguel, il soprannome era per gli altri — allevava galli con la dedizione silenziosa di un artigiano. La mattina presto quei galli cantavano e strillavano e si sfidavano attraverso le gabbie con un'energia che svegliava tutto il quartiere. Io aprivo gli occhi all'alba col cuore in gola pensando a una sparatoria, e invece erano solo i volatili di Miguel che salutavano il giorno.

Lui mi guardava sempre. Mezzo storto, come si dice — un'espressione che in quel caso era quasi letterale. Ci provavo, qualche sorriso, qualche cenno con la testa, buenas, Miguel — e lui rispondeva con uno sguardo che non era ostile ma non era nemmeno amichevole. Era valutativo. Come quello di un uomo che non ha ancora deciso cosa fare di te, e che nel frattempo ti fa sentire come un gallo nuovo davanti alle sue gabbie.


Era un martedì, o forse un mercoledì — i giorni a Porlamar si mescolano facilmente quando fa caldo e non hai un orario. Le avevo proposto di venire a casa mia, con la scusa vaga di mostrarle l'appartamento, di cucinare qualcosa, di stare un po' tranquilli lontano dal quartiere.

Arrivò alle quattro del pomeriggio, quando il sole era ancora alto e l'aria dentro casa era tenuta a bada dal ventilatore e dalle persiane mezze chiuse. Portava un vestito a fiori, sandali, i capelli raccolti sul collo con quella negligenza curata che sanno avere certe donne. Sulla soglia si fermò un secondo, guardò l'appartamento, mi guardò.

— È bello — disse. — Più grande di quanto pensassi.

— Entra.

Preparai qualcosa da bere, succo di maracuja e rum , e ci sedemmo sul divano. Parlammo poco. O forse parlammo tanto — non ricordo bene, perché la mia attenzione era altrove: sulla curva del suo collo, sul modo in cui si muoveva quando si appoggiava allo schienale, su come mi guardava quando credeva che non la guardassi.

A un certo punto si avvicinò. O mi avvicinai io. Probabilmente entrambi, quel tipo di movimento che non ha un responsabile preciso.

Il bacio fu diverso da quello della sera al ristorante — meno cauto, più diretto, con tutta la consapevolezza di quello che stava per succedere. Le sue mani erano calde sulla mia nuca, le mie sulla sua vita, e la luce filtrava tra le persiane disegnando strisce dorate sulla sua pelle scura che sembravano fatte apposta.

La camera da letto era fresca, quasi buia. Il ventilatore girava lento. Melanie si sedette sul bordo del letto e mi guardò con quegli occhi verdi che in quella luce sembravano quasi trasparenti — un contrasto così bello con la sua pelle che ci si poteva perdere a guardarlo.

Si sfilò il vestito con una naturalezza disarmante, come se fosse la cosa più semplice del mondo, e forse per lei lo era. Per me era tutto il contrario della semplicità — era una di quelle scene che il cervello decide di conservare ad alta definizione per sempre, nei dettagli, nella luce, nel modo in cui sorrise appena prima di tendermi la mano.

Facemmo l'amore con quella lentezza pigra del pomeriggio caraibico, senza fretta, come si fa quando fuori fa troppo caldo per qualsiasi altra cosa e dentro c'è solo quella quiete tiepida che sa di buono. Lei era dolce e presente e meravigliosa, con quella capacità di alcune donne di essere completamente lì, in quel momento, senza pensare a nient'altro. Io cercavo di fare lo stesso, e quasi ci riuscivo — se non fosse che ogni tanto pensavo a un uomo senza un braccio su un tetto a duecento metri da lì e tornavo immediatamente presente.

Dopo restammo stesi senza parlare, con il ventilatore che ci asciugava lentamente la pelle e la luce che cambiava colore verso il tardo pomeriggio. Lei aveva la testa sul mio petto. Fuori, lontano, si sentivano i galli.

— Miguel non lo deve sapere — disse alla fine.

— No — dissi io.

Pausa.

— Per ora — aggiunse lei. E in quel per ora c'era qualcosa che avrei dovuto decifrare prima.

Le settimane che seguirono furono tra le più belle e le più nervose della mia vita, che è una combinazione che consiglio a tutti almeno una volta.

