STORY TITLE: Nona puntata. Hammamet 
logo Cuckold USA
.


STORY

Nona puntata. Hammamet

by Mark90
Viewed: 65 times Comments 0 Date: 06-06-2026 Language: Language

Dopo aver incastrato a fatica i nostri turni e gli impegni di lavoro, riuscimmo finalmente a ritagliarci una settimana nella prima metà di giugno. La meta era decisa: un resort ad Hammamet dove eravamo già stati e che avevamo promosso a pieni voti. Ma la nostra non fu una scelta dettata solo dalla nostalgia del posto o dai comfort della struttura; la verità era che stavamo andando nella speranza di incontrare due ragazzi che non avevamo dimenticato: Youssef e Ahmed.
I due ragazzi lavoravano stabilmente sulla spiaggia, occupandosi dei lettini e dei servizi sul bagnasciuga, e occasionalmente davano una mano allo staff dell'animazione per coinvolgere gli ospiti. Durante quel primo soggiorno, tra noi si era instaurato un clima di leggerezza che a mia moglie non era dispiaciuto affatto. Anzi, se la spassava un mondo mentre Youssef le spalmava la protezione solare sulla pelle nuda. Ricordavo ancora lo sguardo accaldato e famelico del ragazzo e il modo in cui le sue mani si attardavano sulla schiena di Sara, mentre lei si voltava verso di me lanciandomi un'occhiata d'intesa, come a rendermi partecipe di quel piccolo furto di piacere. E poi c'erano le danze, con Ahmed che, complice la musica e l'alcol, si faceva audace durante i balli di gruppo, stringendo la distanza e accostando il proprio corpo a quello di mia moglie in un gioco di fianchi decisamente esplicito. Lei si lasciava guidare, radiosa e senza freni. Immagini potenti, che una volta tornati nella nostra stanza diventavano benzina pura per il nostro sesso: passavamo ore a ricamare sopra a quegli sfioramenti, trasformandoli in racconti spinti che ci portavano a scopare con una foga pazzesca.
Ora stavamo per rimettere piede su quella stessa sabbia. Solo che questa volta, il confine tra la fantasia e la realtà doveva crollare.
Partimmo di domenica e arrivammo al resort tardissimo. Andammo subito a letto, stanchi e cotti dal viaggio. La mattina dopo, finita la colazione, Sara salì in camera a prepararsi mentre io la aspettavo nella hall, sbirciando di tanto in tanto in direzione della spiaggia con la speranza di scorgere quei due ragazzi.
A un certo punto la vidi arrivare. Scendeva le scale lentamente, ed era bellissima. Indossava un copricostume a rete bianco, lavorato a maglia traforata, che lasciava intravedere con maliziosa trasparenza il bikini sottostante. L'abito fasciava alla perfezione le linee sinoes del suo corpo, scivolando lungo i fianchi e aprendosi in uno spacco vertiginoso sulla coscia, che scopriva la pelle ambrata a ogni suo passo. In testa portava un grande cappello di paglia a tesa larghissima, leggermente inclinato, che le ombreggiava il viso lasciando scoperte solo le labbra e il collo. Veniva verso di me, muovendosi con la sfrontatezza felina e l'eleganza innata di chi sa perfettamente di essere guardata. Mi dedicò un sorriso complice dietro l'ombra del cappello e mi sussurrò, sfiorandomi appena il braccio: «Allora, andiamo a vedere se la spiaggia è rimasta la stessa dell'anno scorso?».
Arrivati in spiaggia e sistemati sui lettini, dei nostri due ragazzi non c’era neanche l’ombra. Decidemmo di non scoraggiarci e di goderci comunque l’inizio della vacanza, tenendo però gli occhi ben aperti. Ormai il gioco era iniziato, e ogni sguardo verso il bagnasciuga era un modo per sondare il terreno, per capire se tra la folla ci fosse qualche altro volto interessante capace di accendere la scintilla.
