STORY TITLE: Dieci meno venti. (Terza parte) 
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Dieci meno venti. (Terza parte)

by Vecchio
Viewed: 194 times Comments 0 Date: 20-04-2026 Language: Language

Erano circa le undici e mezzo.
Ero seduto nella sala riunioni con il Signor B., un cliente storico, a parlare di preventivi, scadenze e varianti tecniche. Annuivo, facevo domande intelligenti, ma la mia testa era altrove. Ancora sentiva il sapore forte e viscido della sborra di Edo mescolato al dolce umore della figa di Livia, nonostante mi fossi lavato la bocca tre volte. Ogni volta che deglutivo, quel retrogusto tornava, caldo e umiliante.
Accanto al Signor B. sedeva la sua segretaria personale, una bionda di ventotto anni dal fisico perfetto. Camicetta bianca leggermente slacciata, quel tanto che bastava per far intravedere due tette a coppa di champagne, alte, sode, con i capezzolini che guardavano all’insù come due piccole provocazioni. Ogni volta che si chinava sul tablet per prendere appunti, la scollatura si apriva un po’ di più. Non riuscivo a non guardarla.
Il Signor B. era un vecchio marpione di quelli che piacciono tanto a Livia: sui sessant’anni, voce rauca, sguardo da predatore, mani grosse e modi da chi è abituato a prendersi quello che vuole. Sapevo che se Livia fosse stata qui avrebbe già iniziato a competere con la giovane segretaria: avrebbe incrociato le gambe in modo più lento, avrebbe riso più forte, avrebbe fatto scivolare una spallina “per sbaglio”. Avrebbe voluto essere la più troia delle due.
Invece Livia in quel momento era a casa nostra.
E io lo sapevo.
Mentre io ero qui a fingere di parlare di lavoro, lei stava bevendo la piscia calda di Edo dal bicchiere che lui le aveva fatto riempire sotto la doccia. Ma questo lo avrei scoperto solo più tardi.
«Ingegnere, gradisce un caffè?» chiesi al Signor B. cercando di riportare l’attenzione sul presente.
«Volentieri, grazie.»
«E per la signorina?»
La bionda sorrise con un angolo della bocca. «Un’acqua naturale, grazie.»
Presi il telefono interno e chiamai la postazione di Giulia.
«Giulia, per favore, puoi portarci due caffè e una bottiglietta di acqua naturale in sala riunioni? Grazie.»
Pochi minuti dopo la porta si aprì.
Giulia entrò.
Il vestito rosa shocking le fasciava le curve come una seconda pelle. Il seno abbondante tendeva la stoffa, la vita stretta e i fianchi larghi creavano una silhouette che accendeva letteralmente la stanza. I tacchi facevano ancheggiare in modo ipnotico. Era come se avesse portato dentro una luce calda e sensuale.
Appena entrò, il suo sguardo incrociò il mio. Poi vide la segretaria bionda di B. e notò come io la stavo guardando. Una piccola ombra di gelosia le attraversò gli occhi, subito sostituita da un sorriso professionale.
«Buongiorno» disse con voce calda, posando il vassoio sul tavolo.
Offrì il caffè al Signor B., l’acqua alla segretaria, poi si voltò verso di me. Quando le appoggiai una mano sul basso della schiena per un secondo, sentii il suo corpo tremare leggermente. Un brivido di piacere le corse lungo la spina dorsale.
«Grazie, Giulia» dissi piano.
Lei mi guardò un istante negli occhi e, mentre si girava per uscire, mi mandò un bacio invisibile con le labbra, solo per me.
Quando la porta si chiuse, il Signor B. si lasciò andare contro lo schienale con un sorriso da vecchio satiro.
«Signor Gianni… ma cavoli, questa sua segretaria è una bellissima distrazione. Complimenti.»
La segretaria bionda rise piano, un po’ infastidita ma abituata.
La riunione proseguì fino alle 12:30. A quel punto mi sentii in dovere di invitarli a pranzo.
Chiamai di nuovo Giulia al telefono interno.
