STORY TITLE: La cinese rotondetta che ingoiava Scopate in ufficio, inculate in magazzino 
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STORY

La cinese rotondetta che ingoiava Scopate in ufficio, inculate in magazzino

by Justforher70
Viewed: 343 times Comments 8 Date: 04-06-2026 Language: Language

Vivevo a Pondok Indah da dieci anni. Dieci anni di traffico, umidità che ti si appiccica addosso appena esci di casa, negoziati interminabili e sigarette fumate sotto il ventilatore che gira lento. Mia moglie era venuta con me all'inizio, dieci anni prima, piena di entusiasmo. Adesso l'entusiasmo era finito da un pezzo. Il matrimonio galleggiava come una barca ferma in mezzo al mare: non affondava, ma non andava da nessuna parte. Ci parlavamo il necessario. Dormivamo nello stesso letto senza toccarci. A volte passavano settimane senza che la guardassi davvero.

Una sera il proprietario di un nostro fornitore, un cinese elegante che parlava sempre sottovoce come se stesse condividendo un segreto, ci invitò a cena in un hotel di Jakarta. Mia moglie venne con me, come sempre per le cene formali. Era il suo ruolo: fare la moglie del responsabile, sorridere, intrattenere le altre consorti.

Con il proprietario c'era la sua assistente. Yeni.

La vidi entrare nella hall dell'hotel e qualcosa si fermò dentro di me. Era cineseindonesiana, sui 35 anni, rotondetta nei punti giusti. Un seno enorme che la camicetta chiara non riusciva a contenere, i bottoni che tiravano. Fianchi larghi che ondeggiavano mentre camminava con passo sicuro. Un culo abbondante, pieno, che la gonna a matita cercava di imbrigliare ma che esplodeva a ogni passo. Il viso dolce, con quelle guance piene che le davano un'aria quasi infantile, ma gli occhi... gli occhi erano svegli, intelligenti, maliziosi. Poi aprì bocca e parlò un inglese perfetto, senza il minimo accento. Scoprii dopo che aveva studiato in Canada.

Mia moglie la salutò con la sua solita cortesia fredda. Io le strinsi la mano. La sua pelle era calda, asciutta, e il contatto durò un secondo di troppo.

La cena fu formale, professionale. Si parlò di materie prime, prezzi, consegne. Ma ogni volta che Yeni si chinava per prendere l'acqua o spiegare un dettaglio, io la guardavo. Una volta i nostri sguardi si incrociarono. Lei non distolse lo sguardo per prima. Sorrise appena, con quel sorriso che dice ti ho visto. Ti ho notato.

A fine serata scambiammo i biglietti da visita, come da rito cinese. Ma tornai a casa con l'immagine di lei stampata dentro. Non era innamoramento, attenzione. Era curiosità. Era voglia. Era la sensazione di avere visto qualcosa di raro: una donna indonesiana con quelle curve, con quella testa, con quell'aria da so cosa voglio e lo prendo.

Nei giorni successivi la pensai più volte. Non feci niente, ma la pensai.

Jogjakarta – Il caso

Passarono alcune settimane. Mia moglie era partita per Bali con le amiche. Io dovevo fare un viaggio a Jogjakarta per visitare alcuni produttori di ceramiche. Zona piccola, pochi fornitori. Era facile incrociare le stesse facce.

Arrivai all'aeroporto di Jakarta con la solita valigia da viaggio, il solito caffè amaro del duty free. Passai il checkin e mi diressi al gate.

La vidi seduta, una gamba sull'altra, un libro in mano.

Yeni.

Aveva gli stessi capelli neri lisci, la stessa camicetta chiara che quella volta era semitrasparente, così che sotto si intravedeva il reggiseno scuro – cosa rara in Indonesia, ma i cinesi sono liberi di fare ciò che vogliono qui. Le sue labbra erano lucide di burrocacao. Aveva un paio di occhiali da lettura sul naso, e quella piccola cosa mi parve improvvisamente intima, come se l'avessi colta in un momento privato.

Mi fermai. Un secondo. Poi lei alzò lo sguardo, mi vide, e i suoi occhi si allargarono in un sorriso così genuino che mi sentii sciogliere qualcosa nel petto.

Anche tu?

disse, chiudendo il libro.

Anche io,

risposi.

Il mondo è piccolo.



O forse i clienti a Jogja sono pochissimi,

fece, ridendo.

Lei saliva sullo stesso aereo. Ci sedemmo distanti, ma per tutto il volo di un'ora la pensai. Ogni tanto mi voltavo, la vedevo leggere o guardare fuori dal finestrino, e sentivo una specie di eccitazione leggera, come prima di qualcosa che sai che succederà ma non sai quando.

A Jogjakarta ci salutammo. Lei aveva i suoi appuntamenti, io i miei. Ma la mattina dopo, dal secondo cliente della giornata, entrai nella sala riunioni e la trovai già lì, seduta accanto al suo capo.

Ci guardammo e scoppiammo a ridere.

Ti seguo?

disse lei.

O ti seguo io?

risposi.

Il fornitore, un vecchio cinese che non capiva perché due persone della stessa azienda (lui pensava fossimo colleghi) si presentassero separati, ci guardava perplesso. Yeni gli spiegò qualcosa in indonesiano, poi mi lanciò un'occhiata complicice.

Passammo la mattina insieme. Durante la riunione, seduti uno accanto all'altro, i nostri ginocchi si toccarono sotto il tavolo. Lei non li spostò. Anzi, per un attimo sentii la sua gamba premere appena contro la mia, un contatto breve, leggero, ma che mi fece rizzare i peli sul braccio.

Quando uscimmo, il sole di Jogja era già alto e caldo. Lei si passò una mano tra i capelli, scoprendo il collo.

Stanotte cosa fai?

le chiesi.

Nulla,

disse.

Se non cenare da sola in hotel.



Non sei più sola.



La portai alla Trattoria, un posto italiano gestito da un siciliano che aveva sposato una giavanese. Non era il massimo dell'autenticità, ma il vino era buono e le luci erano basse. Chiesi un tavolo in fondo, nell'angolo.

Yeni arrivò mezz'ora dopo che ero già seduto. Si era cambiata. Aveva lasciato il tailleur da assistente e indossava un vestito nero, morbido, aderente. Il tessuto le scivolava addosso seguendo ogni curva. Il seno enorme premeva contro la scollatura, e quando si sedette di fronte a me, i suoi fianchi pieni quasi non stavano sulla sedia. Appoggiò la borsa a terra, si sistemò, e per un attimo vidi l'inizio delle sue cosce, bianche e morbide.