Ci vedevamo quasi ogni giorno. A volte uscivamo — il lungomare di Porlamar al tramonto, un mercato, una spiaggia poco distante dove la sabbia era bianca e il mare aveva quel turchese che sembra finto e invece è lì, reale, davanti a te. Melanie in costume da bagno era un problema serio per la mia capacità di ragionamento — un due pezzi nero, quella pelle caffellatte contro il sole, quelle gambe interminabili nell'acqua. Mi guardava dall'acqua e rideva, e io capivo perché certi uomini prendono decisioni irrazionali.

A volte invece restavamo a casa mia, e quei pomeriggi chiusi dentro con le persiane abbassate erano una cosa a sé — una parentesi sospesa in cui il resto del mondo, incluso Miguel e i suoi galli e la sua pistola che ancora non sapevo della pistola, non esisteva. Imparammo i ritmi l'uno dell'altra, i silenzi, le abitudini. Lei aveva un modo di appoggiarsi allo stipite della finestra,nuda, guardando fuori, con un bicchiere in mano, che era una delle cose più belle che avessi mai visto. Io glielo dicevo e lei scuoteva la testa come se stessi esagerando. Non stavo esagerando.

Una sera, mentre la riaccompagnavo a casa, mi disse che le piaceva stare con me perché la facevo sentire al sicuro. Considerato il contesto familiare, capii che non era una cosa da poco.

Davanti al cancello di casa sua, , ci baciammo veloce. Poi lei sparì dentro e io rimasi un secondo a guardare il portone chiuso, con i galli che si agitavano sul tetto e Miguel — lo sentivo — che probabilmente mi guardava da qualche finestra.

Buenas noches, Miguel, pensai. E andai a casa.

Il giorno che Miguel mi disse scendi, entra, non avevo alternative.

Mi fece sedere al tavolo della cucina. Si sedette di fronte a me. Aveva il moncherino sinistro tagliato subito sotto la spalla e un'autorevolezza tranquilla che non aveva bisogno di alzare la voce. Poi, con la mano destra, tirò fuori dai pantaloni una pistola e la posò sul tavolo tra noi.

Non la puntò. La posò. Con la cura di chi sa che non è necessario puntarla.

Il rumore che fece sul tavolo fu breve e definitivo, come una parola che non ammette repliche.

— Parliamo — disse. — Che intenzioni hai con mia sorella?

Le gocce di sudore che mi scorrevano lungo la schiena erano probabilmente le più veloci della mia vita. Guardai la pistola. Guardai lui. La pistola. Lui. Decisi di guardare lui, perché la pistola non mi dava risposte.

— Miguel — dissi, con una voce che speravo suonasse più ferma di come la sentivo io — Melanie mi piace moltissimo. La rispetto, è una ragazza straordinaria—

— Te la sei scopata?

Momento di silenzio cosmico.

— Miguel, queste sono cose private—

— Te la sei scopata sì o no. Dimmi la verità.

Feci il calcolo più rapido della mia vita: mentire a un boss con una pistola sul tavolo, o dirgli la verità. La verità sembrava rischiosa. La menzogna sembrava peggio.

— Abbiamo fatto l'amore — dissi. — Lei ha diciott'anni, io venticinque. Siamo innamorati.

Miguel non batté ciglio.

— Allora devi cominciare a pensare di sposarla.

Il sudore accelerò in modo preoccupante.

Cercai parole. Parole diplomatiche, intelligenti, che non facessero sembrare che stavo cercando una via di fuga pur cercandola disperatamente. Trovai solo: — Miguel, siamo ancora giovani, vediamo come va, ci vuole tempo—

— Il tempo ce l'ho io — disse lui. Piano. — Tu devi decidere.

Fu a quel punto che si aprì la porta.

Melanie valutò la scena in meno di un secondo — io color cenere, suo fratello seduto, la pistola sul tavolo — e disse con una voce che non ammetteva repliche:

— Miguel. Basta.

Miguel la guardò. E in quello sguardo capii tutto: quell'uomo, che teneva in pugno un quartiere intero, che allevava galli da sul tetto di casa e girava con la pistola in tasca, era completamente, irrimediabilmente, perdutamente devoto a sua sorella.

Melanie mi prese sottobraccio e mi portò fuori come se stesse raccogliendo qualcosa di suo che era finito nel posto sbagliato.


Per strada, mentre riprendevo colore nel senso letterale del termine, lei camminò in silenzio per quasi un isolato. Poi si girò verso di me con una leggerezza quasi offensiva, considerata la situazione da cui ero appena scampato:

— Ma perché non mi vuoi sposare?

