STORY TITLE: Dieci meno venti. (Quarta parte) 
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Dieci meno venti. (Quarta parte)

by Vecchio
Viewed: 83 times Comments 0 Date: 21-04-2026 Language: Language

Salimmo le scale in silenzio, mano nella mano, lasciando dietro di noi il disastro della cucina: vetri rotti, piscia versata, odore di umiliazione ancora nell’aria.
Entrammo in camera da letto.
Livia lasciò cadere il lenzuolo che si era buttata addosso e si infilò nuda sotto le coperte. Io mi spogliai e mi sdraiai accanto a lei. Lei si accoccolò subito tra le mie braccia, la schiena premuta contro il mio petto, il suo bellissimo culo contro il mio ventre. Il mio cazzo, ancora mezzo duro, scivolò naturalmente tra le sue chiappe morbide e calde.
Lei sospirò, come se solo in quel momento riuscisse a respirare davvero.
La avvolsi con le braccia, stringendola forte. La sua mano scese lentamente dietro di sé, cercandomi. Quando trovò il mio cazzo lo afferrò con decisione, quasi con rabbia possessiva.
«Questo è mio» sussurrò con voce roca, gelosa. «Gianni… sono gelosa. Voglio che tu sia mio. Solo mio.»
Fece una piccola pausa, il respiro caldo contro il mio braccio.
«Lo so che non è giusto… io mi faccio sbattere da tutti, mi faccio usare come una latrina… e non posso pretendere che tu mi resti fedele. Oltretutto è troppo tempo che il Padrone non mi permette di ricevere dentro di me il tuo cazzo, il tuo seme…»
La sua voce si incrinò leggermente, un misto di dolore e di eccitazione.
«Gianni… ti amo. Ti voglio. Toccami. Metti le tue dita dentro di me. Fammi sentire tua… anche così. Fai godere la tua donna… che è la puttana di altri.»
Non riuscii a resistere.
La mia mano scese lungo il suo ventre, superò il pube e trovò la sua figa ancora gonfia e calda. Era bagnata, indolenzita dai trattamenti subiti, ma viva, pulsante, affamata. Infilai due dita dentro di lei con lentezza. Livia gemette piano, spingendo il bacino contro la mia mano.
Si strusciava contro di me come un’anguilla in calore: il culo che premeva sul mio cazzo, la schiena che si inarcava contro il mio petto, il respiro sempre più corto.
Le mie dita si muovevano dentro di lei, lente ma profonde, accarezzando le pareti calde e bagnate. Lei gemeva più forte, spingendosi contro di me, cercando di prendermi più a fondo.
«Così… amore… toccami… fammi sentire che sono ancora tua…»
La sua ninfomania non si fermava mai. Nonostante tutto quello che le avevano fatto, nonostante il corpo segnato e la figa indolenzita, la sua fame era ancora lì, viscerale, irrefrenabile.
Accelerai il movimento delle dita. Lei si strusciava più forte sul mio cazzo, bagnandolo con i suoi umori. I suoi gemiti diventavano sempre più acuti, sempre più disperati.
Venne così, tra le mie braccia.
Un orgasmo forte, profondo, quasi doloroso. Urlò, il corpo che tremava violentemente contro il mio, la figa che si contraeva intorno alle mie dita come se volesse inghiottirle. Io continuai a muoverle dentro di lei fino all’ultimo fremito.
Poi non resistetti più.
Il mio cazzo, schiacciato tra le sue chiappe, esplose. Schizzai il mio seme caldo, copioso, imbrattandole tutto il bellissimo culo. Fiotti densi le colarono lungo la fessura, sporcandole la pelle.
Restammo così, sporchi, sudati, esausti.
Lei si accoccolò ancora di più contro di me, il mio seme che le colava tra le natiche, la mia mano ancora tra le sue cosce.
Non cenammo nemmeno.
Ci addormentammo così: nudi, abbracciati, sporchi di tutto quello che eravamo.
Due anime malate che si tenevano strette nel buio, sapendo che il giorno dopo sarebbe ricominciato tutto.
Ma per quella notte, almeno per quella notte, eravamo solo noi due.