Ti piace?

chiese, vedendo che la guardavo.

Molto,

dissi. Senza vergogna.

Bene.



Ordinammo una bottiglia di Barolo. Il cameriere la stappò, la fece assaggiare a me, poi riempì i bicchieri.

Parlammo per ore. Lei mi raccontò del Canada, degli inverni a Toronto, del suo corso di economia, dei fine settimana passati a bere birra ghiacciata con gli amici canadesi. Mi raccontò che era tornata a Jakarta perché sua madre era malata, e che da allora era rimasta lì, intrappolata in un lavoro che non la soddisfaceva ma che pagava le bollette.

E tu?

mi chiese.

Sei felice?



Non me lo aspettavo, quella domanda. Ma il vino mi aveva sciolto.

Non lo so,

risposi.

Sono qui da dieci anni. Ho una moglie che non guardo più come dovrei. Un lavoro che conosco a memoria. A volte mi sembra di essere già morto e nessuno me lo ha detto.



Lei mi guardò, seria per un attimo. Poi sorrise.

Allora stasera ti faccio sentire vivo.



Il modo in cui lo disse mi fece drizzare il cazzo nei pantaloni. Glielo lessi negli occhi: non era una promessa. Era una dichiarazione.

Bevemmo la seconda bottiglia. Quando uscimmo, le sue guance erano rosse e i suoi occhi lucidi. Camminando, la sua mano sfiorò la mia. Poi le nostre dita si intrecciarono. Pochi secondi. Solo il tempo di attraversare la strada.

Ma bastarono.

La portai in un locale sotterraneo che conoscevo. Luci rosse, un DJ che pompava house music, una folla giovane che si muoveva come un unico corpo. A Yeni piaceva bere, si vedeva. Quando vide la lista degli shot, i suoi occhi brillarono.

Tequila,

disse.

Solo tequila.



Ordinai quattro shot per cominciare. Sale, lime, bicchierini stretti. Facemmo il primo insieme. Lei leccò il dorso della mano con una lentezza studiata, buttò giù il tequila senza battere ciglio, morse il lime. La sua bocca si strinse per l'acidità, poi si aprì in un sorriso.

Il secondo,

disse.

Al secondo shot le sue dita sfiorarono le mie mentre prendevamo il sale.

Al terzo eravamo già vicini, le mie ginocchia tra le sue.

Al quarto ballavamo.

Non so chi fece il primo passo. Forse fui io a posare le mani sui suoi fianchi, sentendo la stoffa calda del vestito e la carne morbida sotto. Forse fu lei a premere il suo culo contro il mio pacco, sentendo quello che le stava succedendo. Fatto sta che ci ritrovammo incastrati, il suo seno enorme schiacciato contro il mio petto, il suo bacino che si muoveva lento al ritmo della musica.

Sentivo le sue forme su di me. I suoi seni che premevano. La sua pancia morbida. Le sue cosce che si aprivano e chiudevano a ogni passo. Avevo il cazzo durissimo, così duro che faceva quasi male, e lei lo sentiva perfettamente perché ogni tanto spingeva indietro il bacino e lo strofinava contro di sé.

Il DJ cambiò traccia. Un beat più lento, più ipnotico. Lei si voltò, mi guardò con gli occhi lucidi di tequila e voglia, e mi sussurrò all'orecchio:

Portami al mio hotel ora sono stanca “

Prendemmo un Uber. Lei era appiccicata a me sul sedile posteriore, la sua coscia calda contro la mia, il suo seno che premeva sul mio braccio. Non parlavamo. Il rumore del motore, l'aria calda della notte, il suo profumo floreale mescolato alla tequila. La mia mano le si posò sul ginocchio. Lei non la tolse. Anzi, la coprì con la sua.

Arrivammo al suo hotel. Io alloggiavo in un altro, a tre chilometri di distanza, ma non ci pensai nemmeno. Pagai la corsa, la seguii nell'atrio, nell'ascensore.

L'ascensore si chiuse. Siamo soli. Il ronzio dell'ascensore, le luci che segnavano i piani. Lei premette il tasto dell'ottavo piano, poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano scuri, la sua bocca semiaperta, il suo petto che si alzava e abbassava con il respiro.

Un ultimo goccio,

disse.

Dal frigo bar.



Ok,

risposi.

Perché no.



Era una scusa. Lo sapevamo entrambi.

La porta della sua stanza si aprì con un click. Lei entrò, accese la luce di una lampada da comodino. Una stanza normale: letto matrimoniale, tende pesanti, una scrivania, un bagno con la luce al neon. Lei si avvicinò al frigo bar, si chinò per aprirlo, e il vestito le risalì sulle cosce.

Vidi l'inizio delle sue mutande. Nere. Di pizzo.

Il mio respiro si fece più pesante.

Lei tirò fuori una bottiglietta di vodka, la aprì, bevve un sorso. Poi me la porse. Bevvi anch'io. Il liquore bruciò la gola, ma non bastava a spegnere quello che avevo dentro.

Posai la bottiglia sul comodino. Lei era lì, a un passo da me. Le sue mani trovarono le mie. Le nostre dita si intrecciarono. Per un lungo istante rimanemmo così, fermi, a guardarci.

Lo sai che sei sposato, vero?

sussurrò.

Sì. Io no.



E lo sai che non mi fermerò perché sei solo sposato?



Non risposi. La presi per i fianchi, la tirai contro di me. Il suo corpo morbido premette sul mio. Il mio cazzo era duro come pietra, schiacciato contro la sua pancia.

La baciai.

Fu un bacio lento all'inizio, quasi timido. Le sue labbra erano calde, morbide, sapevano di tequila e vodka. Poi la sua bocca si aprì, la sua lingua trovò la mia, e il mondo sparì. Tutto quello che c'era fuori – mia moglie, il lavoro, Jakarta, il senso di morte dentro di me – si dissolse in un secondo. C'erano solo lei, la sua bocca, le sue mani che mi salivano sulla nuca, i suoi seni che premevano sul mio petto.

Le sue mani cominciarono a sbottonarmi la camicia. Le mie scivolarono sulla sua schiena, giù, fino al suo culo. Lo strinsi con entrambe le mani. Era pieno, sodo e morbido allo stesso tempo. La carne affondava sotto le mie dita. Lei gemette nel bacio.