La guardai.

— Io ti amo — dissi, e lo pensavo davvero, in quel momento lo pensavo davvero. — Ti sposerei. Ma siamo giovani, no? Abbiamo ancora tanto tempo davanti—

— Miguel non la vede così.

— Miguel ha anche una pistola, il che cambia la prospettiva.

Lei rise. Quella risata che partiva piano e poi esplodeva, con la testa un po' all'indietro. Poi mi prese la mano e la tenne stretta mentre camminavamo, e io pensai che forse c'erano situazioni peggiori di essere innamorato di una ragazza bellissima il cui fratello voleva fartela sposare a pistola puntata.

Poi pensai al volo di ritorno in Italia. E iniziai a contare i giorni.

La sera prima di partire andammo al mare. Una spiaggia poco fuori Porlamar, quasi deserta a quell'ora, con il sole che scendeva verso l'orizzonte e tingeva tutto di arancione e rosa — uno di quei tramonti caraibici talmente belli da sembrare una scenografia.

Melanie era seduta sulla sabbia con le ginocchia al petto — quelle ginocchia che ormai erano guarite del tutto, senza più traccia delle scorticature del primo giorno. Guardava il mare con un'espressione che non riuscivo a leggere del tutto.

— Torni — disse. Non era una domanda.

— Torno — dissi. E lo pensavo.

Restammo lì a lungo, finché non fece buio. Poi tornammo in macchina, tornammo a casa mia, e quella notte fu diversa da tutte le altre — più lenta, più intensa, con quella malinconia dolce delle cose che sai che stanno per finire, almeno per un po'. Melanie aveva un modo di guardarmi, in certi momenti, che sembrava stesse cercando di memorizzarmi — come se stesse scattando fotografie con gli occhi. Io facevo lo stesso, e cercavo di non pensare a Miguel, ai galli, alla pistola, al matrimonio. Quella notte erano tutti lontani.

All'alba la riaccompagnai a casa. Ci salutammo in silenzio, con un abbraccio lungo che non voleva finire.

Sul tetto, i galli cominciarono a cantare.


Mi salvò il volo di ritorno in Italia.

Fare avanti e indietro col Venezuela era la mia vita in quegli anni: due mesi là, quattro o cinque in Italia, poi di nuovo là. Partii con la vaga sensazione di chi lascia una partita a metà sapendo che non sa come finirà.

Ci sentivamo tutti i giorni. Poi quasi tutti i giorni. Poi a giorni alterni. Le chiamate si accorciarono, i messaggi diventarono più radi, con quegli intervalli sempre più lunghi che non sono silenzi ma distanze. Non lo dissi ad alta voce, ma lo sentivo — quella cosa stava cambiando forma, lentamente, come fanno le cose quando manca lo spazio fisico a tenerle insieme.

Circa un mese e mezzo dopo, Melanie mi scrisse: Lorenzo, scusami. Non mi sembra corretto continuare a non dirtelo. Ho conosciuto un'altra persona.

Rilessi il messaggio una volta. Due volte. Una terza, solo per essere sicuro di aver capito bene.

Poi tirai il respiro più lungo, più profondo, e più sollevato della mia vita adulta.

Mi ero innamorato di una ragazza bellissima su un'isola caraibica, avevo passato settimane a fare l'amore nei pomeriggi dorati di Porlamar, avevo guardato una pistola sul tavolo di un boss del quartiere e ero uscito dalla stanza con tutti i miei arti attaccati, e me ne ero venuto fuori . .
Risposi: Sono contento per te, Melanie. Prenditi cura di te.

E lo pensavo davvero.

Fuori dalla finestra di casa mia in Italia, pioveva. Da qualche parte su un tetto di Porlamar, immaginai Miguel che controllava le gabbie dei suoi galli, con la mano destra e il moncherino sinistro, cercando già il prossimo pretendente a cui mettere una pistola sul tavolo.

Gli augurai buona fortuna, anche a lui.

ADDED 1 COMMENTS:
  • avatar bekko64 Ma a scrivere qui sei sprecato...Neanche un volgare riferimento a organi anatomici e liquidi corporei...Hai un bel modo di scrivere e sei abile a catturare l'attenzione del lettore anche il più superficiale...Complimenti.

    10-06-2026 14:28:06






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