STORY TITLE: Settima puntata. Cinque parole. 
logo Cuckold USA
.


STORY

Settima puntata. Cinque parole.

by Mark90
Viewed: 214 times Comments 5 Date: 03-06-2026 Language: Language

La felicità, quando ritorna dopo un naufragio, ha un sapore dolcissimo. La mia vita con Sara era ormai un turbine con un ritmo così travolgente da togliere il fiato. La guardavo rifiorire: un nuovo lavoro all'ospedale di BM le aveva restituito una luce che non le vedevo addosso da tempo. E quella luce ce la portavamo a letto ogni singola notte. Il nostro letto non era più un campo di battaglia, ma un santuario. Non passava giorno senza che i nostri corpi si cercassero con la voglia disperata di chi ha temuto di perdersi per sempre. Ci abbandonavamo in scopate appassionate, fameliche, che poi sfumavano in infinite, dolcissime tenerezze. Cinque mesi di separazione cancellati così, in un colpo solo, da un presente che sembrava persino più bello e perfetto del nostro primo amore.
Eppure, a volte di notte, mentre lei dormiva con la testa posata sul mio petto e il suo respiro regolare mi accarezzava la pelle nella mia testa si scatenava la tempesta.
Il mio cuore mi batteva calmo, ma la mia mente era lucida, fredda come una lama. Perché sapevo. Sotto la superficie dorata di questo idillio, la mia memoria si rifiutava di abbassare la guardia. Questo incastro perfetto di corpi e anime non era una novità ma un film di cui conoscevo già ogni singola battuta. Era la stessa identica coreografia che aveva preceduto il baratro. Allora non lo capivo, ma ora sì: la passione non sempre unisce, a volte è solo l'anestesia che precede il tradimento. E mentre inspiro il profumo della donna che amo, un pensiero mi scava dentro, implacabile: stiamo davvero ricostruendo qualcosa di nuovo, o stiamo solo ballando più velocemente sullo stesso identico cornicione?
Io non voglio che accada di nuovo. Non devo permettere che accada. Un suo nuovo passo falso, una minima leggerezza, questa volta non distruggerebbe solo un matrimonio: minerebbe per sempre l’esistenza di tutti e due, riducendoci in cenere. E il pensiero mi tormenta, diventa un calcolo matematico che faccio ogni volta che la guardo uscire di casa. Una donna come lei, bella, intelligente, simpatica, d’una gentilezza che incanta si muove in un mare pieno di squali. Al lavoro, in clinica o all'ospedale, vede decine e decine di uomini al giorno. Colleghi medici, infermieri e pazienti. A quante insidie deve resistere, ogni singola ora? Chissà quanti ci provano, chissà quanti ci hanno già provato, strisciando dietro i suoi sorrisi e chissà quante cose non so. A volte sono così onesto con me stesso da interrogarmi, fino a stare male: io, al suo posto, ce la farei? Avrei la forza, o ci cascherei a mia volta?
Il problema è che conosco il prezzo del crollo. Ricordare come si era ridotta dopo quei cinque mesi in cui l'avevo lasciata, vederla consumata dal senso di colpa e dalla solitudine, mi mette ancora i brividi. La causa di tutta quella sofferenza, della mia e della sua, era stata lei. Solo lei! Eppure, ironia della sorte, la amo a tal punto da aver capito una verità terribile sulla natura del mio sentimento.
