Giulia e il diciottenne
by CornutamenteioIl sole di luglio a picco sulla schiena era un peso fisico, una mano ardente che premeva sulla pelle unta di crema solare. Distesa sul lettino sotto l’ombrellone numero 42, cercavo di ignorare il frastuono dei bambini che urlavano in riva al mare e il rumore bianco di una radio accanto a volume troppo alto. Ero lì per staccare la spina, non per lavorare, ma Marina, la mia vicina di ombrellone, aveva altri piani.
«Giulia, ti prego, sei l'unica che può salvarlo,» disse lei, abbassando gli occhiali da sole e fissandomi con quell’espressione supplichevole che le madri usano quando i figli sono dei casi disperati. «Leo ha preso crediti formativi in diritto, ma è un disastro totale. Se non passa questo esame di recupero a settembre, perde l'anno. Tu lavori in uno studio di avvocato, ci metti un'ora a spiegargli le cose.»
Sospirai, girando la testa per guardare l'orizzonte azzurro e piatto. L'idea di passare le mie serate estive a insegnare il codice civile a uno studente svogliato mi faceva venire l'emicrania. «Marina, non faccio ripetizioni da anni. E poi è estate.»
«Ti pagherò benissimo,» insistette lei, allungando la mano per toccarmi il braccio. «È un bravo ragazzo, solo un po'... distratto. Ti prego.»
Cedetti. Non per i soldi, ma perché Marina era insistente e sapevo che non mi avrebbe lasciata in pace fino a quando non avessi accettato. Lro era un po' sfigato, aveva festeggiato i diciotto anni il venti giugno, rro stata invitata anch'io, e mi aveva sbirciato tette culo e gambe di nascosto tutto il tempo, ma soprattutto come mi aveva guardato i piediarrossendo come un peperone brufoloso se vedeva che lo guardavo. «La faccia del segaiolo ce l'hai, sfigato,» avevo pensato.
«Va bene. Martedì prossimo, alle 17. A casa mia.»
Il martedì pomeriggio il termometro segnava trentadue gradi anche dentro il salotto. Avevo aperto le finestre nella speranza di far circolare un po' d'aria, ma l'atmosfera rimaneva pesante e densa. Quando il campanello suonò, mi alzai dal divano andando ad aprire indossando un semplice abito di lino bianco che fermava a metà della coscia. Non mi ero preoccupata troppo dell'abbigliamento; era una lezione privata, non un appuntamento di lavoro.
Leo era in piedi sulla soglia, una figura esile e goffa che sembrava occupare troppo spazio pur essendo così magro. Era alto, almeno un metro e ottanta, ma le spalle curve lo facevano sembrare più piccolo. Indossava una tshirt oversize che gli penzolava dai fianchi e un paio di calzoncini cargo sulle scarpe da ginnastica consumate. Ma si può? Era in divisa da sfigato.
I suoi capelli castani e ricci erano arruffati, come se si fosse appena alzato dal letto, e il viso era una cartina geografica di brufoli rossi e infiammati, specialmente sulla fronte e lungo la mascella.
Sopra il naso un po' pronunciato, una montatura spessa e nera circondava i suoi occhi, che mi fissarono per un secondo poi scivolarono immediatamente verso il pavimento.
«Ciao, Leo,» dissi, facendomi spazio. «Entra.»
«Bbbuongiorno, signora,» sussurrò lui, entrando con passo incerto, quasi inciampando sul tappeto. Teneva stretto contro il petto uno zaino di tela logoro, le nocche delle mani bianche per la pressione.
Lo portai in salotto, indicando la sedia di fronte al mio scrittoio. «Siediti. Tieni fuori i libri.»
Mentre lui apriva lo zaino con movimenti tremanti, facendo cadere una penna che rotolò sul pavimento, lo osservai meglio. C'era qualcosa di profondamente innocente in lui, una vulnerabilità che usciva da ogni poro. Mi chinai a raccogliere la penna e quando mi rialzai, i suoi occhi erano incollati alle mie gambe. Non era uno sguardo furtivo da maschio esperto che sa come guardare senza essere beccato; era uno sguardo fisso, rapito, quasi terrorizzato, che puntava dritto sulla pelle scoperta delle mie tette.
Mi raddrizzai e lui scattò, voltando la testa di scatto e diventando paonazzo, il colore che gli saliva dal collo fino alle orecchie.
«Leo?» dissi, sedendomi sulla sedia di fronte a lui e incrociando le gambe lentamente. Il tessuto del lino scivolò su se stesso, rivelando ancora più pelle. Lui affondò lo sguardo nel libro di diritto aperto davanti a sé, ma le sue mani tremavano così forte che le pagine frusciavano senza che le toccasse davvero.