«Giulia, per favore, prenota un tavolo per quattro alla trattoria qui vicino. Ci accompagni anche tu, ti prego.»
Lei rispose con voce dolce: «Subito, Ingegnere.»
I quattro ci avviammo: io e Giulia con la mia auto, seguiti dalla macchina del Signor B.
Arrivammo alla trattoria, un posto frequentato da camionisti, rappresentanti, operai e qualche imprenditore locale. Appena entrammo, gli sguardi di quasi tutti gli uomini presenti si posarono su di noi. Due belle donne eleganti e sensuali accompagnate da due uomini più anziani: era uno spettacolo che non passava inosservato.
L’oste, un uomo sui cinquant’anni, piccolo, tarchiato, con una pancia prominente, ci venne incontro salutandomi calorosamente.
«Ingegnere! Che piacere! Vi ho riservato il tavolo migliore, vicino alla vetrina.»
Mentre ci accompagnava, non riuscì a staccare gli occhi dalle due donne. I camionisti ai tavoli vicini commentavano a bassa voce, con fischi e risate rauche.
Ci accomodammo al tavolo di fronte alla vetrina. Da fuori si vedeva perfettamente: due uomini maturi con due donne bellissime. Ogni auto che passava nel parcheggio rallentava.
I due uomini continuavano a parlare di lavoro.
Le due donne, Giulia e la segretaria bionda di B., si studiarono a vicenda. C’era invidia, curiosità, una sottile competizione femminile. La conversazione tra loro partì educata, poi divenne sempre più piccante, piena di piccole battutine e punzecchiamenti.
La segretaria bionda capì subito che Giulia era molto più della semplice segretaria di Gianni. Notò come lei mi guardava mentre parlavo con B., come arrossiva leggermente quando le sfioravo la mano.
A un certo punto la bionda sorrise con malizia e le disse a bassa voce, ma abbastanza forte da farsi sentire:
«Tu e l’ingegnere… siete molto più che capo e segretaria, vero?»
Giulia arrossì, ma non negò. Anzi, sostenne lo sguardo con un sorriso provocante.
La conversazione tra loro si fece sempre più accesa, elettrica, piena di doppi sensi.
Io, intanto, sentivo ancora in bocca il sapore di Edo e Livia… e guardavo la segretaria bionda di B. sapendo che, se Livia fosse stata qui, avrebbe già iniziato a competere spudoratamente con lei.
Ma Livia non c’era.
Il pranzo proseguì tra chiacchiere di lavoro e sguardi che dicevano molto di più.
Le due donne, Giulia e la segretaria bionda del Signor B., si alzarono a turno per andare in bagno a rinfrescarsi il trucco. Ogni volta che una di loro passava tra i tavoli, l’intera sala sembrava trattenere il respiro. Camionisti, operai, rappresentanti… tutti gli sguardi si posavano su quei corpi eleganti e sensuali che si muovevano tra i tavoli con grazia.
Commenti volgari e spudorati volavano a bassa voce:
«Madonna che culo ha quella in rosa…» «Guarda le tette della bionda… sembrano due mele mature…» «Ma chi se le scopa quelle due? Fortunati i vecchi…»
Giulia e la segretaria bionda erano abituate. Sorridevano con superiorità, alzavano il mento, non rispondevano. Ma Giulia, quando tornò al tavolo dopo il suo turno in bagno, aveva le guance leggermente arrossate e gli occhi più brillanti. I commenti l’avevano eccitata. Lo capii subito.
Si sedette accanto a me. Senza farsi notare da nessuno, sotto il tavolo, la sua mano scivolò sul mio inguine. Il Cialis stava ancora facendo il suo effetto: il mio cazzo era già mezzo duro. Quando lo sentì, lo strinse con decisione, piena di voglia.
Si avvicinò al mio orecchio, fingendo di sistemarmi il colletto della camicia, e sussurrò:
«Poi non torniamo subito in ditta, vero? Ricordi la promessa del 69…»
Il suo respiro caldo mi fece rabbrividire.