Il sonno ci aveva presi entrambi, pesanti e profondi, come due corpi esausti dopo una battaglia.
Livia era accoccolata tra le mie braccia, la schiena premuta contro il mio petto, il suo culo caldo contro il mio ventre. Il mio cazzo riposava tra le sue chiappe, morbido ma ancora vivo. La sua mano, anche nel sonno, ogni tanto si muoveva, come se volesse assicurarsi che fossi ancora lì.
Verso le quattro di notte il cellulare vibrò sul comodino.
Mi svegliai di soprassalto, con il cuore già accelerato. Andai in bagno senza accendere la luce grande, solo quella debole sopra lo specchio. Pisciavo ancora mezzo addormentato quando presi il telefono.
C’erano una decina di messaggi.
Il primo era di Edo:
«Allora cornuto? Ti è piaciuto il mio “vino”? Spero che la tua troia te l’abbia fatto bere tutto. Domani voglio il video.»
Poi Roberto:
«Domani cambio orario. Arrivo alle 18:00, non alle 17:30. Fammi trovare Livia già legata e pronta nell’officina. Lubrifica bene il culo, voglio montarla come si deve. Porto anche il vecchio ottantenne… ha ancora voglia di sborrare nella bocca di tua moglie.»
E infine i messaggi di Giulia.
Erano tanti, uno dopo l’altro, sempre più inquieti:
«Gianni… ho voglia di te. Mi sto toccando in bagno pensando a oggi…» «Perché non rispondi?» «Amore ti prego… dimmi qualcosa.» «Sei con lei? Stai facendo porcherie con Livia?» «Mi manchi… ho paura.» «Gianni rispondimi ti prego… sto impazzendo.»
L’ultimo era quasi disperato:
«Amore… ho bisogno di sapere che stai bene.»
Risposi solo a lei, con le dita che tremavano leggermente:
«Scusa Giulia, ero stanchissimo e mi sono addormentato. Ho raccontato tutto a Livia di noi. Lei… ha reagito. Ti penso anche io. Mi manchi da morire.»
Inviai. Poi misi il telefono in modalità silenziosa e tornai a letto.
Livia dormiva ancora, bellissima e distrutta.
Mi riaddormentai con il suo profumo addosso e il peso di tutto quello che stava arrivando.
Alle sei, quando l’alba cominciava a filtrare dalle persiane, mi alzai di nuovo per pisciare.
Appena entrai in bagno, sentii i suoi passi leggeri dietro di me.
Livia mi seguì, nuda, i capelli arruffati, gli occhi ancora pesanti di sonno ma già accesi da quella luce perversa che conoscevo fin troppo bene.
Mentre ero in piedi davanti al water, lei mi avvolse da dietro con le braccia. Le sue mani sostituirono le mie sul cazzo. Lo prese con dolcezza possessiva e lo guidò.
Poi si inginocchiò accanto alla tazza, alzò il viso verso di me e mi guardò dritto negli occhi.
«Pisciami in bocca» disse con voce bassa e roca. «Piscia in bocca a tua moglie. Voglio anche la tua piscia… voglio essere anche la tua latrina, non solo quella degli altri.»
Aprì la bocca, la lingua fuori, come una bambina che aspetta la caramella.
Non riuscii a dire di no.
Lasciai andare il getto caldo direttamente nella sua bocca aperta.
Livia bevve. Bevve con gli occhi fissi nei miei, deglutendo rumorosamente, con avidità. Parte della piscia le colava dagli angoli delle labbra, sul mento, sul collo, sui seni. Ma lei continuava a bere, gemendo piano di piacere.
Quando non riuscì più a ingoiare tutto, diresse il resto del getto nel water.
Poi si alzò in piedi, ancora con la bocca piena del mio sapore. Mi prese il cazzo in mano e cominciò a segarmi lentamente mentre mi baciava.
Un bacio sporco, profondo, bagnato di piscia.
Le nostre lingue si intrecciarono con quel sapore salato e caldo tra di noi. Gemevamo entrambi nella bocca dell’altro, eccitati da quel gesto così estremo e intimo.
Lei si staccò appena, le labbra lucide, e mi guardò con occhi lucidi di emozione e di perversione.
«Hai ragione, amore… stiamo sprofondando troppo.»
Fece una pausa, continuando a masturbarmi piano.
«Ancora oggi… aiuta tua moglie a fare la vacca. Lasciami essere la puttana di Roberto, di Edo, di tutti. Ma da domani… voglio che siamo solo noi. Dobbiamo riscoprirci. Ritrovarci. Altrimenti ci perderemo.»
Mi baciò di nuovo, questa volta più dolce, anche se il sapore della mia piscia era ancora tra le nostre lingue.
Poi mi strinse forte, il viso contro il mio petto.
«Ti amo, Gianni. Anche quando sono la puttana di tutti… ti amo più di ogni cosa.»
Restammo così, abbracciati nel bagno, mentre fuori albeggiava.
Due anime malate che si tenevano strette, sapendo che il giorno dopo sarebbe ricominciato tutto… ma con la speranza, fragile e contorta, di trovare un modo per non perdersi del tutto.

Per info e contatti impotente(at)proton.me

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