Cominciammo a spogliarci in fretta. Non parlammo. Non serviva. La sua camicetta volò via, poi il reggiseno. I suoi seni uscirono fuori, enormi, pesanti, perfetti. I capezzoli erano scuri, già duri, grandi come monetine. Li presi con le mani, li strinsi, li sentii gonfi e caldi. Lei gettò indietro la testa e fece un verso, un gemito basso che veniva dal profondo.

Ti piacciono?

chiese, con quel sorriso malizioso che già conoscevo.

Mi fanno impazzire.



Chinai la testa, presi un capezzolo in bocca. Lei affondò le unghie nelle mie spalle, si appoggiò a me come se le gambe stessero per cedere. La leccai, la succhiai, la morsi appena. Lei gemette più forte.

Basta,

disse dopo un po'.

Ti voglio dentro.



Le abbassai le mutande nere. Caddero a terra. Lei fece un passo fuori, e la vidi nuda. Perfettamente nuda. Le sue curve, la sua pancia morbida, il suo pube appena rasato, le sue cosce piene che si chiudevano l'una contro l'altra.

La adagiai sul letto. Poi mi ricordai. Presi il portafoglio, tirai fuori un preservativo. Lei lo vide, annuì.

Bravo,eri preparato “ disse.

Lo aprii con i denti, lo infilai. Poi entrai in lei. Era calda, bagnata, stretta. Lei gridò, un grido soffocato dal cuscino che si era portata alla bocca. Io la presi per i fianchi e cominciai a spingere. Le sue gambe si alzarono, mi si strinsero intorno alla vita. I suoi seni ondeggiavano a ogni spinta. La sua faccia era un mix di dolore e piacere, la bocca aperta, gli occhi chiusi.

Venni dopo pochi minuti. Non riuscii a trattenermi. Lei sentì, strinse le gambe più forte, e venne anche lei, un attimo dopo, con un gemito lungo e rotto che sembrava non finire mai.

Rimanemmo lì, incastrati, sudati, senza parole. Il suo petto si alzava e abbassava veloce. Io ero ancora dentro di lei, il preservativo pieno, e sentivo il suo sesso che pulsava, che mi stringeva piano, come se non volesse lasciarmi andare.

Poi lei rise. Quella risata piena che mi aveva conquistato subito.

Non pensavo fossi così,

disse.

Così come?



Affamato.



La baciai di nuovo. Più lento, stavolta. E sentii che dentro di me qualcosa si stava già rizzando di nuovo.

La seconda volta fu più lunga. Cambiai il preservativo – ne avevo un altro nel caso – e la esplorai tutta. Il collo, che morsi piano. Le spalle, dove lasciai segni rossi. La pancia morbida, che baciai tutta, dal basso verso l'alto. L'interno coscia, dove la pelle era più chiara e liscia. La sua figa, che leccai sopra il preservativo nuovo, fino a farla urlare, stringendo le lenzuola con le mani, sollevando il bacino verso la mia bocca come se volesse entrarmi dentro.

Poi la girai. La presi da dietro, in ginocchio sul letto. Lei si appoggiò sui gomiti, il culo in su, la schiena che formava una curva perfetta. Mi guardò da sopra la spalla, i capelli che le cadevano sul viso, gli occhi lucidi.

Prendimi,

disse.

La presi per i fianchi. Entrai. Era ancora più stretto da dietro. Lei gemette, affondò la faccia nel cuscino. Cominciai a spingere, prima lento, poi più forte. Il suo culo ondeggiava a ogni spinta, e io guardavo quelle natiche piene che sbattevano contro il mio bacino, che affondavano sotto la mia presa. Sentivo le sue grida soffocate, le sue mani che si aggrappavano alle lenzuola.

Venni di nuovo dentro di lei, nel preservativo. Lei venne un attimo dopo, con un urlo che questa volta non riuscì a soffocare.

Dormimmo forse un'ora, abbracciati. Il suo seno premeva sul mio petto, la sua gamba era infilata tra le mie. La sentivo respirare, calda, viva. Io non dormivo. La guardavo. Pensavo a mia moglie. Pensavo a quello che avevo appena fatto. Ma non mi sentivo in colpa.

Mi sentivo vivo.

Mi svegliai con la luce grigia dell'alba. Le tende lasciavano passare una striscia di luce che le cadeva sul viso. Lei dormiva ancora, i capelli sparsi sul cuscino, la bocca semiaperta, un seno scoperto che si alzava e abbassava con il respiro.

Guardai l'orologio. Le sei.

Avevo un appuntamento alle otto. Mi alzai in silenzio, rimisi i vestiti. Prima di uscire mi chinai, le sfiorai la guancia piena con le labbra. Aprì gli occhi un secondo, sorrise appena.

Scrivimi,

sussurrò.

Uscii. L'aria di Jogja era umida e profumata di chiodi di garofano e pioggia lontana. Avevo la testa piena di lei. Il suo odore addosso. Le sue urla nelle orecchie. La voglia di rivederla, già.

Non ci innamorammo mai chiarisco . Nessuno dei due. Questo è importante.

A me piaceva scoparla. A lei piaceva farsi scopare e bere tequila con me. Con altri non lo so, e non mi è mai importato. Non eravamo fidanzati. Non eravamo innamorati. Eravamo due persone che si trovavano, si guardavano negli occhi, e sapevano che quello che c'era tra loro era solo quello che succedeva tra un paio di gambe e un bicchiere di tequila.

E bastava.

Per quasi due anni ci vedemmo regolarmente. Lei viveva con la madre, in una piccola casa in un quartiere popolare di Jakarta. Io vivevo con mia moglie, in una villetta con giardino a Pondok Indah . Il nostro mondo era separato, ma si incontrava nei buchi della routine: un pomeriggio libero, una scusa per uscire di casa, una notte in cui mia moglie era fuori.

Lei aveva un appartamento. Un piccolo monolocale che affittava di tanto in tanto, ma che restava vuoto per settimane quando non trovava inquilini. Era il nostro posto. Al terzo piano di un palazzo senza ascensore, con una finestra che dava sui tetti e un letto largo che occupava mezza stanza.

Ci andavo con il cuore che batteva forte. Salivo le scale di corsa. Lei apriva la porta e la prima cosa che facevamo era bere. Sempre. Tequila, due, tre shot. Era il nostro rito. Senza tequila, non era la stessa cosa.

Poi lei si inginocchiava.

I pompini con ingoio

Yeni aveva una bocca perfetta. Calda, morbida, con delle labbra carnose che sapevano avvolgerti. Ma la cosa che mi faceva impazzire era come usava la gola.