«Sì?» rispose, la voce che gli si spezzò in un falsetto acuto.
«Hai una ragazza?» chiesi, cambiando argomento senza preamboli.
Lui alzò lo sguardo dietro le lenti spesse, gli occhi spalancati. «Che? No, io... no.»
«Mai avuta una ragazza?» insistetti, avvicinandomi al tavolo. L'odore di lui mi raggiunse: un misto di sapone da supermercato e sudore nervoso, pungente e maschile.
Leo scosse la testa, fissando il legno del tavolo. «No. Le donne non mi... non mi degnano di uno sguardo.»
La confessione uscì come un respiro affannoso. Mi sentii un brivido percorrermi la schiena, non di pietà, ma di un'altra cosa più oscura e potente. Guardai le sue mani lunghe e ossute, le dita sottili che stringevano la penna fino a farsi diventare bianche le nocche. Guardai il suo collo magro e la gola che si muoveva a deglutire.
«Sei vergine, Leo?» chiesi, abbassando la voce fino a renderla un sussurro intimo.
Il silenzio che seguì fu assordante, rotto solo dal ronzio di un moscone contro la finestra. Leo sembrò voler sparire dalla sedia. I suoi occhi si riempirono d'acqua, un misto di vergogna e umiliazione pura. Non disse nulla, ma il suo corpo rispose per lui: le spalle si tesero, il respiro si fermò.
«Non rispondere,» dissi, alzandomi e facendo il giro del tavolo. Mi fermai proprio accanto a lui, così vicina che la mia gamba sfiorava il suo braccio. «Lo so che lo sei.»
Lui si irrigidì, una statua di marmo imbarazzato. Potevo sentire il calore che emanava, una temperatura febbrile che nulla aveva a che fare con il clima esterno.
«Sai, Leo,» continuai, posando una mano sulla sua spalla. La sentii contrarsi sotto il mio tocco, i muscoli tesi come corde di violino. «Il diritto è fatto di regole, di contratti, di obblighi. Ma la vita... la vita è fatta di esperienze. E tu ne hai perse troppe.»
«Ssignora...» balbettò lui, ma non si mosse.
«Chiamami Giulia,» corsi, stringendo leggermente la spalla. «E smettila di guardare quel libro. Guardami.»
Lentamente, con lo sforzo di chi sta sollevando un peso enorme, Leo girò la testa verso di me. I suoi occhi dietro gli occhiali erano spaventati, ma anche bramosi. La pupilla era dilatata, inghiottendo il colore dell'iride.
«Oggi non studieremo diritto,» annunciai, lasciando che la mia mano scivolasse dalla sua spalla verso il collo, toccando la pelle calda e umida appena sotto il colletto della tshirt. «Oggi ti darò una lezione pratica.»
Leo emise un suono gutturale, un gemito soffocato. «Non... non so cosa fare.»
«Lo so,» sussurrai, avvicinando il mio viso al suo. «Ecco perché ci sono io.»
Senza preavviso, presi il suo viso tra le mani, sentendo la pelle ruvida dei brufoli sotto i polpastrelli, e lo baciai. Non fu un bacio dolce. Fu un assalto, una presa di possesso. Le sue labbra erano immobili, tremolanti, incapaci di rispondere. Le sue mani rimasero appoggiate al tavolo, le dita arricciate.
Passai la punta della lingua sul suo labbro inferiore, forzandolo ad aprirsi. Lui esitò, poi soccombette. La sua bocca si aprì in un respiro affannoso e la mia lingua invase il suo spazio, esplorando, tastando, dominando. Il sapore di lui era menta e ansia.
Quando mi distaccai, lui era pallido, il petto che si sollevava a fatica.
«Alzati,» ordinai.
Leo si alzò come un burattino tagliato dai fili. Era più alto di me, ma in quel momento sembrava piccolo. Mi sedetti sul bordo del tavolo, spingendo i libri di diritto a terra con un tonfo secco, e lo guardai dritto negli occhi.
«Avvicinati,» dissi.
Lui fece un passo avanti. Le sue ginocchia battevano contro le mie. Presi le sue mani tremanti e le posai sui miei fianchi, sopra il lino.
«Tocca,» sussurrai. «Non c'è un libro che ti dica come si fa. Devi sentire.»
Le sue dita si chiusero sul mio abito, incerte. Le spinsi più in basso, fino al bordo dell'orlo. «Sotto.»
Leo annuì, un movimento convulso. Le sue mani scivolarono sotto il tessuto, toccando la pelle delle mie cosce. I suoi palmi erano caldi, umidi, roventi. Potevo sentire il battito del suo polso contro la mia pelle interna.
