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ИСТОРИЯ

Il Cuculo parte II

by Playstore
Посмотрели: 23 раз Комментарии 0 Date: 02-11-2026 Язык:Language

Iniziai a realizzare: una donna così meritava ben altre attenzioni che una sveltina in piedi. Ritornato in me, trasformai quel gesto impulsivo in una carezza d’anticipo, facendola scivolare in un bacio caldo, umido, piantato dritto sul suo collo, mentre sentivo il sangue pulsarmi violento nelle tempie. Lei si girò di scatto. Mi rispose con un bacio appassionato, affamato, che sapeva già di promessa.
«Vieni, seguimi nel mio boudoir», mi sussurrò con il fiato corto. Poi, lo sguardo della mia predatrice si spostò drittò sull'uomo immobile poco distante. Apostrofò il marito con una freddezza che mi fece raggelare il sangue: «Cornuto impotente, lo sai che non puoi entrare. Guardaci dal buco della serratura».
Io, che non avevo idea di cosa fosse un boudoir, lo capii soltanto una volta varcata la soglia, dopo essermi liberato in fretta dei vestiti. A prima vista mi sembrò una via di mezzo tra una sala hobby e uno studio privato. Lo intuii dagli strumenti musicali adagiati su morbide poltroncine d'ebano decorate in oro e dalle pile di libri ammucchiate ovunque. Le pareti erano interamente rivestite da pannelli di ceramica a motivi floreali, dai colori accesi, vividi, quasi ipnotici. Nell'aria densa galleggiava un profumo delizioso, un misto di legno d'ebano e mimosa.
La mia attenzione, però, fu subito catturata dalla musica che si diffondeva nella stanza, sprigionata da un impianto audio dalla forma così strana che faticai a riconoscerlo. Era la melodia di un violino: una musica profondamente sensuale, ma allo stesso tempo triste, splendidamente decadente.
Fu allora che quella splendida donna dai tratti nordici si spogliò della vestaglia. Lo fece con un gesto teatrale, solenne, magnetico. Si adagiò sulla poltrona, aprì le gambe e mi chiamò a sé con un cenno lento delle dita.
Senza fiatare, mi chinai davanti alla mia regina. Presi a baciarle le caviglie, cercando di impregnare la trama delle sue calze con la mia saliva, per poi risalire lungo l'interno coscia. Lentamente. Con dovizia. Cercavo con tutto me stesso di controllare la foga che mi incendiava il petto, finché non mi ritrovai con il naso a un millimetro dalla sua ostrica semiaperta. Era di un rosa tenue, delicato, con un clitoride turgido che non aveva nulla da invidiare a una perla preziosa.
Inebriato da quella vista, affondai la faccia nella sua intimità e cominciai a leccare, a succhiare con fame. Lei, però, frenò subito la mia impulsività: mi strinse la testa con la forza dei muscoli delle sue cosce, intrappolandomi. Quel movimento repentino fece esplodere nella mia bocca il sapore dei suoi umori selvaggi. E, nello stesso identico istante, sentii la punta acuminata del suo tacco dodici conficcarsi con deliberata, eccitante pressione sul dorso della mia mano destra, abbandonata sul tappeto.
Ero in trappola, completamente inebriato da un mix di sensazioni così violente da provocarmi un orgasmo improvviso e intenso. Inondai il tappeto di seme caldo e denso; alcuni fiotti, spinti dal piacere, raggiunsero persino la base della poltrona d'ebano. La mia regina, con il viso acceso dal rossore dell'eccitazione, mi liberò finalmente dalla morsa delle sue cosce. Mi afferrò per l'orecchio paonazzo e mi sollevò, guidando i miei passi instabili verso un mobile intarsiato. Provai a scusarmi, con il fiato corto e la voce tremante: «Signora mia... lei mi fa scoppiare dall'eccitazione».
Non ebbi il tempo di finire la frase. Da un cassetto segreto estrasse una radice nodosa, simile a un tubero. «Mastica. È Ashwagandha», mi ordinò con voce ferma. «Ti darà più forza».
L'effetto fu immediato: ero ancora più arrapato di prima. Il mio membro tornò turgido in un istante; sentivo i corpi cavernosi tendersi allo spasmo, duri come la corda di quel violino che continuava a suonare in sottofondo. Ero caldo, eccitato, quasi incazzato. Sì, in quel momento mi sentivo un vero toro. La presi di peso tra le braccia, la adagiai nuovamente sulla poltrona e, costringendola a spalancare le gambe, mi bagnai della mia rivincita. La penetrai da dietro, violando il suo ano che, per miracolo del desiderio, si schiuse morbido come una rosa a maggio. Lei non perse un secondo e cominciò a masturbarsi con gesti lenti, esperti.
Mentre la possedevo con foga, sentivo nella bocca impastata il retrogusto delicato della radice, che ora ricordava il sapore del sesamo. All'improvviso, lei richiamò la mia attenzione, reclinando la testa all'indietro: «Approchetoi, je veux sentir ton souffle contre ma peau».