Dopo il caffè i quattro ci congedammo. Il Signor B. e la sua segretaria salirono sulla loro auto, noi sulla mia. Appena partiti, Giulia si scatenò.
Era eccitata: dai commenti volgari degli uomini al ristorante, dalla gelosia verso la bellissima segretaria bionda, e soprattutto dalla voglia che aveva di me. Non fece nemmeno in tempo a uscire dal parcheggio che aprì la mia braghetta, tirò fuori il mio cazzo già duro e si chinò su di me.
Mentre guidavo, la sua bocca calda e bagnata mi avvolse. Un pompino lento, profondo, goloso. La sua testa saliva e scendeva con ritmo perfetto, la lingua che lavorava sotto la cappella. Ogni tanto gemeva intorno al mio cazzo, come se il sapore di me la facesse impazzire.
«Giulia… cazzo…» mormorai stringendo il volante.
Lei alzò solo un attimo gli occhi, lucidi di desiderio, e continuò.
«Fermati da qualche parte» le dissi con voce rauca. «Andiamo sul lungo fiume… a parlare un po’.»
Lei rise piano, senza staccare la bocca dal mio cazzo.
«Parlare… certo.»
Presi una stradina di campagna che portava verso il Po. Parcheggiai sotto una fila di pioppi alti che facevano ombra. Appena spensi il motore, Giulia si slacciò la cintura e passò sul sedile posteriore.
«Vieni qui» mi disse.
Ci spogliammo in fretta. Io mi sdraiai sul sedile posteriore. Lei si mise sopra di me, nella posizione del 69 che le avevo promesso. La sua figa gonfia e bagnata mi arrivò dritta sulla bocca, mentre lei tornava a prendermi il cazzo tra le labbra.
Fu dolce all’inizio. La leccai con calma, assaporando ogni goccia dei suoi umori, infilando la lingua dentro di lei mentre lei mi succhiava con devozione. Poi il desiderio crebbe. I nostri movimenti diventarono più intensi, più affamati. Lei si strusciava sulla mia faccia, io la tenevo aperta con le mani e la leccavo più a fondo. I suoi gemiti vibravano intorno al mio cazzo.
Giulia venne per prima. Un orgasmo forte, profondo. Il suo corpo tremò sopra di me, la figa che pulsava contro la mia lingua mentre mi stringeva le cosce intorno alla testa. Io continuai a leccarla fino all’ultimo fremito.
Pochi secondi dopo venni anch’io. Lei non si staccò. Bevve tutto, gemendo di piacere, ingoiando ogni goccia mentre io le stringevo i fianchi.
Restammo così per qualche minuto, ancora intrecciati, respirando affannosamente. Poi lei si girò, si sdraiò sopra di me e mi baciò. Un bacio lungo, dolce, pieno di tutto quello che non riuscivamo a dirci con le parole.
«Ti amo, Gianni» sussurrò contro le mie labbra.
Io la strinsi forte.
In quel momento, con il suo corpo caldo contro il mio e il fiume che scorreva poco lontano, tutto il resto sembrava lontanissimo: Livia, Edo, il bicchiere di piscia, l’officina di domani.
C’eravamo solo noi due.
Ma sapevo che quella pace era solo un attimo rubato.
Il pomeriggio passò lento e monotono, fatto di riunioni, email, preventivi e telefonate che sembravano tutte uguali. Io rispondevo, firmavo, annuivo, ma la mia testa era altrove. Continuava a tornare al sapore di Giulia sulle labbra, al calore della sua mano che mi aveva stretto il cazzo sotto il tavolo, al modo in cui mi aveva sussurrato all’orecchio quella frase gelosa e possessiva.
Verso le diciotto, quando la ditta iniziava già a svuotarsi, Giulia passò dal mio ufficio.