È la stessa verità che ho letto un tempo in un libro, e che ora mi scorre nelle vene: io posso perdonare il mio carnefice, ma il suo? No, quello non potrei mai perdonarlo! Potrei perdonare lei per il male che farebbe a me, per il cuore che mi spezzerebbe di nuovo; ma non potrei mai, mai perdonarla per la distruzione fisica e morale che ne scaturirebbe per lei stessa. Non potrei sopravvivere al vederla distruggersi un'altra volta. Se mi distrugge, la amo ancora. Ma se distrugge se stessa, mi condanna all'inferno.
C’era stato un tempo, subito dopo il tuo primo tradimento, in cui avevamo cercato una cura alternativa per le nostre ferite. Quando avevamo deciso di riprovarci la prima volta, avevamo cominciato a frequentare i villaggi naturisti. Lo facevamo per una scommessa silenziosa: far cadere i tabù, spogliare non solo i corpi ma anche le nostre insicurezze, e abituarci a non provare gelosia per la semplice nudità di fronte agli altri. Vederla nuda tra sconosciuti, e vedere altri uomini nudi davanti a lei senza che il mondo crollasse, era stato terapeutico. Ci aveva insegnato che la pelle è solo pelle, e per un po' aveva funzionato.
Ma quella terapia non era bastata a fermare la tempesta. C'era infatti stato il secondo tradimento, e poi quell'inferno di cinque mesi di separazione da cui eravamo appena riemersi.
Ecco perché adesso, in questo limbo perfetto e spaventoso, sentivo il bisogno di alzare la posta. Di aumentare il livello del gioco. Se la semplice nudità ci avesse salvato la prima volta, ora avrei dovuto osare di più, spingermi oltre l'ultimo confine: volevo aprire la nostra coppia. Ma non per distanza, non per vendetta; volevo farlo per un'assoluta, paradossale vicinanza. Avevo capito le sue esigenze, avevo capito che la sua natura non si poteva incatenare, e invece di subire il rischio di un terzo crollo, volevo diventarne il regista. Il complice.
Amarla, per me, non significava più stringerla fino a soffocala; significava capire. Significava accettare la sua complessità e persino concederle la possibilità di esplorare un desiderio diverso. Ma dovevamo farlo insieme. Se avesse dovuto bruciare ancora, avrei voluto essere io a darle il fiammifero, pur di non dover guardare l'incendio da lontano, da solo, come l'ultima volta.
Così, ho cominciato a insinuare questo pensiero nell'unico luogo in cui eravamo davvero indifesi: durante le nostre magnifiche scopate. Lì, nel momento di massima carica erotica, quando i corpi si confondono e le barriere mentali crollano, approfittavo del climax per sussurrarle all'orecchio quella possibilità. Li dipingevo scenari, e offrivo fantasie di altri sguardi, di altri corpi su e dentro di lei. E lei, travolta dall'eccitazione e dal calore del momento, accettava. Ansimando, assecondava quel gioco proibito, persa nello stesso mio delirio.
Poi, però, la stanza tornava fredda. La luce del giorno ripuliva l'aria dall'anestesia del sesso e la mente tornava lucida. E lei, sistemandosi i capelli o infilandosi le mutandine, liquidava tutto con una risata. Ci scherzava su, scuotendo la testa dandomi del matto.
«No, Marco, dai, sei matto», diceva, sorridendo.
Un