Non faceva mai le cose a metà. Quando mi prendeva in bocca, lo prendeva tutto. Fino in fondo. Sentivo la punta del mio cazzo toccare la sua gola, e lei non aveva il minimo riflesso. Restava lì, con la bocca piena, gli occhi che mi guardavano dal basso.

Poi cominciava a muoversi.

Su e giù, lenta, con un ritmo che sembrava studiato. Ogni tanto fermava la testa, faceva un movimento circolare con la lingua intorno al glande, poi riprendeva. La sua mano sinistra mi massaggiava le palle, la sua destra era appoggiata sulla mia coscia, le unghie che affondavano appena nella pelle.

Io la guardavo. Le sue guance piene che si svuotavano e si riempivano a ogni movimento. I suoi occhi che non smettevano mai di guardarmi. I suoi seni enormi che oscillavano leggermente, appoggiati sulle sue cosce.

Quando stavo per venire, glielo dicevo.

Vengo.



Lei non si fermava. Anzi, accelerava. Prendeva il mio cazzo più in fondo, teneva la testa ferma, e faceva contrazioni con la gola intorno alla punta. Era una sensazione incredibile, come se mi stesse succhiando l'anima.

Venivo dritto nella sua gola. Lei ingoiava tutto, senza perdere una goccia. Continuava a succhiare finché non ero completamente vuoto, poi si tirava indietro lentamente, facendo scorrere la lingua lungo il cazzo fino alla punta.

Si asciugava la bocca con il dorso della mano. Sorrideva.

Bravo direttore ,

diceva.

E ogni volta, per un attimo, pensavo che avrei potuto innamorarmi di lei. Poi lei si alzava, prendeva la bottiglia di tequila, beveva un sorso, e diceva:

Ora tocca a te.



E mi faceva sedere sul bordo del letto, si sdraiava davanti a me con le gambe aperte, e io mi chinavo su di lei.

Nell'appartamento facevamo sesso ovunque. Sul letto, ovviamente. Ma anche sul divano di finta pelle che scricchiolava a ogni movimento. In cucina, con lei appoggiata al piano cottura, il culo premuto contro il bordo del lavello, io che la prendevo da dietro mentre lei rideva e diceva

il vicino sente

e io dicevo

non mi interessa

. Una volta la presi sul balcone, di notte, con lei che si teneva alla ringhiera e io la tenevo per i fianchi, guardando i tetti di Jakarta sotto di noi.

Ogni volta era diversa, ma ogni volta cominciava allo stesso modo: tequila, pompino con ingoio, e poi una scopata che durava fino a farci venire la fame o il sonno.

E ogni volta, prima di penetrarla, lei prendeva il preservativo dal comodino. Era una routine. Me lo metteva lei con la bocca, senza interrompere il gioco, mentre mi guardava negli occhi. Solo dopo si girava, si sdraiava, si appoggiava al muro. Solo dopo la prendevo.

Le piaceva essere presa da dietro. Era la sua posizione preferita. A pancia in giù, o in ginocchio sul letto, o in piedi appoggiata al muro. Diceva che così la sentiva tutta, che le riempiva il culo e la figa allo stesso tempo. Non so se fosse vero, ma quando la prendevo da dietro lei urlava più forte.

Una volta le misi la cappella nel buco nel culo aspettando una sua reazione . Non era la prima volta per lei, me lo disse mentre ci preparavamo.

L'ho già fatto,

disse.

Mi piace.



Usammo del lubrificante che lei teneva nel comodino. La distesi a pancia in giù, con un cuscino sotto i fianchi per alzare il bacino. Lei prese un preservativo nuovo, me lo mise con la bocca, poi si girò. Entrai lentamente. Lei si morse il labbro, fece un respiro profondo, poi annuì.

Vai entra .



Cominciai a muovermi. Era stretto, caldo, diverso. Lei si spingeva indietro per prendermi più a fondo, a ogni spinta. Godeva così tanto che a un certo punto le venne da ridere, una risata spezzata dai gemiti.

Non fermarti,

disse.

Non fermarti.



Non mi fermai.

Una notte, verso mezzanotte, la portai nel magazzino della ditta.

Avevo le chiavi. Il cancello si aprì con un cigolio. Entrai con lei nascosta e sdraiata dietro per non farsi vedere dalle guardie a cui dissi che dovevo ispezionare il magazzino e non volevo essere disto, spensi i fari. Entrammo nel buio. L'unica luce era quella della luna che filtrava dalle finestre in alto.

Il magazzino odorava di polvere, di juta, di materie prime. C'erano pile di sacchi alti come un uomo, allineati in file ordinate. Yeni si guardò intorno, eccitata.

Se ci beccano?



Non ci beccano gli ho detto di non entrare in magazzino .



Lei si appoggiò a un sacco. Lo toccò, lo premette. Era morbido, cedevole, quasi come un materasso.

Qui,

disse.

La presi per mano, la guidai tra due pile di sacchi. Si formava una specie di tunnel stretto, con i sacchi che facevano da pareti. In fondo, un piccolo spazio dove ci si poteva sdraiare.

Lei si sdraiò sui sacchi. La stoffa ruvida graffiava, ma a lei non importava. Si tolse la maglietta, il reggiseno. I suoi seni emersero nel buio, bianchi, enormi, illuminati appena dalla luna. Si tolse i pantaloni, le mutande. Mi guardò.

Spogliati.



Mi spogliai. Il mio cazzo era già duro. Lei prese un preservativo dalla tasca dei suoi pantaloni – li teneva sempre con sé ormai – lo aprì con i denti, me lo infilò lentamente, poi si girò e si appoggiò ai sacchi, il culo in su.

La presi da dietro. I sacchi scricchiolavano sotto di noi. Il rumore sembrava amplificato nel silenzio del magazzino. Lei gemette, si portò una mano alla bocca per stare zitta.

Non ti preoccupare,

sussurrai.

Non c'è nessuno in magazzino solo le guardie al gate .



Allora smise di trattenersi. Urlò. Non forte, ma abbastanza perché il suono rimbalzasse tra le pareti di cemento. Io spingevo più forte, sentivo i suoi seni che sbattevano contro i sacchi, le sue unghie che si aggrappavano alla juta.

Poi la feci girare. La chinai sui sacchi, il culo in su. Cambiammo preservativo – ne avevo uno nella tasca dei pantaloni – e la presi nel culo. Lei si aggrappava ai sacchi, le nocche bianche. Io la tenevo per i capelli, l'altra mano sul suo fianco.