Sara aveva subito sfilato il copricostume, restando in un bikini bianco candido che sembrava fatto apposta per incenerire le difese e turbare i pensieri di chiunque si trovasse a tiro. Il reggiseno a triangolo, essenziale e ridotto al minimo, faticava a contenere la pienezza del suo seno, lasciandone scoperte le curve generose e attirando l'occhio sulla scollatura profonda. Lo slip, un pezzo minimalistista sgambatissimo retto solo da sottili laccetti annodati sui fianchi, accarezzava il ventre piatto e metteva in risalto la linea sinuosa del bacino. Quel candore accecante creava un contrasto micidiale con la sua pelle già ambrata dal sole, esaltando ogni millimetro delle sue forme.
Inutile dire che mia moglie attirava le attenzioni come il miele. Così esposta, magnetica e bellissima, calamitava i desideri di mezza spiaggia: non solo i ragazzi del posto, ma persino qualche ospite attempato del resort si produceva in saluti cerimoniosi e sorrisi fin troppo lusinghieri. Eppure, nessuno di quegli sguardi era quello che stavamo aspettando. Eravamo venuti lì con un piano preciso, con gli occhi fissi sul bagnasciuga a caccia di quei due. Per ingannare il tempo e alimentare la tensione che ci bruciava dentro, iniziammo a guardarci intorno.
Diventò presto un gioco tutto nostro in cui io facevo da spettatore e da reclutatore. Non appena individuavo qualcuno che, secondo i miei calcoli erotici, poteva avere il potenziale giusto, mi chinavo verso il suo lettino e le sussurravo: «Ti piace quello?». Lei si girava appena, lo squadrava con un'occhiata clinica e implacabile, poi tornava a guardare me: «No, non mi dice niente». Poco dopo ci riprovavo, indicandone un altro con un cenno del mento: «E quello là?». A quel punto Sara scoppiava con una risata: «Con quello ci vai tu, se ti piace tanto».
Due giorni passavano e l’attesa non faceva che aumentare la nostra eccitazione. Finalmente, il mercoledì, decisi di rompere gli indugi. Mi avvicinai al bancone dei teli mare e, con la scusa di fare due chiacchiere, chiesi ai ragazzi della spiaggia se si ricordassero di Youssef e Ahmed.
Uno di loro mi guardò con un sorriso candido e mi rispose, allargando le braccia: «Amico mio, qui in trauma quasi tutti si chiamano Ahmed... ma se cerchi Youssef, quello alto che stava qui l'anno scorso, sei fortunato. È in giro, ha cominciato il turno stamattina».
Tornai verso l'ombrellone e guardai mia moglie, che si stava sistemando gli occhiali da sole, conscio che la nostra caccia stava per finire e che il vero gioco sarebbe cominciato.
Infatti, nel pomeriggio vidi Youssef spuntare da lontano, tra le file di ombrelloni. Camminava con quel suo passo sciolto e sicuro che ricordavamo fin troppo bene. Non appena i nostri sguardi si incrociarono, sul suo viso si dipinse un’espressione di autentica sorpresa: ci riconobbe all'istante. Allargò le braccia in un grande sorriso e si diresse dritto verso il nostro angolo, visibilmente entusiasta di ritrovarci.
«Ben tornati!», esclamò, stringendomi la mano con vigore prima di rivolgere tutta la sua attenzione a mia moglie. I suoi occhi, caldi e famelici, scivolarono senza troppi complimenti lungo il corpo di Sara, che stesa sul lettino nel suo bikini bianco candido sembrava una visione.
Youssef non perse tempo. Con un’audacia tutta tunisina, mimò con le mani il gesto di versare e spalmare della crema solare sul palmo, guardando Sara dritto negli occhi e accompagnando il movimento con un sorriso d'intesa. Non c'era bisogno di parole: stava mettendo in chiaro, fin da subito, che non aveva dimenticato un solo millimetro della schiena di mia moglie, né il gioco sensuale dell'anno precedente.
Sara colse al volo la provocazione. Si sollevò leggermente sui gomiti, ricambiando lo sguardo con una sfrontatezza felina che mi fece mancare un battito, e ridendo gli disse: «Siii! Ti ricordi, allora?».
E ti ricordi sì, porco... pensai tra me e me, sentendo una fiammata di gelosia e di eccitazione pura mescolarsi nello stomaco mentre guardavo quel ragazzo divorarla con gli occhi. Era esattamente quello che volevo, la trappola che avevo costruito con le mie stesse mani, e vederla scattare mi dava una vertigine pazzesca.