no

accennato con ironia, che però pesava come un macigno. Perché io, in quel gioco, non stavo scherzando affatto.
Il suo rifiuto, però, non mi aveva fermato così decisi di dare a quelle fantasie una forma, un peso. Qualcosa di solido che non potesse essere liquidato con una risata.
Comprai un dildo realistico. Scelsi quell’ oggetto con una cura quasi ossessiva. Non doveva essere un semplice giocattolo, ma un intruso di lattice pensato per amplificare ogni singola vibrazione del piacere, simbolo silenzioso e peccaminoso destinato a violare la purezza del nostro letto. Quando l’ho svelato, la reazione è stata un sussulto: una frazione di secondo in cui il suo sguardo ha oscillato, smarrito, tra il pudore degli occhi e una curiosità liquida, densa, che scorreva già calda tra le sue gambe, elettrizzata da quella visione. Ma la timidezza è evaporata in fretta, bruciata dal calore della stanza. Nel buio della camera, mentre la provocavo e la portavo al limite, sentendo la sua figa farsi sempre più ricettiva e umida, ricominciavo a sussurrarle la mia idea.
Sera dopo sera lo riproponevo durante i nostri rapporti. Ogni movimento era deliberatamente lento, quasi cerimoniale. Le mie dita si muovevano sulla sua pelle, non per cercare subito il piacere, ma per mappare la sua resistenza, seguendo la linea della clavicola fino alla curva morbida del fianco. Sentivo la tensione elettrica della sua attesa che le irrigidiva i muscoli, quel contrasto delizioso tra la voglia di abbandonarsi e l'istinto di trattenersi. Era bellissimo.
Quando accostavo il lattice freddo dell’oggetto alla sua figa Sara sussultava. Senza fretta facevo scivolare quella consistenza estranea lungo la pelle interna delle cosce risalendo millimetro dopo millimetro, fermandomi appena prima di toccare il centro del suo desiderio. Volevo che lo desiderasse, che la mente cedesse prima del corpo. E cedeva…languidamente.
Inarcava la schiena, un invito muto e, mentre le labbra della sua figa ormai fradicie si schiudevano al tocco delle mie dita, l’intruso la penetrava, lasciandola senza fiato. Poi, mentre l'oggetto stimolava i suoi punti più sensibili con una regolarità ipnotica, scivolando sui fluidi caldi della sua eccitazione, la sua bocca cercava il mio cazzo e le sue mani le mie palle.
Io aumentavo il ritmo ogni volta che sentivo il suo bacino muoversi da solo, assecondando quell'intrusione e cercando attivamente l’affondo. Poi, con un gesto di pura sfrontatezza, le sue mani prendevano il controllo della situazione: con una stringeva il mio cazzo e con l’altra il dildo. Se li portava entrambi alle labbra e, con gli occhi lucidi puntati nei miei, li accostava alla bocca, muovendo la testa per alternarsi tra l'uno e l'altro con bramosia, simulando con un'intensità quasi febbrile l'atto di sottomettersi a due uomini contemporaneamente.
Era un crescendo inarrestabile. Con la bocca ancora calda riempita dal mio cazzo, le sue mani afferravano la base del dildo, spingendolo a fondo nella vagina. Emetteva piccoli lamenti strozzati, suoni soffocati dallo sperma che le colava dai lati della bocca, che tradivano una totale perdita di controllo. Era esattamente in quel limbo: sospesa tra l'ultimo residuo di pudore che evaporava e un'eccitazione amplificata, violenta, che la stava spingendo oltre ogni confine che si era mai imposta.
Finché, una notte, il muro è crollato del tutto.
Eravamo sfiniti, i respiri ancora corti, la stanza satura del nostro odore e di quell'elettricità pesante. Rimasi sopra di lei, baciandola teneramente e accarezzandole i fianchi mentre l'eco del climax sfumava lentamente. Le chiesi di nuovo, con un filo di voce, se voleva che quel gioco diventasse reale.
Questa volta non ridusse tutto a uno scherzo. Non si girò dall'altra parte. Aprì gli occhi nel buio e mi fissò per qualche secondo con uno sguardo lucido, acceso da una scintilla, prese un respiro profondo, come se stesse saltando da un burrone.
«Ok», sussurrò, e la sua voce tremò appena. «Organizza. Vediamo cosa succede».
Una frase cortissima. Cinque parole che hanno ridefinito i confini del nostro mondo. In quel momento ho sentito una scarica di adrenalina pura: ce l'avevo fatta, l'avevo portata dove volevo. Ma insieme al trionfo, un brivido gelido mi ha attraversato la schiena. Il gioco era finito. Avevo aperto la porta della gabbia in cui l'avevo tenuta al sicuro, e adesso dovevo solo aspettare di vedere cosa sarebbe entrato.

Continua…

ADDED 5 COMMENTS:
  • avatar luca51 Io fossi in te mi sarei fermato a questi giochi che state attuando e anche ai giochi in spiaggia con gli stranieri. Secondo me la vostra fragilità vi dovrebbe far riflettere

    04-06-2026 10:55:01

  • avatar Atomicwine Non vedo l'ora di leggere il prossimo... E conoscere ancora meglio tua moglie

    04-06-2026 00:39:35

  • avatar CalamityeClint chapeau! Letteratura di alto livello, complimenti

    04-06-2026 00:11:25

  • avatar Severomagiusto racconto molto intrigante, ci hai condotto poco alla volta al momento cruciale, aspetto la prossima puntata!

    04-06-2026 00:05:22

  • avatar sonosoloio60 Questo è l'inizio vero del gioco di coppia... Che meraviglia..

    03-06-2026 21:38:41






Go to Cuckold.net World
CLICK HERE