STORY TITLE: Non è mio ma è così bello.... 
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STORY

Non è mio ma è così bello....

by proviamoci40
Viewed: 171 times Comments 0 Date: 04-09-2026 Language: Language

Il caldo entrava dalle persiane come un liquido. Erano le nove del mattino e già l’aria era immobile, densa come un lenzuolo bagnato. In cucina, il marito stava ai fornelli. Tagliava le zucchine a rondelle con quel ritmo meccanico che aveva imparato da tre estati: non pensare, non voltarsi, solo tagliare.
Io ero seduto in poltrona con il caffè fumante. Lei entrò dalla doccia. Portava solo un accappatoio di spugna blu, troppo piccolo, che le arrivava a metà coscia. Mi porse una tazza.
«Il suo caffè, padrone.»
Non bevvi. La guardai. Lei capì. Si inginocchiò sul pavimento di cotto. Mi aprì i pantaloni. La sua bocca era calda, abile, familiare. Non la toccai. Lasciai che lavorasse con quel ritmo lento che avevo insegnato io, quello che non fa venire subito ma tiene sospeso. Quando ebbi finito, le presi i capelli e la tirai su, dolcemente. Lei ingoiò senza che glielo chiedessi, come da regola. Poi si asciugò le labbra con il dorso della mano.
«Ora vai da tuo marito» dissi.
Lei si voltò. Si inginocchiò davanti a lui. Lui aveva posato il coltello. Lei gli aprì i pantaloni. Fece la stessa cosa, con la stessa bocca, lo stesso ritmo. Lui chiuse gli occhi. Lei invece li teneva aperti, guardando me sopra la sua testa.
«È un regalo del padrone» disse, con la voce offesa dal movimento.
Lui non rispose. Venne in silenzio, con un sospiro strozzato. Lei si alzò. Andò al lavello, si sciacquò la bocca, poi tornò a guardarci entrambi, nuda sotto l’accappatoio.
«Adesso ti vestirai» dissi io.
Tirai fuori dalla tasca interna della giacca il paio di mutandine di pizzo nero. Quelle troppo piccole. Comprate per una cagnolina precedente, mai usate. Aspettavano il corpo giusto. Le poggiai sul tavolo.
Lei le guardò. «Quelle sono piccole.»
«Le ho tenute per te. Per una cagnolina che non le ha mai meritate. Tu le meriti.»
Lei le prese. Si tolse l’accappatoio. Rimase nuda in cucina, davanti a noi. Se le infilò. Il pizzo le segnò i fianchi, le tagliò la carne. Erano perfette.
«Il vestito bianco» dissi. «Quello di ieri sera. Niente reggiseno. Niente altro.»
Lei annuì. Uscì. Tornò dopo cinque minuti. Il vestito bianco le scendeva sul corpo come una colonna di luce. Senza reggiseno, i seni si muovevano liberi, i capezzoli si segnavano contro il tessuto leggero. Al sole, sarebbe stato peggio. Meglio.
Il campanello del cancello suonò due volte, breve. Poi le voci, oltre la siepe.
«Giulia! Sei pronta? Il mare oggi è uno specchio!»
Lei andò alla finestra. «Scendo dopo, ragazze. Andate pure, vi raggiungo.»
«Ma vieni con la macchina?»
«Sì. Più tardi.»
Le voci si smorzarono. Il motorino si allontanò sulla strada vuota.
«Tu» dissi al marito, «resti in giardino. Sotto il pergolato. Ad aspettare.»
Lui annuì. Non chiese cosa. Uscì. Si sedette su una sedia di ferro arrugginito, in fondo, dove la vite selvatica formava una parete verde. Io restai in cucina con lei.
Alle dieci e un quarto sentimmo il furgone. Diesel, sospensioni che cigolavano. Si fermò nel vialetto di casa loro. Tre portiere. Tre uomini scesero. Giovani. Non più di trentacinque anni. Spalle larghe, magliette attillate, occhi che guardavano la casa come chi sa già cosa c’è dentro. Li avevo scelti io, la settimana prima, sullo stesso sito. Avevano un profilo specifico. Bull. Disponibili per coppie. Ma soprattutto, disponibili a fingere.
Il più alto bussò. «Siamo venuti per i mobili vecchi.»
Avevano con sé un mobiletto rotto, per la copertura. Lo poggiarono sul vialetto, in bella vista. Poi entrarono. I vicini erano tutti al mare. Era agosto. La strada era vuota.