Youssef accennò a un inchino quasi teatrale, divertito dalla reazione di lei. A quel punto Sara, con una naturalezza disarmante tagliò corto reggendo perfettamente la parte: «Allora, visto che la memoria non ti manca... più tardi ne approfitto».
Ma fu solo il venerdì mattina che il gioco fece un salto di qualità, diventando decisamente più sfrontato.
Appena Youssef si avvicinò al nostro ombrellone per il solito saluto, Sara si girò sul lettino, mettendosi a pancia in giù. Lo guardò dal basso, si passò una mano sulla coscia e, con una nota di finta sofferenza nella voce che non nascondeva affatto la provocazione, disse che il giorno prima si era scottata le gambe. Non c'era bisogno di aggiungere altro.
Come da accordi, io mi facevo sempre da parte quando arrivava il momento della crema. Mi allontanavo di qualche passo, quel tanto che bastava per non essere d'intralcio ma abbastanza vicino da godermi lo spettacolo da lontano, riparato dietro le lenti scure degli occhiali da sole.
Vedere le mani grandi e scure di Youssef stringere e scivolare sulla pelle chiara delle gambe di mia moglie, risalire dai polpacci fino al culo a un soffio dallo slip sgambatissimo, mi provocò una scarica elettrica dritta al cervello. Come fa a resistere, pensavo.
Intorno a noi, l'atmosfera si era fatta densa. Quel rituale non stava passando inosservato. Poco più in là, verso il bagnasciuga, i colleghi di Youssef si davano di gomito, scambiandosi risatine e battute in arabo, divertiti e ammirati per l'audacia del loro amico.
A pranzo Sara disse ridendo che continuando così avremmo solo esaurito la crema solare senza combinare nulla. Mi disse chiaramente che lei si sarebbe fermata lì, e che ora toccava a me fare la prossima mossa.
Nel pomeriggio, non appena rimettemmo piede in spiaggia, Youssef era già al suo posto. Lo chiamai e, allontanandoci di qualche metro verso il bar, gli chiesi senza giri di parole: «Ti piace mia moglie?».
Colto alla sprovvista, iniziò a giustificarsi nel suo italiano stentato: «No, capo guarda... è lei che mi chiede sempre la crema, io solo lavorare...».
«Tranquillo, Youssef. Nessun problema», risposi mettendogli una mano sulla spalla. «Volevo chiederti una cosa: ti andrebbe di spalmarle la crema anche in un altro posto?».
Il ragazzo spalancò gli occhi, visibilmente spiazzato. Voltò la testa verso il nostro ombrellone e incontrò gli occhi di Sara, che lo fissava con un sorriso carico di promesse. Quella conferma visiva lo lasciò quasi senza fiato. Tornò a guardare me, sussurrando una sola parola: «Figa?».
«Sì. Figa», confermai.
In mezz'ora il piano era pronto. Youssef spiegò che non poteva assolutamente farsi vedere nei corridoi delle camere, quindi bisognava farlo entrare di nascosto, evitando a tutti i costi il passaggio davanti alla reception. Per nostra fortuna, nel nostro blocco c'era un'uscita secondaria che dava direttamente sui giardini sul retro; organizzammo quindi che alle ventidue in punto si sarebbe fatto trovare lì, e io sarei sceso ad aprirgli.
La sera andammo a cena con addosso una tensione elettrica, quasi insostenibile. Per accelerare i tempi bevemmo un paio di drink e, subito dopo, liquidammo con una scusa sbrigativa gli altri ospiti del resort che di tanto in tanto si aggregavano a noi per bere qualcosa insieme la sera.
Salimmo di corsa in camera. Sara si infilò sotto la doccia per rinfrescarsi, poi si sistemò i capelli e si truccò con cura, indossando un completino intimo scelto appositamente per l'occasione.
Mancava solo un quarto d'ora alle dieci. Il cuore mi batteva così forte nelle costole da togliermi il respiro, mentre Sara, seduta sul bordo del letto, era quasi paralizzata dall'emozione e dall'attesa di quello che stava per accadere.