Chiuse la porta dietro di sé senza dire una parola. Mi si avvicinò, mi abbracciò forte e mi strinse come se non volesse più lasciarmi andare. Io la avvolsi tra le braccia e la baciai. Fu un bacio lungo, profondo, di quelli che si danno al primo appuntamento quando ancora non si sa niente ma si sente già tutto. Le nostre lingue si cercarono con dolcezza, poi con fame. Sentivo il suo corpo morbido premere contro il mio, il suo profumo dolce che copriva ancora un po’ l’odore di sesso che mi era rimasto addosso.
Quando ci staccammo, aveva gli occhi lucidi.
«A casa non fare il porco con tua moglie…» mi disse a bassa voce, gelosissima. «Tanto di cazzi per oggi ne ha già presi tanti… non ha bisogno anche del tuo.»
Mi diede un ultimo bacio leggero sulle labbra, mi accarezzò la guancia e uscì, ancheggiando nel suo vestito rosa shocking.
La ditta si vuotò del tutto. Chiusi la porta del mio ufficio, spensi le luci e mi avviai verso casa.
Appena entrai, i due gatti mi corsero incontro miagolando e strusciandosi contro le gambe, come sempre. La casa era silenziosa. Troppo silenziosa. Livia stava sicuramente dormendo.
Andai in camera da letto senza fare rumore. La porta era socchiusa. Lei era lì, sdraiata sul nostro letto, nuda sotto il lenzuolo leggero. I capelli ancora umidi, il corpo segnato da tracce rosse sui seni e sulle cosce. Accappatoio e asciugamani erano buttati sul pavimento in disordine. Non la svegliai. Richiusi piano la porta e tornai in cucina.
Da bravo maritino cornuto, preparai la cena per la mia mogliettina esausta dopo la notte e la mattina passata a fare la puttana di Edo.
Misi le pentole sul fuoco, andai in giardino a innaffiare le piante mentre l’acqua bolliva. Il sole stava calando, l’aria era tiepida. Io, con il grembiule addosso, mi muovevo tra i vasi come un marito modello.
Eppure dentro di me tutto era un groviglio.
Avevo ancora sulle labbra il bacio di Giulia. Avevo ancora nella testa le sue parole gelose. Avevo ancora nelle narici l’odore di Livia sporca di Edo.
Mi sentivo il marito perfetto della mia affascinante moglie ninfomane… e allo stesso tempo mi eccitavo da morire al pensiero di quello che lei aveva fatto, di quello che stava dormendo nel nostro letto, di quello che avrebbe voluto da me una volta sveglia.
Ero eccitato. Ero geloso. Ero innamorato.
Ero il suo cavaliere che non la salva mai.
Mentre giravo il sugo nella pentola, pensai a domani pomeriggio alle 17:30. All’officina. A Roberto. A Livia legata nuda su un tavolino, con i buchi aperti e disponibili.
E io lì a guardare. Solo a guardare.
Il pensiero mi fece stringere il mestolo più forte.
I gatti miagolavano intorno alle mie gambe, affamati.
Io, invece, avevo fame di tutt’altro.
Ma prima dovevo nutrire la mia mogliettina troia, come sempre.
Come il bravo cornuto che sono.
Il profumo della cena aveva invaso tutta la casa quando sentii i passi leggeri sulle scale.
Livia scese nuda, bellissima, ancora segnata dalla giornata. I capelli arruffati le cadevano sulle spalle in onde disordinate, gli occhi pesanti di sonno e di tutto quello che aveva vissuto. Il suo corpo era un’opera d’arte sporca: segni rossi sui seni, sui fianchi, sulle cosce. Camminava lenta, con quella grazia felina che aveva sempre, anche quando era distrutta.
In mano teneva un bicchiere pieno di un liquido ambrato. Pensai fosse birra.
«Che strano» mormorai tra me «Livia che beve birra…»
Si avvicinò al bancone della cucina, appoggiò il bicchiere e mi guardò con quel sorriso dolce e perverso che conoscevo fin troppo bene.
«Amore… questo è l’ultimo regalo di Edo per noi.»
La voce era bassa, quasi tenera.
«Io ne ho già bevuta tanta direttamente dalla sua fonte… questo ha voluto che lo conservassi per te. Sarà l’accompagnamento della tua cena.»