Rimasi un attimo immobile, senza capire quel francese così aristocratico. Lei, ansimando selvaggiamente, si accorse della mia esitazione e me lo gridò in italiano: «Avvicinati! Voglio sentire il tuo fiato sulla mia pelle!».
Allora mi chinai sul suo corpo, abbandonandomi sui suoi seni. Presi a leccarle le piccole areole dei capezzoli, alternando i tocchi della lingua a soffiate leggere sulle punte turgide, che le facevano increspare all'istante i pori della pelle così delicata. Eccitata da quel contrasto di caldo e freddo, lei cominciò a penetrarsi davanti con le sue dita affusolate, gridando nel delirio del piacere: «Tu me fais chavirer, tu me fais chavirer... tu mi fai impazzire!».
Dai rumori bagnati capivo che il ritmo della sua mano aumentava a dismisura. Attraverso la sottile membrana che divideva i due canali, sentivo la pressione delle sue dita stringere il mio glande dall'esterno; sentivo che stava per esplodere. Proprio mentre le cercavo la bocca per annegarla in un bacio, lei si abbandonò completamente a un orgasmo violentissimo, i cui
fluidi colarono giù, fino a bagnarmi i testicoli.
Ero esausto, svuotato, ma l'effetto di quella radice misteriosa continuava a bruciarmi nelle vene come un fuoco indomabile. Rimasi lì, prono su di lei, con il respiro spezzato e la pelle bagnata dal sudore e dai suoi umori. Pensavo fosse finita, che la mia regina si fosse placata dopo quell'estasi violenta. E invece, i suoi occhi nordici, vitrei e felini, fissarono di nuovo la porta del boudoir.
Un rumore sinistro ruppe il silenzio della stanza: lo scricchiolio di una scarpa sul parquet, proprio fuori dal corridoio. Il cornuto era ancora lì. Non se n'era mai andato.
«Hai sentito, vero?» mi sussurrò lei all’orecchio, con una voce che era un misto di miele e veleno, mentre mi accarezzava i capelli con una lentezza calcolata. «È lì dietro. Riesco a sentire il suo respiro affannato contro il legno. Sta guardando. Guarda come mi hai ridotta. Guarda il tuo seme sul mio tappeto».
Quella consapevolezza, invece di frenarmi, fece scattare qualcosa di perverso nel mio cervello. L'eccitazione risalì dalle viscere, violenta, quasi rabbiosa. Il mio membro si tese di nuovo, pulsante, pronto a rivendicare quel territorio.
Lei avvertì quel sussulto contro la sua coscia e un sorriso crudele le tese le labbra. Mi afferrò per i capelli, costringendomi a guardarla negli occhi. «Vuoi finire il tuo lavoro, toro? Vuoi fargli vedere come mi prendi? Allora fallo piangere».
Si voltò, mettendosi carponi sulla poltrona d'ebano, dandomi la schiena e offrendomi la sua intimità ancora lucida e arrossata. La sua posizione era speculare alla porta: il marito, dal buco della serratura, avrebbe avuto una visuale perfetta, cinematografica, della mia totale sottomissione al suo corpo.
Non me lo feci ripetere. La afferrai per i fianchi, affondando le dita nella sua carne morbida, e la penetrai di colpo, senza preavviso. Lei cacciò un urlo acuto, teatrale, un gemito che squarciò il silenzio della casa e arrivò dritto oltre la porta. Spingevo con un ritmo ossessivo, animalesco, mentre lei, assecondando ogni mio colpo, gridava insulti in francese diretti all'uomo nell'ombra, intervallati da suppliche in italiano rivolte a me.
«Guarda, impotente! Guarda come mi possiede un vero uomo!» gridava, mentre il tacco dodici della scarpa che non aveva mai tolto batteva ritmicamente contro il pavimento, quasi a voler dettare il tempo della mia carneficina erotica.
Sentivo la spinta finale avvicinarsi, una deflagrazione che non avrei potuto controllare. La mia regina accelerò i suoi movimenti, stringendo l'ano e la vulva attorno a me in una morsa elettrica. Proprio nel momento in cui sentii il pavimento del corridoio scricchiolare più forte — segno che l'uomo si era appiccicato alla porta nel delirio del suo voyeurismo — io venner meno a ogni freno.
Venni dentro di lei con un boato profondo, un orgasmo infinito che mi scosse dalla testa ai piedi. Nello stesso istante, lei crollò in avanti sui cuscini, scossa da spasmi violenti, gridando il mio nome in un pianto di puro piacere. Eravamo un groviglio di carne, brividi e respiro. Fuori dalla porta, il silenzio tornò assoluto, interrotto solo dal rumore metallico di una chiave che girava, lasciandoci padroni assoluti del nostro segreto.ori fluidi colarono giù, fino a bagnarmi i testicoli.
TO BE CONTINUED

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