Venni dentro il preservativo, nel suo culo. Lei venne un attimo prima, con un tremito che le percorse tutta la schiena.

Rimanemmo lì per un po', ansimanti, sudati, sporchi di polvere. I sacchi avevano lasciato segni rossi sulla sua pelle. Lei si girò, mi guardò, e sorrise.

Sei un animale,

disse.

Anche tu.



Uscii dal magazzino che erano quasi le due. La riaccompagnai a casa. La baciai sulla porta. Poi tornai da mia moglie, che dormiva, ignara.

Passarono alcuni mesi. Yeni era sempre più frustrata dal suo lavoro. Il capo, quel cinese elegante che parlava sottovoce, la trattava male. Le dava compiti umili, la sgridava davanti ai clienti, le faceva fare ore extra senza pagarle. Io lo vedevo, ma non dicevo niente. Non era il mio ruolo.

Una sera Yeni mi chiamò. Aveva la voce rotta.

Oggi ho litigato con lui.



Racconta.



Me lo raccontò a pezzi, con la voce che tremava. Era successo nel pomeriggio. Il capo l'aveva umiliata davanti a un cliente importante. Un cliente che Yeni aveva seguito per mesi, con cui aveva costruito un rapporto. Aveva preparato una presentazione, aveva lavorato fino a tardi per settimane. E il capo, davanti a tutti, le aveva detto:

Questo lavoro è scarso. Non capisci niente. Sei solo una bella faccia, senza cervello.



Yeni si era sentita morire. Le parole le erano entrate come coltelli. Ma invece di abbassare la testa come aveva fatto per anni – come facevano tutte le assistenti a Jakarta – aveva reagito.

Si era alzata. Lo aveva guardato dritto negli occhi. E gli aveva detto:

Tu sei un uomo meschino. Mi paghi una miseria. Lavoro per te da cinque anni e non mi hai mai detto grazie. Senza di me, la tua azienda sarebbe già crollata.



Silenzio in sala. Il cliente si era guardato intorno, imbarazzato. Il capo era diventato rosso.

Esci dal mio ufficio,

aveva detto il capo.

Esco dall'azienda,

aveva risposto Yeni.

Aveva preso la borsa, il telefono, ed era uscita. Non si era voltata.

Mi ha licenziata?

chiesi al telefono.

No,

disse Yeni. La voce le si ruppe.

Mi sono dimessa io.



Silenzio.

Non ho più un lavoro,

aggiunse. E la sentii piangere. Piano, come se non volesse che io la sentissi. Yeni non piangeva mai. Era sempre quella forte, quella che rideva e beveva tequila e si faceva scopare senza chiedere niente. Sentirla così mi fece uno strano effetto. Un nodo in gola. Una fitta di qualcosa che non volevo chiamare tenerezza.

Posso venire?

chiesi.

Non stasera. Mia madre è in casa. È già abbastanza preoccupata. Ma domani... possiamo vederci nell'appartamento.



Va bene. Domani.



La mattina dopo andai nell'appartamento. Lei era già lì, seduta sul letto, con una tazza di caffè in mano. Non aveva il solito sorriso. Non aveva i capelli tirati indietro come sempre. Era in tuta, gli occhi rossi, il viso gonfio. Sembrava più piccola, più fragile.

Mi sedetti accanto a lei. Il materasso scricchiolò sotto il mio peso.

Come stai?



Un disastro.



Trovare un altro lavoro?



Ci sto provando. Ho mandato curriculum a dieci aziende. Nessuna risposta. Sai com'è. Jakarta è piena di assistenti. Senza raccomandazioni, senza un aggancio... non vai da nessuna parte.



Fece una pausa. Bevve un sorso di caffè. Le sue mani tremavano leggermente.

Poi mi guardò. I suoi occhi erano diversi. Più vulnerabili. Più umani. Non c'era più la malizia di sempre. C'era una specie di speranza timida, quasi vergognosa.

Tu...

cominciò, poi si fermò. Si morse il labbro.

Tu non è che hai bisogno di un'assistente?



La domanda mi colse di sorpresa.

O magari conosci qualche azienda che potrebbe assumermi?

continuò, parlando più veloce, come se avesse paura di non finire la frase.

Qualcuno che cerca una persona con la mia esperienza? Una raccomandazione, anche solo un nome... qualsiasi cosa... non voglio restare a casa con mia madre a farmi mantenere. Non voglio.



La guardai. Aveva la faccia seria, ma dentro c'era anche un'altra cosa: vergogna. Yeni non chiedeva mai favori. Era orgogliosa. Chiedermi aiuto doveva costarle fatica. Forse più fatica di quanto avesse mai ammesso.

Non lo so,

dissi.

Devo pensarci. Non è semplice. Ci sono procedure, approvazioni...



Okay,

fece, abbassando lo sguardo.

Scusa. Non dovevo chiedertelo.



Non scusarti.



Restammo in silenzio per un po'. Il rumore del traffico dalla finestra. Un gatto che miagolava nel cortile. Lei mise giù la tazza, si avvicinò a me, e cominciò a sbottonarmi i pantaloni.

Non devi,

dissi.

Lo so,

rispose.

Ma voglio.



E si chinò.

Quel giorno il pompino fu diverso. Più lento, più intenso. Non c'era la solita malizia, la solita performance. C'era qualcosa di più profondo, come se volesse ringraziarmi in un modo che le parole non potevano, o forse come se avesse bisogno di sentire che c'era ancora qualcosa che poteva dare, che non era solo una disoccupata che chiedeva favori.

Quando venni, ingoiò come sempre, ma poi rimase lì, con la testa appoggiata sulla mia coscia, senza parlare. Le sue mani mi stringevano le gambe. Il suo respiro era caldo sulla mia pelle.

Le accarezzai i capelli.

Ti faccio sapere,

dissi.

Te lo prometto.



Ci pensai per alcuni giorni. Assumere Yeni come mia assistente personale era una follia. Sarebbe stato pericoloso. L'avrei vista ogni giorno. I miei colleghi avrebbero potuto sospettare. Mia moglie avrebbe potuto scoprirlo. E poi c'era la questione etica, professionale, tutto quello che avrebbe fatto gridare allo scandalo.

Ma avevo bisogno di lei. Non per amore. Per il sesso. Ero dipendente. Dipendente dalla sua bocca, dal suo culo, dalla sua figa, dalla tequila che bevevamo prima e dopo. Dipendente da come mi faceva sentire vivo.