Fece una piccola pausa, poi aggiunse con un tono che non ammetteva repliche:
«Lo dovrai bere mentre ti filmo… poi devo inviare il video al Padrone. Amore ti prego… non deludere il nostro Padrone. Fallo per me… per noi.»
In quel momento capii.
Non era birra.
Era piscia.
La piscia calda di Edo.
Livia si avvicinò, mi baciò sulla bocca con dolcezza. Poi si fermò, annusò il mio collo e si irrigidì.
«Porco… questo non è il mio odore. E non è il mio profumo. Perché puzzi di figa? Hai questo profumo dolce addosso!»
Si accigliò, gli occhi che si stringevano in due fessure gelose.
«Con chi cazzo sei stato, porco? Mi hai tradita?»
Preso alla sprovvista, balbettai la verità.
«Sono stato… con una donna.»
Livia mi annusò di nuovo, più a fondo, come un animale che riconosce un odore nemico.
«Ma cazzo… questo è il profumo che aveva addosso la tua segretaria. Giulia! Quella troia!»
La gelosia le incendiò lo sguardo.
«Ora prima bevi questa prelibatezza e ti metti in ginocchio qui subito! Porco!»
Prese il mio telefono dal bancone e lo puntò verso di me.
«Dammi il telefono che ti filmo ed invio il filmato a Edo! Poi, stronzo, mi dici tutto!»
Non opposi resistenza. Mi misi in ginocchio sul pavimento della cucina, davanti a lei.
Livia iniziò a registrare, la voce ferma e crudele:
«Padrone… questo mezzo uomo oggi mi ha tradita con la sua segretaria… cazzo, come si è permesso!»
Mi porse il bicchiere colmo.
Bevvi.
Il liquido era caldo, salato, amarognolo, con quel retrogusto forte che solo la piscia di un uomo può avere. Lo ingoiai lentamente, sotto lo sguardo di Livia che filmava ogni sorso. Ogni volta che deglutivo sentivo il suo sguardo su di me, un misto di rabbia, eccitazione e possesso.
Lei se ne accorse.
Vide il bozzo che si formava nei miei pantaloni.
«Stronzo!» ringhiò, e mi diede un calcetto secco nelle palle.
Il dolore mi fece sobbalzare. Il bicchiere mi sfuggì di mano e cadde sul pavimento, andando in frantumi. La piscia si sparse ovunque.
Livia non si scompose. Continuò a filmare, la voce ancora più cattiva:
«Padrone, guarda… questo cornuto ha pure il cazzo duro mentre beve la tua piscia. Ma ora glielo spiego io come stanno le cose.»
Si chinò su di me, il telefono ancora puntato.
«Ora lo dico a Edo che mi tradisci.»
Rimasi in ginocchio tra i vetri rotti e la piscia versata, il cazzo dolorante per il calcio e ancora duro per l’eccitazione.
Livia mi guardava dall’alto, nuda, bellissima, furiosa e eccitata allo stesso tempo.
E io, per l’ennesima volta, capii che non sarei mai riuscito a fermare questo nostro vortice.
Perché anche quando mi umiliava, anche quando mi faceva male, anche quando mi tradiva… io la amavo proprio così.
E lei amava me proprio perché ero disposto a bere tutto.
Anche la piscia del suo Padrone.
Livia rimase in piedi davanti a me, nuda, bellissima e furiosa.
Il bicchiere rotto e la piscia versata sul pavimento della cucina creavano una pozza dorata intorno alle mie ginocchia. Io ero ancora lì, in ginocchio, il cazzo dolorante per il calcio e ancora mezzo duro per l’eccitazione malata.
Lei mi fissava dall’alto. Aveva gli occhi accesi: rabbia, gelosia, ma soprattutto una eccitazione oscura, quasi animalesca.
«Alzati» ordinò con voce bassa e tagliente.
Obbedii.
Livia si avvicinò fino a sfiorarmi il petto con i seni. Il suo respiro era caldo, accelerato. Mi annusò di nuovo il collo, lentamente, come se volesse imprimersi quell’odore estraneo.
