STORY TITLE: Ottava puntata. Se succede, succede. 
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STORY

Ottava puntata. Se succede, succede.

by Mark90
Viewed: 207 times Comments 4 Date: 04-06-2026 Language: Language

Restai immobile sopra di lei, ascoltando il battito del mio cuore che picchiava contro le costole. Ce l'avevo fatta. Una parte di me, quella razionale, quella che aveva orchestrato tutto per mesi, provava una vertigine di trionfo e di eccitazione pura. Avevo vinto la mia scommessa, l'avevo convinta a saltare insieme a me. Sarei stato il regista del suo desiderio, il complice dei suoi segreti. Niente più bugie, niente più ombre.
Ma non appena quell'euforia cominciò a sgonfiarsi, una paura primitiva, viscerale, mi afferrò alla gola. La realtà di quello che avevo appena ottenuto mi crollò addosso con tutto il suo peso. Guardai il viso di Sara nel buio, i suoi lineamenti dolci, la pelle ancora calda per le mie carezze. Lei era la donna che amavo più della mia stessa vita, la persona che avevo cercato di proteggere persino da se stessa. E ora, per mia stessa volontà, quel corpo e quell'anima sarebbero diventati territorio di caccia per qualcun altro.
Vederla nelle mani di un altro uomo. Immaginare un estraneo toccarla, possederla, ascoltare i suoi gemiti, guardarla negli occhi mentre godeva di un piacere che non proveniva da me. Quel pensiero, che fino a un attimo prima era stato solo un carburante erotico nella mia testa, ora diventava una minaccia concreta, un’immagine nitida e mostruosa che mi toglieva il respiro. Ero felice, ero eccitato, eppure ero terrorizzato. Avevo costruito io stesso la trappola perfetta e ci stavo spingendo dentro l'unica persona che volevo salvare. Avevo aperto la porta del nostro santuario, e l'unica cosa che potevo fare era restare a guardare cosa ne sarebbe rimasto.
I giorni successivi passarono in un silenzio strano, denso. Quell'adrenalina pura che mi aveva travolto la notte del