Uscii dalla stanza e scesi le scale fino alla porta sul giardino. Puntualissimo, Youssef era già lì, nascosto nell'ombra delle palme. Appena mi vide, come prima cosa, infilò la mano in tasca e mi mostrò una scatola di profilattici. Gli feci un cenno con la mano, sussurrandogli di non preoccuparsi, perché ne avevamo in quantità in camera.
Senza aggiungere una parola, precedendolo di qualche passo per assicurarmi che la via fosse libera, lo introdussi nel corridoio silenzioso e lo guidai fin davanti alla nostra porta. La aprii lentamente, spingendolo dentro. Il gioco era ufficialmente cominciato.
Youssef fece un passo avanti, poi si fermò di colpo. Quella sfrontatezza da spiaggia, l'aria da animatore sicuro di sé che mostrava sul bagnasciuga, era completamente svanita. Si trovava davanti a una donna elegante, nel silenzio di una stanza privata, sotto lo sguardo del marito. Il silenzio divenne quasi elettrico. Youssef rimase immobile per qualche secondo, con il fiato corto, lo sguardo che oscillava tra me e lo spettacolo che aveva di fronte.
Sara, per quell'appuntamento, aveva scelto un babydoll di un rosa molto trasparente, indossato senza reggiseno, e un perizoma anch’esso trasparente che lasciava intravedere il pelo curatissimo della figa.
«Ciao, Youssef... vieni più vicino» disse Sara, con una voce bassa che non ammetteva repliche.
Lui deglutì, mosse un passo esitante, poi un altro, come se stesse entrando in un santuario proibito. Solo quando fue a un millimetro da lei, la spavalderia da spiaggia tornò a galla sotto forma di puro istinto. Le suas mani, inizialmente tremanti, toccarono la pelle di Sara, risalendo lungo la trasparenza rosa del babydoll per accarezzare la curva del culo e il seno libero da freni.
Quando le loro bocche si incontrarono in un bacio profondo, quasi violento, la vertigine per me divenne troppo forte. Con il cuore a mille e il respiro spezzato, feci un passo indietro e uscii sul balcone, socchiudendo la grande vetrata. Da lì, nascosto nell'ombra della notte, lo spettacolo di mia moglie tra le braccia di un altro, incorniciato dalla luce della stanza, era ancora più potente.
Vidi la mano di Sara scendere tra le gambe del ragazzo. Si sedette sul bordo del letto e, fissandolo negli occhi, gli slacciò i pantaloni facendoli scivolare a terra. Il membro di Youssef era grande, imponente, ma non del tutto eretto: l'emozione gli stava giocando un brutto tiro.
Sara lo guardò dal basso con un sorriso sornione e complice. «Sei in difficoltà? Ti aiuto io», sussurrò.
Senza attendere, si protese in avanti e accolse il cazzo tra le labbra. Sunder la spinta calda della sua bocca, l'esitazione del ragazzo crollò di colpo: Youssef sussultò, le afferrò i capelli e l'asta cominciò a gonfiarsi visibilmente, diventando imponente, mentre l'eccitazione si impossessava definitivamente della stanza.
Vedere mia moglie con il cazzo di un altro uomo in bocca, visibilmente eccitata e padrona della situazione, mi faceva girare la testa dal piacere e dalla gelosia. Youssef, ormai travolto dal ritmo del gioco, la spogliò del tutto e la fece stendere sul letto. Senza perdere un istante, andò dritto ad assaggiare il suo fiore di carne. Sara gli teneva la testa, le dita piantate tra i suoi capelli, assecondando i movimenti di quella lingua che frugava dentro di lei, bagnandola e preparandola per quello che stava per succedere.
Quando ne ebbe abbastanza, Youssef si staccò, prese un preservativo e lo indossò con gesti rapidi. Mia moglie era lì, spalancata al centro del letto, completamente nuda e indifesa, offerta a uno sconosciuto che la fissava con il fiato corto.