Poi, con un tono che era un misto di rabbia e di eccitazione irrefrenabile, cominciò a raccontare.
«Quando Edo mi ha portata a casa… non mi ha lasciata subito. Mi ha accompagnata fino in camera. Mi ha ordinato di fare la doccia perché puzzavo di troia. Sono entrata sotto l’acqua calda… mi stavo lavando via tutto… quando lui ha aperto la porta di colpo.»
Fece una pausa. I suoi capezzoli erano duri.
«Aveva in mano un bicchiere. Mi ha guardata e ha detto: “Vacca, ho bisogno di pisciare. Mettiti in ginocchio e non perderne una sola goccia.”»
Livia deglutì. La sua voce si abbassò, diventò più roca.
«Ho chiuso il rubinetto. Mi sono inginocchiata sul piatto della doccia ancora bagnata. Ho preso il bicchiere con tutte e due le mani… come un calice. Lui si è avvicinato, ha tirato fuori quel suo cazzone pesante e ha cominciato a pisciare.»
I suoi occhi si velarono di un piacere oscuro mentre ricordava.
«Il getto era forte, caldo, copioso. Riempiva il bicchiere gorgogliando. Quando è stato pieno fino all’orlo mi ha detto di scostarlo e di aprire la bocca. Ho obbedito. Ha continuato a pisciare direttamente dentro di me. Ho cercato di bere… ma era troppa. Mi colava dalle labbra, dal mento, sul collo, sui seni, sulla pancia… fino alla figa. Tutto il mio corpo era bagnato della sua piscia.»
Livia si morse il labbro inferiore. La sua mano scese istintivamente tra le sue cosce, sfiorandosi senza vergogna.
«Mi faceva schifo… mi faceva ribrezzo… ma nello stesso tempo mi eccitava da morire. Sentivo la mia figa contrarsi a ogni schizzo. La parte più dark di me, quella ninfomane che non riesco a controllare, godeva come una puttana. Più mi umiliava, più mi sentivo sua. Più mi sentivo viva.»
Fece un passo indietro, mi guardò dritto negli occhi.
«Quando ha finito di pisciare mi ha fatto succhiare le ultime gocce dal suo cazzo. Poi si è chinato, ha raccolto un grosso bolo di saliva densa, puzzolente di sigaro, e me l’ha sputato in faccia. L’ho ingoiato. E ho ringraziato.»
La sua voce si incrinò leggermente, ma non per vergogna. Per eccitazione.
«Poi mi ha lasciata lì, nuda, bagnata di piscia, e se n’è andato. Prima di uscire dalla camera mi ha detto: “Conserva il bicchiere per il tuo maritino. Quando torna a casa faglielo bere. Filmalo. Voglio vedere il cornuto che beve la mia piscia.”»
Livia rimase in silenzio per qualche secondo. Poi sorrise, un sorriso cattivo e tenero allo stesso tempo.
«E io… io l’ho fatto. Perché sono la sua puttana. E perché amo vederti così… distrutto e eccitato per me.»
Si avvicinò di nuovo, mi prese il viso tra le mani e mi baciò con violenza. La sua lingua invase la mia bocca, ancora sporca del sapore di tutto quello che aveva vissuto.
Quando si staccò, aveva gli occhi lucidi.
«Ora dimmi la verità, porco. Hai scopato con Giulia oggi?»
Il suo sguardo era feroce, ma sotto la rabbia c’era una fame nera, profonda, irresistibile.
Io ero lì, in piedi nella cucina, con il pavimento sporco di piscia di Edo, il cazzo duro nei pantaloni e il cuore che batteva all’impazzata.
E Livia aspettava la mia confessione.
Con il telefono ancora in mano.
Pronta a filmare anche questa.
Livia era ancora in piedi davanti a me, nuda, con il telefono in mano e lo sguardo che bruciava di gelosia e di qualcosa di molto più oscuro.