aveva cominciato a mutare forma, trasformandosi in un'ombra sottile, un tarlo che scavava dentro.
Ma lei se n'era accorta. E la cosa la divertiva un mondo.
Un pomeriggio eravamo in cucina, a condividere i piccoli gesti di una routine rassicurante. Si sedette sul tavolo e, incrociando le braccia sul petto, mi fissò con un sorriso sornione e con l'ombra di una risata che le danzava negli occhi. Aveva capito perfettamente il mio gioco.
«Allora», chiese a bruciapelo, con un tono leggero, quasi canzonatorio, che mi colse del tutto impreparato. «Stai organizzando qualcosa o il grande burattinaio sta avendo dei ripensamenti?».
La guardai, sentendo il cuore accelerare. Non c'era malizia nel suo modo di fare, ma la splendida sfacciataggine di chi ha preparato i popcorn e ora, comodamente in poltrona, si sta godendo lo spettacolo di vedermi vacillare per un'idea che avevo partorito io. La sua ironia non sminuiva la cosa; al contrario, esaltava la nostra complicità. Mi stava leggendo dentro, ed era in quel preciso istante che si mostrava per quella che era: diabolica e fottutamente intelligente come sempre. Si divertiva a vedermi indietreggiare e, così facendo, faceva crollare ogni mia difesa. Fece un passo verso di me, annullando le distanze, e mi catturò le labbra in un bacio. Un bacio lento, profondo, languido, che sapeva di possesso e di promessa, un sigillo caldo che spazzò via ogni mio dubbio residuo. Quando si staccò, a un millimetro dalla mia bocca, sussurrò con un filo di voce, ancora divertita ma incredibilmente sensuale: «Non vorrai mica tirarti indietro proprio adesso che mi hai fatto venire voglia?».
Il sangue mi ribollì e confluì tutto in un punto, accendendo un'erezione immediata che mi tese i pantaloni. «Ci sto lavorando… ho qualche idea», balbettai, ma le parole annegarono nella fretta.
La sollevai di peso, spingendola sulla superficie del tavolo. Lei non aspettava altro: era caldissima, una furia di mani, labbra e bocca. Con quel dildo e con la mia insistenza aveva demolito tutti i suoi freni inibitori e ormai, a meno che non volessi rassegnarmi all'idea del terzo paio di corna, indietro non si poteva più tornare. C'era una necessità quasi violenta nel modo in cui cercavamo i corpi dell'altro.
«Amore, vai a prendere il dildo», mi ordinò col fiato corto, mentre la penetravo a gambe aperte sul bordo del legno.
«No», risposi secco, la voce resa roca dal possesso. «Adesso ti voglio tutta per me».
La afferrai per i fianchi, facendola girare di colpo e costringendola a piegarsi in avanti. La presi da dietro con una spinta profonda, rabbiosa, per ricordarle a chi appartenevano quella figa e quel culo prima che il gioco diventasse reale.
Ci sedemmo a tavola ancora storditi da quell'esplosione. Avevamo fatto un sesso totale, devastante, così profondo e passionale che lei, muovendosi sulla sedia, mi sussurrò di avere ancora la nitida sensazione di avermi dentro, come se i nostri corpi non si fossero mai davvero staccati. La stanza era satura del nostro odore e, tra un boccone e l'altro, i nostri sguardi continuavano a cercarsi, carichi di una complicità quasi animale. Fu proprio in quel momento che l'argomento tornò a galla, inevitabile.
Lei posò il calice di vino, mi fissò negli occhi e mise subito le carte in tavola: «Dobbiamo stabilire dei paletti, Marco. Regole e limiti precisi».
Il primo nodo era la famiglia: non voleva nella maniera più assoluta che anche solo un'ombra di quella storia potesse sfiorare i nostri parenti in Puglia. Poi c'era il lavoro. L'ambiente medico la esponeva continuamente al contatto con i pazienti e il rischio di essere riconosciuta da qualcuno sarebbe stato un disastro irreparabile.
«Facciamo così», propose, e la voce le si abbassò di un tono, facendosi più intima, come se stessimo confessando un delitto. «Dobbiamo farlo lontano, dove siamo certi che nessuno ci conosca. In vacanza, per esempio. Una volta tornati, quella parentesi si chiude e non lo rivedremo mai più. E poi cerchiamo qualcuno che sia pulito, affidabile... e carino».
Sorrisi sentendo il cazzo, ancora sensibile per il sesso di poco prima, reagire a quelle parole. Non c'era vergogna tra noi, eravamo una cosa sola, due metà dello stesso ingranaggio. «Sono d'accordo. E ho già una proposta... a patto che tu non ti innamori di nessuno», dissi ridendo e stringendo il suo sguardo nel mio. «Che ne dici di tornare in Tunisia?».
Lei sollevò il mento, colpita, e nei suoi occhi passò un lampo di puro piacere.
«Ti ricordi i ragazzi del resort?», continuai, protendendomi verso di lei. «Quelli che ti mangiavano con gli occhi, che insistevano per spalmarti la crema sulla schiena o per farti i massaggi ai piedi sul bagnasciuga? O quelli con cui facevi quei balli sensuali la sera, mentre io vi guardavo? Chissà cosa facevano poi, chiusi nelle loro stanze, per sfogare l'eccitazione dopo che li avevi ridotti in quel modo...».
A quel ricordo mia moglie si morse lentamente il labbro inferiore, assaporando l'idea. Non c'era un briciolo di timidezza o pudore nei suoi occhi, solo la sfrontatezza felina di chi condivide lo stesso identico desiderio. Mandò giù un sorso di vino senza staccare lo sguardo dal mio, assaporando la vertigine.
«Mmm, sì...», sussurrò, e un sorriso complice le curvò la bocca. «È una proposta maledettamente interessante. Facciamo così: prenotiamo, andiamo là... e se succede, succede».

Continua…


ADDED 4 COMMENTS:
  • avatar Santana Ormai siete una cosa unica la trasgressione il vostro carburante

    06-06-2026 22:00:31

  • avatar daniel90 Il racconto e' impostato benissimo. Cosa rara .Ora pero devi continuare .....

    06-06-2026 06:40:58

  • avatar argo209 Complicità e confidenza e vero amore

    05-06-2026 23:51:34

  • avatar sonosoloio60 Sempre più coinvolgente, i miei complimenti più sinceri... La cosa bella è che anch'io sono abbastanza lontano da voi.. ☺️Franco

    05-06-2026 23:15:14






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