Non ce la feci più. Perdere quel preciso momento sarebbe stato imperdonabile: sarebbe stato come non partecipare all'inaugurazione del monumento che io stesso avevo progettato, all'apertura ufficiale del nostro tempio, assistendo alla violazione consapevole della figa di mia moglie. Volevo essere lì, a un millimetro da quel patto tra me e lei che si faceva reale. Entrai nella stanza, il sangue che mi rimbombava nelle orecchie. Mi posizionai alle spalle di Youssef, che si era già messo in ginocchio tra le sue gambe aperte. Da quella posizione potevo vedere tutto: il contrasto della pelle scura di lui contro quella chiara di Sara, la tensione del membro pronto a spingere e la figa di mia moglie, lucida e spalancata, pronta a subire l'urto di quella prima, devastante penetrazione sotto i miei occhi.
Vidi la figa cedere sotto la pressione. Youssef diede una prima spinta, lenta, decisa, profonda. Guardai da una distanza di pochi centimetri le labbra della figa di mia moglie tendersi, aprirsi e accogliere avvolgendo centimetro dopo centimetro quel cazzo straniero che spariva dentro di lei. Un rumore umido, uno schiocco bagnato, ruppe l'aria della stanza.
Sara inarcò la schiena, buttando la testa all'indietro sul cuscino ed emettendo un gemito, una vibrazione di puro piacere che le partì dalla gola. I suoi occhi cercarono subito i miei, stringendo il mio sguardo in una morsa complice mentre l'altro uomo la possedeva. Ero lì, a un palmo di distanza, e guardavo un estraneo affondare il cazzo dentro la donna che amavo più della mia stessa vita, mentre lei godeva proprio di quella profonda violazione.
Youssef, eccitato, aumentò il ritmo. Le spinte diventarono più rapide, rudi, e la carne di Sara sbatteva contro il suo bacino producendo un suono, generato dal liquido che le colava dalla vagina, che mi rimbombava nel cervello. L’eccitazione mi stava letteralmente togliendo il respiro, il cazzo mi faceva male dentro i pantaloni.
Fu questione di pochi istanti: il ragazzo perse del tutto il controllo, accelerò gli ultimi colpi affondando fino alla radice, e con un grugnito trattenuto sborrò violentemente, riempiendo il profilattico e pulsando dentro di lei sotto il mio sguardo ipnotizzato. Youssef si staccò lentamente, lasciando che il lattice scivolasse via, ancora stordito dall'intensità di quel momento. Si chinò su Sara, le diede un bacio rapido sulle labbra e, quasi a corto di fiato, sussurrò: «Scusate... ora è meglio che vada».
«Certo», risposi io mentre lui si rivestiva in fretta. Lo accompagnai giù per le scale fino alla porta del giardino. Nel buio delle palme mi guardò appena, gli occhi ancora lucidi, elettrizzato e scosso da ciò che era appena successo. «Domani?», mi chiese in un soffio, quasi a voler cercare conferma che non fosse stato tutto un sogno. Lo fissai dritto negli occhi: «Se vuoi, lo rifacciamo». Mi salutò con un cenno rapido e scomparve nell'oscurità della notte tunisina.
Tornai in camera di corsa, con il cuore che batteva a un ritmo forsennato. Sara era ancora lì, stesa al centro del letto, languida, con la pelle lucida di sudore e un'espressione di assoluta estasi dipinta sul viso. Quando mi vide entrare, sollevò lo sguardo, accennando un sorriso debole che tradiva insicurezza. Mi fissò, cercando i miei occhi come per decifrare cosa provassi. Allungò una mano verso di me, ma il gesto era esitante, quasi temesse che potessi ritrarmi.
«Ma ora... tu come stai?», mi domandò con un filo di voce, quasi timorosa. «Mi vuoi ancora vicino? O adesso preferisci che me ne stia un po' in disparte?».
L’amavo più di prima e mi lanciai su di lei, la strinsi forte tra le braccia, cercando la sua bocca con una fame disperata. Facemmo l'amore in modo totale, unendo le nostre anime sulle lenzuola che ancora profumavano del corpo di un altro. In quel preciso istante, mentre la possedevo, la complicità tra me e mia moglie raggiunse un livello mai toccato prima. Eravamo andati oltre il confine, e quel segreto era ora il nostro cemento.