Io ero ancora in ginocchio sul pavimento della cucina, tra i vetri rotti e la piscia versata di Edo.
Non c’era più spazio per le bugie.
Presi fiato e iniziai a raccontare tutto.
Le dissi della giornata senza di lei. Di Giulia che era entrata in ufficio con quel vestito rosa shocking. Di come mi aveva saltato in braccio e mi aveva detto «scopami, sono la tua troia». Di come l’avevo presa sulla scrivania mentre fuori i colleghi ridevano. Di come l’avevo portata a casa, di come avevamo fatto la doccia insieme, di come l’avevo scopata contro il muro. Di come poi, nel pomeriggio, avevamo fatto il 69 in macchina lungo il fiume, di come lei mi aveva succhiato con una dolcezza e una fame che non avevo mai sentito prima. Le dissi anche quanto mi ero sentito solo, disperato, mentre sapevo che lei era a casa di Edo a farsi usare. Le confessai che mi ero sentito abbandonato, che per un momento avevo avuto paura che lei non tornasse più da me.
Livia ascoltava in silenzio. I suoi occhi passavano dalla rabbia alla comprensione, dalla gelosia a una strana tenerezza.
Quando finii di parlare, lei rimase a fissarmi per qualche secondo. Poi, con una voce bassa ma ferma, disse:
«Ora tocca a me.»
Si sedette sul bordo del tavolo della cucina, aprì leggermente le gambe e cominciò a raccontare.
Mi raccontò tutto.
Mi raccontò di quando Edo l’aveva accompagnata a casa. Di come l’aveva fatta spogliare e l’aveva mandata sotto la doccia. Di come era entrato all’improvviso con il bicchiere in mano e le aveva ordinato di inginocchiarsi. Di come aveva pisciato prima nel bicchiere e poi direttamente nella sua bocca. Di come la piscia calda le era colata sul viso, sul seno, sulla figa. Di come lei aveva goduto di quell’umiliazione, di come la sua ninfomania più dark si era accesa come una fiamma.
Poi mi raccontò della notte.
Mi raccontò di Roberto, il mio cliente di Lodi, che l’aveva montata come una sgualdrina sapendo perfettamente che era mia moglie. Mi raccontò di come l’aveva presa da dietro mentre Edo la teneva per i capelli. Mi raccontò del vecchio ottantenne che Edo aveva fatto entrare: un uomo rugoso, con il cazzo ancora sorprendentemente duro, che lei aveva dovuto succhiare mentre Edo e Roberto la fottevano contemporaneamente. Mi raccontò di come l’avevano usata per ore, di come l’avevano riempita in tutti i buchi, di come l’avevano fatta sentire una latrina umana.
Mentre parlava, i suoi occhi si illuminavano di quella luce ninfomane che conoscevo bene: trasognante, quasi estatica. Raccontava le umiliazioni con un piacere evidente, ma ogni tanto la voce si addolciva.
Alla fine, con un tono diverso, quasi vulnerabile, confessò:
«Però… mi sei mancato, amore. Mi sei mancato da morire. Mentre mi usavano, mentre mi riempivano, mentre mi facevano bere piscia e ingoiare sborra… sentivo un vuoto. Sentivo la mancanza del mio marito complice. Del mio cavaliere che non mi salva mai, ma che è sempre lì a guardarmi, a raccogliermi, a amarmi proprio quando sono più marcia. Mi mancava l’aria senza di te. Mi mancava il tuo sguardo mentre vengo usata. Mi mancava sapere che tu eri lì, dall’altra parte, a soffrire e a godere con me.»
Livia scese dal tavolo, si inginocchiò davanti a me e mi prese il viso tra le mani.
«Siamo malati, amore mio. Siamo due pezzi di una stessa perversione. Io ho bisogno di essere distrutta per sentirmi viva… e tu hai bisogno di vedermi distrutta per amarmi. Ma senza di te… tutto questo non ha senso.»
Mi baciò, un bacio lento, profondo, pieno di tutto quello che eravamo.