Giulia era in piedi nel corridoio. Nuda. Si era tolta il vestito mentre aspettavamo. Le mutandine nere erano arrotolate in un angolo. I tre si fermarono. L’aria cambiò. Diventò densa, metallica.
«Due ore» dissi io. «La casa è vostra. Ma non la toccate in faccia. E quando dico basta, basta.»
Il più alto annuì. Non mi guardava. Guardava lei. Quello con la barba corta rise, un suono secco, nervoso. Il terzo, il più giovane, non disse niente. Si limitò a chiudere la porta d’ingresso con un piede.
Io uscii in giardino. Mi sedetti sotto il pergolato, accanto al marito. La portafinestra della cucina era chiusa. Le persiane abbassate. Non avremmo visto nulla.
Ma sentimmo.
Dapprima il silenzio. Poi il fruscio di qualcosa che cadeva. Una sedia spostata. Il tonfo sordo di un corpo sul tavolo di legno. Lei non fece rumore. Non ancora.
Poi il respiro, che divenne più rapido. E dopo, la prima voce. Il più alto che mormorava qualcosa di gutturale. La barba che rise di nuovo. Il terzo che non parlava mai.
E poi lei guaì.
Non un gemito. Un guaito. Basso, strozzato, che usciva dalla gola come da un animale. Il marito si irrigidì. Le sue dita si strinsero sulla ringhiera. Io non mi mossi.
Il tavolo iniziò a battere contro il muro. Regolare. Metronomico. Poi più forte. Lei guaì di nuovo, più alto. Poi smise, come se le avessero tappato la bocca. Il ritmo si fece pesante, multiplo. Il fruscio della pelle sulla pelle arrivava fino a noi, filtrato dalle persiane, ma arrivava. E i guaiti di lei, che si interrompevano, che ricominciavano, che divenivano un coro solo con il respiro affannoso dei tre.
Restammo così per cinque minuti. Il marito non mi guardava. Guardava la portafinestra. Il sudore gli colava dalla tempia. Non lo asciugò.
Mi alzai.
«Resta qui» dissi.
Lui annuì. Non ebbe il coraggio di chiedere niente.
Entrai in casa.
La cucina era un campo di battaglia silenzioso. Le sedie rovesciate. Il tavolo spostato. Lei era sopra il tavolo, a pancia in giù. Il più alto era dietro di lei, i pantaloni abbassati, le mani sui fianchi che la tenevano sollevata. Si muoveva dentro di lei con spinte lunghe, pesanti, da macchina. Lei guaì ogni volta che lui affondava. Non di dolore.
Quello con la barba era seduto su una sedia, nudo di torso, a guardare. Il più giovane stava in piedi accanto al tavolo, la mano tra le gambe di lei, a toccarla mentre veniva presa. I suoi occhi erano fissi sul punto in cui il più alto entrava e usciva, luccicante, rumoroso.
Nessuno mi guardò quando entrai. Ero un fantasma. O il padrone di casa.
Mi appoggiai allo stipite della porta. Presi il respiro. Il più alto accelerò. Lei alzò la testa, i capelli sparsi sul tavolo, e mi vide. I suoi occhi erano lucidi, persi. Non mi riconobbe per un secondo. Poi abbassò la fronte sul legno e guaì più forte, come se il mio sguardo le desse il permesso di essere ancora più animale.
Il più alto venne con un rantolo strozzato. Lei sussultò, tutta, una sola volta. Poi lui si ritirò, lento, e dal punto in cui si era sfilato uscì qualcosa di denso, bianco, che le colava lungo l’interno coscia fino al bordo del tavolo.
Non ebbero pietà. Non ebbero pausa. Il più giovane prese il posto del più alto. Era più grosso. Lei gridò, questa volta, un suono breve, rotto. Poi tornò a guaire. Il più giovane la prese con furia, le mani sulle natiche, le dita che affondavano. Il tavolo ricominciò a battere.
Quello con la barba si alzò. Andò davanti a lei. Le prese i capelli e le alzò la testa. Lei aprì la bocca senza che glielo chiedesse. Lui vi entrò, in fondo, fino a farla soffocare. I suoni smisero. Solo il respiro del più giovane dietro, ritmico, e il tonfo del tavolo.
Restai lì per tutto il tempo. Non toccai me stesso. Non dissi una parola. Guardavo. Ero l’architetto di quella distruzione.