La sera successiva sarebbe stata l'ultima prima del nostro rientro. Nel pomeriggio, mentre eravamo distesi sui lettini sotto il sole, l'atmosfera si era fatta di nuovo densa. Youssef, intento ai suoi lavori in spiaggia, guardava di continuo nella nostra direzione. Sara ricambiava i suoi sguardi con sorrisi e smorfie. Poi, con un'aria innocente, quasi da bambina che chiede un capriccio proibito, si sporse verso di me e mi sussurrò all'orecchio, con il fiato caldo: «Amore... e se stasera lo assaggiassi?».
Feci finta di non capire, mentre un brivido mi correva lungo la schiena. Mi girai a fissarla, cercando il suo sguardo dietro le lenti scure degli occhiali da sole. «Cosa dovresti assaggiare?».
Sara, con un sorriso complice e malizioso, abbassò gli occhi per un istante, poi tornò a inchiodare i miei: «Il suo sperma... Voglio sentire che sapore ha».
Sentii il costume farsi improvvisamente stretto, mentre l'immagine di lei e Youssef prendeva forma nella mia mente. Quella confessione mi spiazzò, ma il solo pensiero mi stava facendo impazzire. La guardai fisso e, afferrandole la nuca e sporgendomi verso di lei, le dissi a bassa voce: «Sara... mi stai facendo eccitare da morire solo a sentirtelo dire».
E così alle 22 in punto la scena si ripeté, ma con più audacia. Quella sera non ero sul balcone; ero comodamente seduto in poltrona, a pochi centimetri dal letto, spettatore d'onore dello spettacolo più eccitante della mia vita. Vidi mia moglie spalancata di fronte a me, completamente nuda, che si faceva infilzare la figa dal cazzone immenso di Youssef. Il rumore dei corpi che sbattevano, i gemiti di Sara e il respiro affannato del ragazzo riempivano la stanza.
Ma il vero capolavoro di complicità doveva ancora compiersi. Prima che Youssef potesse raggiungere il limite dentro di lei, Sara si mosse con una rapidità felina. Si staccò dal suo cazzo, lo fece sdraiare sulla schiena e, con gesti decisi, gli sfilò il profilattico, lasciando il suo membro nudo, lucido e turgido.
Senza perdere un secondo, si mise in ginocchio tra le sue gambe e afferrò quell'asta imponente con la mano, guidandola direttamente verso le sue labbra. Vidi la bocca di mia moglie spalancarsi e accogliere quel cazzo straniero, iniziando un pompino dal ritmo spietato.
Poi Sara sollevò lo sguardo. Escluse completamente l'uomo che stava servendo e incrociò i miei occhi. Mi fissò dritta in faccia e, mentre le suas labbra lavoravano senza sosta, il ragazzo perse del tutto il controllo e sborrò violentemente, riempiendole la bocca sotto il mio sguardo ipnotizzato. Sara non staccò gli occhi dai miei nemmeno per un secondo, accogliendo e assaporando ogni singola goccia di quell'essenza calda, suggellando così la nostra complicità più estrema proprio davanti a me.
La domenica mattina il sole di Hammamet era già alto e caldo, illuminando la spiaggia con una luce accecante che sembrava quasi voler cancellare le ombre delle nostre notti segrete. Camminammo sul bagnasciuga fino a raggiungere Youssef, che ci aspettava vicino ai lettini, con la sua solita divisa da spiaggia ma con uno sguardo completamente diverso, carico di rispetto e di complicità.
Ci fermammo davanti a lui per l'addio. Sara fece un passo avanti, rompendo ogni distanza residua, e lo strinse in un abbraccio forte, sincero, premendo il proprio corpo contro il suo in un saluto che racchiudeva tutta la gratitudine per i segreti che avevamo condiviso.
Quando si staccò leggermente, tenendogli ancora le mani, lo fissò dritta negli occhi. Con un sorriso dolce e quella sfumatura di sfrontatezza, gli disse a voce bassa, ma ferma: «Ti prometto che prima della fine dell’estate torneremo».
Continua…

ADDED 0 COMMENTS:





Go to Cuckold.net World
CLICK HERE