Così la chiamai.

Ho parlato con l'ufficio. Abbiamo una posizione aperta. Assistente personale. Stipendio buono. È tua se la vuoi.



Lei fece una pausa. Il silenzio durò così a lungo che pensai avesse riattaccato.

Yeni?



Scusa,

disse. La sua voce era rotta, ma non di tristezza.

Mi è venuto da piangere.



Piangi?



Di gioia, coglione.



Ridemmo. Poi sentii la sua voce, calda e maliziosa come non l'avevo sentita da giorni.

Quando comincio?



Lunedì.



Allora lunedì ti faccio un pompino in ufficio. Per festeggiare.



Risi.

Non vedo l'ora.



La assunsi. Fu una delle decisioni più eccitanti e pazze della mia vita.

Yeni si presentò in ufficio il lunedì con un tailleur elegante, i capelli tirati indietro, un sorriso professionale. Nessuno avrebbe mai immaginato che la notte prima era stata inginocchiata davanti a me, con la bocca piena, mentre io la tenevo per i capelli.

Per le prime settimane riuscimmo a stare al nostro posto. Lei faceva la sua assistente perfetta. Io facevo il mio capo distaccato. Ma la tensione era sempre lì, sotto la superficie, pronta a esplodere.

La prima volta in ufficio successe dopo circa un mese. Era venerdì sera, tutti se n'erano andati. Io ero nel mio studio a finire dei documenti. Lei bussò alla porta.

Capo, hai bisogno di qualcosa?



Entra.



Entrò, chiuse la porta dietro di sé. Si avvicinò alla scrivania. Aveva quel sorriso, quello che conoscevo bene.

Ho finito tutto,

disse.

Posso andare?



Puoi,

risposi.

Ma se vuoi restare...



Non finii la frase. Lei si sedette sulla scrivania, facendo cadere una pila di fogli. Alzò la gonna. Abbassò le mutande. Mi guardò.

A cosa pensi?



Penso che ti devo scopare.



Bravo.



Aprii il cassetto, presi un preservativo. Lei lo prese, me lo mise con la bocca mentre mi guardava negli occhi. Poi si sdraiò sulla scrivania, le gambe aperte, le braccia sopra la testa. La presi lì, con i documenti ancora aperti e il computer acceso. Lei si morse il labbro per non fare rumore, ma quando venni emise un gemito soffocato che mi fece venire i brividi.

Poi si sistemò la gonna, si aggiustò i capelli, e uscì dall'ufficio come se nulla fosse.

Buon weekend, capo,

disse dalla porta.

Buon weekend, Yeni.



Dopo quella volta, diventò un'abitudine. Almeno due sere a settimana, dopo che tutti se n'erano andati, chiudevamo la porta del mio studio. A volte era lei a venire da me. A volte ero io a chiamarla.

Facevamo sesso ovunque. Sulla scrivania. Sulla poltrona, con lei a cavalcioni. In piedi, appoggiati alla libreria. Una volta la presi sul tappeto, con le luci spente e la città che brillava dalle finestre.

I pompini in ufficio erano i suoi preferiti. Le piaceva mettersi sotto la scrivania, tra le mie gambe, mentre io facevo finta di lavorare. Sbottonava i pantaloni, prendeva il mio cazzo in bocca, e cominciava. Io cercavo di tenere la faccia seria nel caso qualcuno fosse entrato. Ma era difficile quando lei faceva quelle cose con la lingua.

Ingoiava sempre. Poi puliva la punta con il dito, si asciugava la bocca, e tornava alla sua scrivania come se fosse appena andata a prendere un caffè.

Ci tornammo diverse volte, di notte. Era diventato il nostro posto segreto. Parcheggiavo l'auto , lei si sedeva accanto a me con una bottiglia di tequila. Bevevamo, poi entravamo in magazzino .

Tra i sacchi di materie prime, al buio, con solo la luce della luna. La polvere, l'odore di juta, il silenzio rotto solo dai nostri gemiti e dallo scricchiolio dei sacchi. E sempre il preservativo. Lei lo prendeva dalla tasca, lo apriva con i denti, me lo infilava con la bocca. Era diventato parte del gioco.

Una volta portai una coperta. La stesi sui sacchi, la distesi Yeni sopra. La leccai per mezz'ora attraverso il preservativo – aveva un sapore strano, ma a lei piaceva lo stesso – finché non venne tre volte, stringendomi la testa con le cosce e tirandomi i capelli. Poi la presi in tutte le posizioni che conoscevo. Alla fine eravamo così stanchi che ci addormentammo lì, abbracciati, nudi, sporchi di polvere.

Mi svegliai alle quattro del mattino. Lei dormiva ancora, un seno schiacciato contro il mio petto, la sua bocca semiaperta. La guardai. Per un attimo pensai che avrei potuto innamorarmi di lei. Poi lei aprì gli occhi, mi guardò, e disse:

Ho sete. C'è ancora tequila?



Non c'era. Ma nel magazzino c'erano delle bottiglie d'acqua. Le prendemmo, bevemmo, poi ci rivestimmo in silenzio.

La riaccompagnai a casa. Erano quasi le cinque. Mia moglie dormiva. Mi infilai nel letto accanto a lei, e non chiusi occhio fino all'alba.

Una volta andammo a Kuala Lumpur. Era stato un periodo pesante, sia per me che per lei. Avevo bisogno di staccare. Lei anche.

Dissi a mia moglie che avevo una trasferta di lavoro. Lei non fece domande. Non ne faceva più da anni.

Prenotammo un volo per KL, un hotel non troppo elegante ma discreto, in una zona tranquilla. Arrivammo venerdì pomeriggio.

La città era calda, umida, piena di luci e grattacieli. Andammo in camera, lasciammo le valigie, e la prima cosa che facemmo fu ordinare una bottiglia di tequila dal room service.

Bevemmo il primo shot sul balcone della camera, guardando la città che si accendeva.

Questa notte non ci fermiamo,

disse Yeni.

Ne sei sicura?



Sono ubriaca già dal primo shot. Immagina dopo.



Ridemmo. Bevemmo il secondo shot. Il terzo. Poi uscimmo.

Andammo in un locale a Bukit Bintang. Musica alta, folla, luci stroboscopiche. Yeni ballava come se non ci fosse un domani, il suo corpo che si muoveva libero tra la gente. Io la guardavo da dietro un bicchiere.