Poi, con un sorriso piccolo e pericoloso, aggiunse:
«Ora però… finisci di bere quello che è rimasto nel bicchiere. Edo vuole il video. E io voglio vederti mentre lo fai.»
Il pavimento era ancora sporco di piscia e vetri rotti.
Io ero ancora in ginocchio.
E Livia, nuda e bellissima, mi guardava con amore e con quella fame oscura che ci teneva legati più di qualsiasi cosa.

Rimasi in ginocchio sul pavimento della cucina, tra i vetri rotti e la piscia versata.
Livia mi guardava dall’alto, nuda, con il telefono ancora puntato su di me e gli occhi che brillavano di una gelosia feroce e di un’eccitazione oscura.
Non dissi niente.
Presi tra le dita il coccio più grande del bicchiere rotto. Dentro c’era ancora un fondo di piscia calda di Edo, torbida, ambrata. Tolsi con cura i frammenti di vetro più piccoli, poi alzai lo sguardo su di lei.
La guardai dritto negli occhi.
E bevvi.
Bevvi lentamente, senza distogliere lo sguardo dal suo. Il liquido era ancora tiepido, salato, denso, con quel retrogusto forte e animale che mi riempì la bocca e la gola. Deglutii tutto, fino all’ultima goccia, mentre lei filmava in silenzio.
Quando finii, posai il coccio sul pavimento e mi pulii le labbra con il dorso della mano.
«Questo è per farti capire» dissi con voce bassa ma ferma «che anche se oggi sono stato con un’altra donna… anche se Giulia mi ha aiutato a sopportare tutto questo senza giudicarmi… anche se mi ha dato la sua dolcezza quando tu non c’eri… una parte di me è ancora completamente tua.
Siamo legati nello stesso destino che ci siamo creati. Insieme stiamo sprofondando. E io non voglio risalire senza di te.»
Livia abbassò lentamente il telefono. Il suo sguardo si addolcì per un istante, ma solo per un istante. Poi tornò quella luce ninfomane, quella fame nera che conoscevo fin troppo bene.
Mi avvicinai a lei ancora in ginocchio e le posai le mani sui fianchi.
«Ma domani sul serio vuoi farti sbattere legata da quel porco di Roberto? Non pensi che stiamo esagerando ad assecondare le voglie perverse di Edo e dei suoi amici?
Livia… ti amo. Ti amo da morire. Ma vorrei fermarmi nel degradarti. Nel degradarci.»
Lei rimase in silenzio per qualche secondo. Poi mi accarezzò i capelli con una tenerezza quasi dolorosa.
«No, amore» rispose con voce bassa, quasi dolce. «Io lo voglio.
Voglio sentirmi usata come una puttana. Voglio sentirmi un buco da riempire. Voglio i loro cazzi, la loro sborra, la loro piscia, i loro sputi. Voglio essere la loro latrina.
Aiutami, maritino. Ti voglio lì con me. Voglio che ti umili con me di fronte a loro. Voglio che dopo che mi avranno riempita di ogni loro fluido tu sia lì a condividere… e a pulire la mia figa gocciolante di sborra.»
Le sue parole mi colpirono come una lama calda.
Livia si chinò su di me, mi baciò sulla fronte, poi sulle labbra, assaporando ancora il retrogusto della piscia di Edo che avevo appena bevuto.
«Siamo malati, amore mio» sussurrò contro la mia bocca. «Ma è l’unico modo in cui sappiamo amarci.»
Si rialzò, nuda e bellissima, e mi tese la mano.
«Ora vieni a letto con me. Domani sarà un giorno lungo… e voglio dormire tra le tue braccia, prima di farmi legare e usare come una troia.»
Mi alzai.
La presi per mano.
E insieme salimmo le scale, lasciando sul pavimento della cucina i vetri rotti e le ultime tracce della piscia di Edo.
Domani alle 17:30 Roberto sarebbe arrivato in officina.
E io, come sempre, sarei stato lì.
A guardare. A condividere. A pulire.
Perché questo era il nostro amore.
Schifoso. Malato. E indissolubile.

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