Dopo due ore il ritmo cambiò. Divenne più lento. Più pesante. Poi un tonfo finale, sordo. E il silenzio.
I tre uscirono dalla cucina. Mi passarono accanto. Il più alto mi guardò. Aveva gli occhi lucidi, il respiro affannoso, la maglietta stropicciata su un fianco. Gli altri due sistemavano i pantaloni. Nessuno disse niente. Uscirono. Salirono sul furgone. Il motore si accese. Se ne andarono, lasciando il mobiletto rotto sul vialetto.
Il marito era ancora sotto il pergolato. Immobile. Non si era mosso.
Lo raggiunsi. «Prendi la macchina e vai in spiaggia. Aspettaci.»
Lui annuì. Si mosse lento, come un sonnambulo. Salì in macchina. Partì.
Entrai in casa.
Lei era in bagno. La porta era aperta. Era seduta sul pavimento di piastrelle, sotto la doccia che gocciolava. L’acqua non era calda. Lei non si era mossa per metterci i capelli sotto. Erano ancora secchi, appiccicati alla fronte, pesanti di sudore. Il corpo era rosso, segnato. I fianchi avevano le impronte delle dita. L’interno delle cosce era lucido. Denso. Bianco. Che le colava sulla piastrella.
Mi guardò. Non sorrise. I suoi occhi erano vuoti, saturi.
«Due ore» disse, con voce rotta.
«Sì.»
«Sono stati…»
«Lo so. C’ero.»
Mi inginocchiai. Le presi i capelli. Secchi, ruvidi. Le alzai la testa. Lei non ebbe la forza di sorreggersi da sola.
«Ora ti vesti. Il vestito bianco. E scendi in spiaggia.»
Lei annuì. Si mosse lenta. Non era stanchezza. Era la pesantezza del piacere consumato.
La aiutai ad alzarmi. Si vestì con movimenti meccanici. Le mutandine nere, quelle troppo piccole, adesso le stavano ancora più strette. La pelle era gonfia, sensibile. Ogni tessuto le faceva male. Il vestito bianco le scese sopra, un lenzuolo leggero che nascondeva poco.
Uscimmo. La macchina era nel vialetto. Lei salì. Guidai io.
La spiaggia era a dieci minuti. Parcheggiai nel secondo stradone, quello più lontano dall’ombrellone. Lei scese. Si sistemò il pareo — quello leggero che aveva lasciato in macchina. Mi guardò.
«Vado» disse.
«Vai.»
Camminò sulla sabbia. Io restai in macchina, a guardarla da lontano. Il passo era diverso. Non zoppicava. Ma affondava troppo nella sabbia, come se le gambe non le reggessero bene. O come se temesse di chiuderle troppo.
Le amiche erano sotto l’ombrellone, vicino allo scoglio. Il marito era lì, seduto su una sdraio, con un libro chiuso sulle ginocchia. L’aveva portato lui. Non l’aveva aperto.
Le amiche la videro. Le gridarono. «Giulia! Finalmente!»
Lei si avvicinò. Sorrise. Quel sorriso da nonna perfetta, da moglie affettuosa, da amica disponibile. Si tolse il pareo. Il vestito bianco, bagnato di calore e altro, le aderiva al corpo come una seconda pelle. I seni erano segnati, i fianchi arrossati. Il sole era forte, accecante. Nessuno notò. O forse sì, ma non disse niente.
Il marito la guardò. Solo lui. I suoi occhi andarono dal collo — dove un livido pallido stava già emergendo — alle cosce, che lei teneva leggermente divaricate, ancora abituate all’apertura forzata. Poi al modo in cui si adagiò sul telo. Non si sedette. Si adagiò, come chi cade. Lui capì. Non fece cadere il libro. Solo le dita che si strinsero sul dorso, un attimo, troppo forte.
«Sei stata a casa tutto questo tempo?» chiese un’amica.
«Sì» disse lei. «A sistemare dei mobili vecchi. Tre ragazzi sono passati a prenderli.»
«Che faticaccia, sotto questo sole» disse l’altra.
«Sì» disse lei, chiudendo gli occhi. «Ma ne valeva la pena. Sono stati molto… professionali.»
Il sole le colpì il viso. Lei non si mosse. Il marito la guardava. Io, dalla macchina parcheggiata lontano, guardavo lui. E lei, sdraiata al centro, era il punto dove i nostri sguardi si incontravano senza mai toccarsi.
Il mobiletto rotto restò sul vialetto fino a sera.
Nessuno lo portò via.

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