Bevemmo ancora. Tequila, poi birra, poi un altro shot. Non ricordo l'ordine. Ricordo che a un certo punto eravamo in un altro locale, più piccolo, più intimo. Lei era appoggiata al bancone, le sue curve che premevano contro il legno. Io ero dietro di lei, le mani sui suoi fianchi.

Poi il vuoto.

Il buco nero

Mi svegliai la mattina dopo con la testa che mi scoppiava. La luce del sole filtrava dalle tende, tagliente come un coltello. La stanza era un disastro: bottiglie vuote sul pavimento, vestiti sparsi, una lampada rovesciata. Il letto era sfatto, le lenzuola aggrovigliate.

Yeni era accanto a me, nuda, che dormiva. Un braccio le copriva gli occhi. La sua bocca era semiaperta, il suo seno si alzava e abbassava con il respiro.

Mi misi a sedere. Il cuore cominciò a battermi forte. Cercai di ricordare la notte, ma trovai solo pezzi. Lei che cavalcava, le sue urla. Lei a quattro zampe sul letto, io che la prendevo da dietro. Lei che rideva, la bottiglia di tequila che passava di mano in mano. Un momento in cui sembrava che stesse per svenire dal piacere.

E poi... un flash. Lei sopra di me. Cavalcava. Il suo sorriso ubriaco, il suo seno che saltava. Ricordo di aver pensato: cazzo, non ho il preservativo. Ma ero troppo ubriaco per fermarmi. Troppo dentro di lei. Troppo vicino. Ricordo che lei diceva

vieni dentro, vieni dentro

e io sono venuto. Dentro.

Il panico mi salì come un'onda.

L'ho lasciata incinta?

Sudavo freddo. Mia moglie, la mia vita, tutto mi passò davanti in un secondo. Mia moglie che scopriva tutto. Il matrimonio che finiva. I miei figli – non ne avevamo, ma avrebbero potuto esserci – che crescevano senza di me. Ero bianco. Mi alzai, andai in bagno, mi sciacquai la faccia con acqua fredda. Mi guardai allo specchio. Avevo gli occhi rossi, la barba lunga, un livido sul collo. Sembravo un fantasma.

Quando tornai nella stanza, Yeni era sveglia. Era seduta sul letto, il lenzuolo tirato su fino al petto, le spalle nude. Mi guardò, sorrise.

Ehi,

disse.

Com'è la testa?



Una merda. Yeni, ieri notte... non mi ricordo niente.



Lei mi guardò. Il sorriso le morì sulle labbra.

Non ti ricordi niente?



Flash. Pezzi. Ma la maggior parte... niente. Ricordo solo che... cazzo, Yeni, ricordo che non avevo il preservativo. Ricordo che sono venuto dentro di te.



Fece una pausa. I suoi occhi si fecero seri. Poi scoppiò a ridere. Una risata liberatoria, piena, che le fece tremare i seni sotto il lenzuolo.

Tranquillo,

disse.

Non posso avere figli.



Restai un secondo in silenzio. Poi un altro.

Davvero?



Davvero. Una cosa lì dentro. Non funziona. Da sempre. Me l'hanno detto quando avevo vent'anni. Non rimarrò mai incinta. Mai perciò gli uomini indonesiani non mi vogliono .sono fallata .



Sentii un peso enorme che mi cadeva dalle spalle. Così grande che mi fece fisicamente male, come se qualcuno avesse rimosso un macigno dal mio petto. Mi lasciai cadere sul letto accanto a lei, esausto. Il materasso gemette sotto il mio peso.

Me lo potevi dire prima,

mormorai con gli occhi chiusi.

E rovinare la sorpresa? Il tuo faccia da panico è stata impagabile.



Le diedi un pugno leggero sul braccio.

Stronza.



Stronzo tu.



Ridemmo. Poi lei si avvicinò, mi baciò sulla spalla.

Non ti preoccupare. Non rimarrò mai incinta. Puoi venire dentro quanto vuoi. Anche senza preservativo.



Le sue mani cominciarono a scendere lungo il mio petto.

E comunque,

aggiunse,

ieri notte sei venuto così tante volte che non lo so se ti sarebbe rimasto qualcosa da mettere dentro un'altra volta.



Abbassò il lenzuolo, guardò il mio cazzo, e sorrise.

Ma vedo che è già di nuovo pronto.



Si chinò. E mentre lo faceva, senza nemmeno alzare la testa, ordinò il room service.

Una bottiglia di tequila,

disse al telefono.

E due lime. E portate anche del ghiaccio.



Poi prese il mio cazzo in bocca, e il mondo sparì di nuovo.

Quel fine settimana a Kuala Lumpur fu una follia. Non uscimmo quasi dalla camera. Ordinai tequila su tequila, cibo su cibo. Facemmo sesso ovunque: sul letto, sul divano, nella doccia, sul balcone all'alba con la città che si svegliava sotto di noi.

E per la prima volta, scopammo senza preservativo. Più volte. Lei mi diceva

vieni dentro

e io venivo dentro. Era una sensazione incredibile, diversa da tutto. Sentire la sua figa calda, bagnata, senza barriere. Sentirla stringersi intorno a me mentre venivo. Lei gridava, rideva, mi graffiava la schiena.

Non so quante volte lo facemmo. Persi il conto dopo la quinta.

Ma quando tornammo a Jakarta, tornammo alla regola. Preservativo sempre. Non sapevo se scolava con altri . Quella notte a KL era stata un'eccezione. Un'eccezione ubriaca, folle, irripetibile.

O almeno così dicevamo.

Dopo KL, le cose continuarono come prima. Sesso, tequila, appartamento, magazzino, ufficio. Preservativo sempre. Ma qualcosa era cambiato in Yeni. Lo sentivo.

A Jakarta le stava stretta. Lo diceva sempre più spesso. La città era troppo piccola per lei, troppo soffocante. Voleva una vita diversa. Voleva andarsene, vedere il mondo, non finire i suoi giorni nella stessa casa con la madre a farsi mantenere.

Così cominciò a chattare con molti uomini. Lo sapevo. Non me lo nascondeva. A volte, quando eravamo a letto dopo aver scopato, lei prendeva il telefono e scorreva le chat. Rideva, commentava, mi faceva vedere le foto.

Questo è australiano. Molto noioso. Vuole parlare di cricket.



Questo è francese. Parla troppo. Mi ha mandato una poesia.



Questo è americano. Abita in Texas. È pilota. Sembra normale.