«Più in alto,» guidai io, la voce rauca. «Non fermarti.»
Le sue dita arrivarono al bordo delle mie mutandine di pizzo. Si fermò, bloccato dal muro dell'ignoranza e della paura.
«Leva,» comandai.
Con un respiro trattenuto, Leo agganciò il pizzo con le dita goffe e tirò giù. Io sollevai i fianchi per aiutarlo, lasciando che il tessuto scivolasse lungo le mie gambe fino a cadermi ai piedi. Mi spalancai davanti a lui, esponendo la figa rasata già bagnata e calda all'aria viziata della stanza.
Leo fissò, il suo sguardo incollato tra le mie gambe. I suoi occhi si spalancarono dietro gli occhiali. Poi mi accorsi che mi fissava di nuovo i piedi.
«Ti piacciono tanto i miei piedi, Leo?» dissi, prendendolo per i capelli e spingendo il suo viso verso il basso. «È così che si fa.»
Lui crollò in ginocchio sul tappeto, come se le gambe avessero rifiutato di reggerlo. Il suo respiro caldo mi colpì la pelle nuda.
«Leccami i piedi,» ordinai. «Fammi vedere se sai usare quella lingua per qualcosa di meglio che balbettare.»
Comincio dal tallone, risalendo lungo la pianta, fino alle dita dei piedi. La sua lingua sembrava esitare.
«Succhia le dita, una ad una,» ordinai. La sua lingua si infilò negli spazi tra dito e dito, r la bocca ciucciò l'alluce come in un pompino.
«Ora la fregna... Leccala bene.»
«Guarda bene, Leo,» dissi, prendendolo per i capelli e spingendo il suo viso verso il mio inguine. «È così che si fa.»
Leo esitò un secondo, poi si lanciò. Fu disordinato, grezzo, senza tecnica. Passava la lingua a caso, bagnando tutto, le labbra che schiacciavano contro la mia pelle con troppa forza. Ma la sua fame, la sua disperazione pura, erano elettrizzanti. Mi afferrai i suoi capelli, guidandolo, muovendo i fianchi contro la sua bocca.
«Sì,» gemetti, chiudendo gli occhi. «Così. Non fermarti.»
Sentivo i suoi occhiali spessi premere contro la mia coscia ogni volta che si spingeva più a fondo, cercando di entrare dentro di me con la faccia. La sua inesperienza era un afrodisiaco potente. Non c'era calcolo, non c'era finesse, solo istinto bruto e bisogno. Le sue mani si aggrappavano alle mie cosce, lasciando segni bianchi sulle dita, mentre mi leccava la figa come un assetato alla fonte.
«Usa le dita,» sussurrai, tirando indietro la testa per guardarlo. Il suo viso era lucido di miei umori, i suoi occhi sbarrati. «Mettine una dentro.»
Leo tremò. Portò una mano alla mia apertura, l'indice che esitava sulla soglia. «Ddentro?» chiese, la voce roca.
«Sì, cazzo, dentro.»
Spinse. Il dito entrò, rigido e un po' doloroso per la sua goffaggine, ma mi riempì in modo soddisfacente. Io inarcai la schiena, spingendo contro di lui. «Muovilo.»
Lui iniziò a scoparmi con il dito, impazzito, il ritmo irregolare, mentre continuava a leccarmi il clitoride con la lingua piatta. La stanza ruotava, il calore diventava insopportabile. Ero la maestra, e lui era il mio allievo, e stava imparando la lezione più importante della sua vita.
Mentre il piacere cresceva dentro di me, una onda calda e densa che saliva dalla pancia, guardai la sua testa tra le mie gambe. Il suo corpo esile, i suoi brufoli, la sua innocenza rubata. E sapevo che non mi sarei fermata qui. Avrei preso tutto. Avrei distrutto quella verginità con la stessa violenza dolce con cui stava distruggendo la mia inibizione.
«Basta,» dissi all'improvviso, spingendolo via con forza.
Leo indietreggiò, confuso, il viso bagnato e gli occhiali appannati. «Ho... ho sbagliato?»
«No,» dissi, scendendo dal tavolo e stando davanti a lui, nuda sotto l'abito sollevato. «Ma la lezione è appena iniziata.»
Guardai il suo pantaloncino. C'era un rigonfiamento evidente, enorme, che premeva contro la stoffa. Il cazzo del ragazzo era duro come una pietra.
«Togliti i pantaloni, Leo,» dissi, con un sorriso che sapevo essere crudele. «Ora vediamo se quel cazzo è all'altezza del compito.»
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