Quando mi disse del pilota americano, non ci feci caso. Ne aveva già conosciuti tanti. Ma questa volta era diverso.

Cominciò a passare più tempo al telefono. A parlare con lui la sera, dopo che io me n'ero andato. A sorridere mentre leggeva i suoi messaggi. A volte, mentre eravamo insieme, lei controllava il telefono. Non lo faceva mai prima.

Una volta, mentre eravamo nell'appartamento, dopo aver scopato, lei era distesa accanto a me e mi mostrava la sua foto.

È alto. Biondo. Ha una casa in Texas con una piscina. E un cane. Un golden retriever.



Bello,

dissi, senza particolare entusiasmo.

Mi vuole lì. Dice che può farmi venire con un visto da fidanzata. Che mi sistemerà i documenti.



E tu cosa vuoi?



Lei mi guardò. Per un attimo, i suoi occhi erano seri. Non c'era più la malizia. C'era una specie di stanchezza, ma anche di speranza.

Voglio andarmene da qui. Voglio una vita vera. Non questa mezza vita.



Non dissi niente. Lei aveva ragione. La sua vita a Jakarta era una mezza vita. Come la mia.

La presi per mano. Restammo in silenzio, ascoltando il rumore del traffico dalla finestra. Un motorino che passava, un clacson lontano.

Vacci,

dissi alla fine.

Lo so.



Non ti trattengo.



Lo so anche quello.



Si sdraiò sul mio petto. Le accarezzai i capelli. Restammo così per molto tempo, senza parlare.

Qualche settimana dopo, Yeni mi disse che aveva preso una decisione. Sarebbe andata in Texas. Il pilota le aveva comprato il biglietto. Sarebbe partita tra un mese.

Non sono innamorata di lui,

mi disse.

Ma sta trattando bene. È stabile. Mi dà quello che non ho mai avuto.



E qui cosa hai avuto?



Lei mi guardò. Sorrise. Quel sorriso che conoscevo bene.

Tequila. E belle scopate.



Ridemmo. Ma era un riso diverso. Più triste.

Non litigammo. Non c'era niente da litigare. Non eravamo fidanzati. Non eravamo innamorati. Eravamo stati due persone che si erano divertite insieme, che avevano condiviso notti di tequila e sesso, e che ora prendevano strade diverse.

L'ultima volta che la vidi fu nell'appartamento.

Portai una bottiglia di tequila. Due lime. Sale. E una scatola di preservativi, per abitudine. Lei la vide e rise.

Per l'ultima volta possiamo anche non usarli,

disse.

No. L'ultima volta si fa per bene.



Lei annuì. Prese un preservativo dalla scatola, lo aprì con i denti, me lo mise con la bocca. Poi bevemmo in silenzio, seduti sul letto. Un shot. Due. Tre.

Poi lei si chinò e mi fece un pompino. Lento, profondo, come se volesse ricordarsi di me. Quando venni, ingoiò, poi rimase lì con la testa sulla mia coscia.

Mi mancherai,

disse.

Anche tu.



Poi la presi. Per l'ultima volta. La scopai in tutte le posizioni che conoscevo. Sul letto, sul pavimento, in piedi contro il muro. Lei urlò, rise, pianse un po' alla fine, ma non so se era per me o per quello che lasciava.

Quando venni per l'ultima volta, nel preservativo, lei mi strinse forte con le gambe e venne anche lei, con un gemito lungo che sembrava non finire mai.

Restammo abbracciati, sudati, senza parlare.

All'alba mi vestii. La baciai sulla fronte.

Scrivimi,

disse.

Lo farò.



Uscii. La porta si chiuse alle mie spalle. Scesi le scale senza voltarmi. Non volevo che mi vedesse con gli occhi lucidi. Perché non era amore, quello che provavo. Era solo... non so. Malinconia. La fine di qualcosa di bello.

Yeni ora vive in Texas. Il pilota l'ha sposata a Bali con la mamma presente ..non mi ha invitato . Ogni tanto mi scrive. Un messaggio breve, una foto del tramonto, una canzone. Mi dice che vive bene, che la casa è grande, che il cielo è enorme. Mi dice che non è poi così innamorata, ma che lui la tratta bene come disse , che non le manca nulla.

Mi mancano le scopate con te,

scrive a volte.

E la tequila. Soprattutto la tequila.



Io le rispondo sempre. Due parole. Un cuore. Un bicchiere virtuale.

Qualche volta mi manda una foto. Una sua in piscina, con il golden retriever. Il seno ancora enorme, le guance ancora piene. Sorride, ma i suoi occhi sono diversi. Più calmi. Forse più felici.

Non mi sono innamorato di lei. Mai. E lei non si è innamorata di me. Ci piaceva scopare, ci piaceva bere tequila, e ci piaceva stare insieme senza chiederci nulla.

Ma ogni volta che bevo tequila, penso a lei. Al suo corpo morbido. Ai suoi seni enormi che ondeggiavano mentre cavalcava. Alla sua bocca che mi prendeva fino in fondo. Alle sue urla soffocate nel cuscino. Al suo culo abbondante che affondavo nel materasso.

E sorrido.

Perché per due anni, tra un pompino con ingoio e una inculata tra i sacchi del magazzino, tra una notte di tequila a Kuala Lumpur – dove per la prima e unica volta dimenticai il preservativo – e un pomeriggio di sesso sulla scrivania, ci siamo divertiti come due animali liberi.

E non c'è amore che tenga, davanti a una cosa così.

ADDED 8 COMMENTS:
  • avatar Justforher70 Un po lungo ma spero intrattenga. Storia verissima anche se molti criticano la veridicità

    06-06-2026 18:05:35

  • avatar coppiarmsexy Complimenti un bel racconto

    06-06-2026 17:24:24

  • avatar Justforher70 Grazie dei complimenti 🎈🎊

    06-06-2026 15:03:59

  • avatar alex76italian gran bel racconto! bravo!

    06-06-2026 14:16:54

  • avatar Sco56 È la prima volta che leggo una storia così bella e così ben scritta, in questa rubrica. Meriterebbe una platea più ampia! Complimenti

    06-06-2026 14:23:56

  • avatar Tex68 Bravo...

    06-06-2026 11:42:33

  • avatar Justforher70 Grazie mi piace scrivere da sempre

    06-06-2026 06:10:39

  • avatar Teo1963 Meraviglioso! Oltretutto scrivi benissimo. Complimenti.

    06-06-2026 00:19:56






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